Se c’è una qualità che ha reso Fulminacci uno degli autori più riconoscibili della sua generazione, non è mai stata la capacità di sorprendere con grandi rivoluzioni formali. È piuttosto quella di osservare il mondo da un angolo leggermente diverso, trovando nelle cose più comuni un dettaglio capace di illuminare tutto il resto.
Fin dagli esordi de La vita veramente, Filippo Uttinacci ha costruito la propria poetica su una forma di meraviglia quotidiana che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce. Una scrittura che procede per immagini, deviazioni, associazioni impreviste e che riesce a rendere straordinario ciò che normalmente passa inosservato. Se quel primo disco raccontava lo stupore di chi si affaccia al mondo e Tante care cose provava a orientarsi nel labirinto delle relazioni, mentre Infinito +1 ampliava lo sguardo verso una dimensione più collettiva e generazionale, Calcinacci sembra riportare tutto a una misura più intima e personale.
Calcinacci arriva in un momento particolare della sua carriera
Dopo la consacrazione progressiva degli ultimi anni, i palazzetti e il ritorno al Festival di Sanremo con Stupida sfortuna, Fulminacci avrebbe potuto scegliere la strada della conferma definitiva, quella di un cantautorato pop sempre più rifinito e accomodante. Invece decide di fermarsi tra le macerie. Già il titolo suggerisce una direzione precisa: non raccontare ciò che è stato ricostruito, ma ciò che rimane dopo il crollo.
I calcinacci sono i resti di qualcosa che non esiste più, ma anche il primo segnale che una trasformazione è avvenuta. Dentro questo disco convivono infatti la fine e la ripartenza, l’assenza e il desiderio, la nostalgia e la possibilità di immaginare ancora un futuro. È probabilmente il lavoro più adulto della sua discografia, non perché rinunci alla leggerezza che lo ha sempre contraddistinto, ma perché la utilizza come strumento per parlare di ferite più profonde. La crescita, qui, non viene raccontata come una conquista, bensì come un processo inevitabile fatto di perdite, smottamenti e ricostruzioni.

La scrittura resta il vero centro di gravità del progetto
Fulminacci continua a possedere un talento raro: quello di costruire immagini che sembrano nascere da un pensiero improvviso e che invece finiscono per racchiudere interi mondi emotivi. Nei suoi testi l’amore non viene mai raccontato come un sentimento assoluto, ma come una serie di gesti mancati, coincidenze, ripensamenti, fantasie che sopravvivono alla realtà. Le relazioni diventano geografie interiori, luoghi da cui si parte e verso cui si continua a tornare anche quando non esistono più. Eppure, anche quando affronta la disillusione, Fulminacci evita sempre il cinismo.
È forse questa la sua caratteristica più preziosa: la capacità di raccontare il dolore senza smettere di cercare lo stupore. In Calcinacci le cose finiscono, le persone si allontanano e le certezze vacillano, ma resta intatta la volontà di trovare poesia nell’ordinario, come se dietro ogni crepa fosse ancora possibile intravedere una forma di bellezza.
Roma attraversa il disco come una presenza silenziosa
È il primo album realizzato interamente nella sua città e si percepisce una familiarità nuova nel modo in cui vengono raccontati gli spazi, gli incontri, i piccoli episodi quotidiani. Non c’è alcuna mitizzazione della capitale. Fulminacci la osserva come ha sempre osservato tutto il resto, cercando l’umanità nascosta dentro i dettagli. È una Roma vissuta più che raccontata, che smette di essere sfondo e diventa una sorta di stato emotivo, una geografia sentimentale dentro cui queste canzoni prendono forma.

Anche sul piano sonoro Calcinacci rappresenta una sottrazione
La produzione di Golden Years sceglie spesso la misura, lasciando che siano le melodie e le parole a guidare il racconto. Il risultato è un disco più asciutto rispetto a Infinito +1, meno interessato alla ricerca della grande apertura emotiva e più concentrato sull’intimità.
La sensazione, ascoltando Calcinacci, è quella di trovarsi davanti a un autore che ha smesso di inseguire l’idea della crescita come accumulo. Qui non si aggiunge, si toglie. Si scava. Si accettano le crepe. Fulminacci continua a raccontare il passaggio all’età adulta, ma lo fa senza trasformarlo in un rito generazionale. Piuttosto, osserva ciò che resta quando le aspettative si sgretolano e scopre che proprio lì, tra la polvere e i resti di ciò che è stato, può nascere qualcosa di nuovo.
Non è il disco più ambizioso della sua carriera, né quello che ne rivoluziona il linguaggio. È però forse quello che meglio sintetizza la sua idea di canzone: uno spazio in cui malinconia e ironia convivono, in cui la fragilità non viene nascosta e in cui anche una sfortuna apparentemente stupida può trasformarsi in una storia da raccontare. Perché la vita, come canta e suggerisce continuamente Fulminacci, succede. E succede sempre.
Fulminacci all’aperto, il tour estivo
- 23 Giugno – Sherwood Festival – PADOVA
- 25 Giugno – Flowers Festival – Collegno (TO)
- 26 Giugno – Pisa Summer Knights – PISA
- 28 Giugno – NosoundFest – Servigliano (FM)
- 02 Luglio – Sequoie Music Park – BOLOGNA
- 09 Agosto – Sei Festival – Melpignano (LE)
- 10 Agosto – Locus Festival – Locorotondo (BA)
- 12 Agosto – Sotto Il Vulcano Fest – CATANIA
- 21 Agosto – Alguer Summer Fest – ALGHERO
- 30 Agosto – Mantova Summer Festival – MANTOVA
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