Ho una notizia buona e una cattiva. La buona è che Neffa non ha chiuso i battenti, la seconda è che, se non siete pronti, beh, reggetevi forte. Ci troviamo dinanzi l’apparizione di un randagio riflessivo, che torna con la voce stanca ma lo sguardo illuminato. A pochi mesi dalla ritrovata voce rap di Canerandagio Parte 1, uscito l’18 aprile 2025 e accolto come un mistero disvelato, ecco finalmente incarnarsi il suo gemello: Canerandagio Parte 2. È un ritorno che non si accontenta di un’eco, ma cerca un respiro più ampio, un orizzonte che allarga con sicurezza il mondo sonoro aperto precedentemente.

La prima parte giunge come una notte costruita sui mattoni del rap, del soul e del funk: un ritorno tanto atteso quanto sfidante.
Neffa affonda le mani nella sua storia e riemerge con dieci brani sospesi tra epopea e imperfezione, tra l’eco degli anni Novanta e la curiosità di sguardi nuovi. L’intro è l’araldo: un loop caldo, un rap dichiarato, una spinta gentile a sentirsi di nuovo parte di quella conversazione lasciata in sospeso venticinque anni fa. Ma la notte ha sfumature: l’eleganza delle produzioni sembra contrastare con una voce che a tratti sussurra più che affermare, con metriche che paiono lievemente arrugginite, come se la lingua rap dovesse essere riscoperta su un terreno venerabile. Tuttavia, l’intelaiatura sonora tiene.
Le collaborazioni – quattordici ospiti, dalle leggende ai talenti più giovani – sono un coro polifonico che intercetta generazioni diverse. Emerge il Neffa che desideravamo: il maestro che si scioglie nella notte trasforma la tensione urbana in poesia sospesa. Quando Canerandagio Parte 1 è uscito, abbiamo tutti udito un grido. La voce di Neffa, da tempo assente dalla scena rap, che riaffiora roca, vissuta, eppure custodisce ancora una forza magnetica inattesa. E la sua voce è centrale e allo stesso tempo fragile, come uno sussurro che reclama ascolto.
In Littlefunkyintro si afferma con ironia quel titolo che lo ha accompagnato per anni: «mi chiamano maestro» riconoscendosi sì, per quel che è diventato, ma con la consapevolezza di chi ha camminato sulle proprie cicatrici. L’arroganza misurata di quel verso incarna il senso del ritorno: non ostentazione, bensì rivoluzione.
Il corpo dell’album si nutre di una coralità che decide di non essere semplice contorno, ma specchio di un dialogo generazionale.
C’è la cruda poesia con Noyz Narcos, un’esplosione notturna, grotta urbana dove il rap torna corpo e respiro; l’elegia crepuscolare di Bufera con Franco126, trasporta dentro un film noir italiano. Con Guè e Joshua ci regala versi che parlano di rivoluzioni interiori e ansie paterne, sospese su beat flirtanti con atmosfere dubstep; ogni featuring aggiunge un frammento, una tensione, un passaggio di testimone.
Questa fame di collaborazione rischia tuttavia di esporre il protagonista: quando Neffa prende la parola, talvolta emerge una voce logorata dalle pause, dalle imperfezioni metriche, come se il tempo avesse inciso sulla sua fluidità. Ma non è affaticamento, è scelta: mostrarsi intatto sarebbe stato tradimento. E in quei frammenti “arrugginiti” si percepisce verità, vulnerabilità, la poesia del guasto.
Allo stesso modo, alcuni tentativi di contaminazione – Argiento in napoletano con Lucariello e STE, o Hype con Fabri Fibra e Myss Keta – si allontanano dalla sua natura, lasciando un sapore sconosciuto. Ma persino lì c’è coraggio: sperimentazione che non vuole compiacere, ma esplorare territori incerti. Non mancano i momenti di luce: Tuttelestelle, con Ele A e Francesca Michielin, è respiro e speranza, una canzone in cui le voci si fondono e sembrano sciogliere il buio. È un attimo di gratitudine viscerale, una visione che muta la notte in alba.
In tutto questo contesto sonoro e testuale, Canerandagio Parte 1 racconta una riflessione sulla scena stessa
Neffa non si propone come custode del sacro, né come l’ultra-tradizionalista. Egli sta nel mezzo, osserva, accetta l’irrequietezza contemporanea, e prova a parlare con sincerità in un mondo rap che corre, rincorrendo tendenze effimere. È un disco che sfida l’ascolto confortevole, che chiede di essere riascoltato, metabolizzato, compreso non con orecchie distratte ma con la consapevolezza del tempo che passa, cambia, incombe.

Ecco allora “Canerandagio Parte 2”, non un’appendice ma una gemmazione naturale: un corpo che danza tra modernità e radici, che perfeziona ciò che la prima parte aveva solo seminato.
Le sonorità si fanno più contemporanee, più strutturate, ma restano permeate di quella maestria consapevole: Neffa affina i testi, li costruisce come loop e meccanismi metrici precisi, dove ogni parola è incastro ponderato e ogni respiro pesa. Se nella prima parte i versi sembravano gettati sul beat come in un’improvvisazione, qui il flow è meno selvaggio e più consapevole: rime che evocano immagini, atmosfere, visioni. È un piccolo film di dissolvenze e bagliori, dove l’immaginario surreale si intreccia con la carne viva di chi non smette di cercare un senso. La scrittura diventa persino geometrica: frasi che ruotano e si incastrano come cubi colorati, riflessi che moltiplicano i punti di vista.
Qui lo spettro si apre: synth più ariosi, batterie programmate che non si limitano al quattro quarti ma giocano con sincopi, stop improvvisi, aperture cinematiche. È come se Neffa avesse voluto trasformare la foga istintiva della prima parte in una sinfonia più ampia, capace di attraversare i linguaggi dell’hip hop contemporaneo senza mai smarrire la sua impronta funk e soul.
Anche le collaborazioni parlano un linguaggio più preciso: non semplici inviti, ma tessere di un puzzle narrativo.
L’apertura è un biglietto ferroviario lanciato in mano all’ascoltatore: un treno in corsa che parte con barre serrate e immagini cinematografiche, un invito ad accomodarsi e farsi trascinare dentro questo secondo viaggio. Poi l’atmosfera si fa più cupa in Biancoenero con Jake La Furia, un duetto tra due veterani che affondano in sonorità minimali e scure, caricandole di tensione: è un brano che sa di rivalsa, ma anche di solidarietà tra sopravvissuti della scena, dove la musica è l’unico rifugio che impedisce di crollare.
Insieme a Nayt apre invece al tema del cambiamento: il futuro come avversario invisibile, la vita contemporanea come corsa sfibrante. È un dialogo tra generazioni che si ritrovano sulla stessa ansia e sulla stessa ricerca di coraggio, come se Neffa avesse voluto dire a sé stesso e a chi viene dopo: non è il domani a dover cambiare, sei tu che devi affrontarlo. Accanto a Coez, il tono si fa intimo: una ballata sospesa, che racconta la relazione come contaminazione reciproca, come legame che si sporca di desiderio, nostalgia, dolcezza e veleno insieme. Qui la malinconia melodica si intreccia al rap, diventando cantautorato urbano, fragile e lucido allo stesso tempo.
Il cuore pulsante dell’album rimane però “Burnout“
Neffa tesse immagini surreali, riferimenti pop e schegge autobiografiche per dire la vita consumata dall’ansia, dall’insonnia, da una solitudine che diventa metafora di una generazione intera. ‹‹Missione suicida in un mondo che brucia›› non è solo un verso, è un pugno che squarcia la superficie: dentro la corazza di disillusione emerge la vulnerabilità di chi, pur smarrito, continua a cercare senso.
L’incubo prosegue con Deidellolimpo, dove la voce di Kaos diventa compagna in una discesa agli inferi. Le figure mitologiche – Ade, Ulisse, Medusa – diventano metafore dei mostri interiori, paure ataviche che assumono la forma di divinità ostili. È un brano claustrofobico, che si muove come una tragedia greca contemporanea, esercizio di stile e confessione di fragilità. E alla fine però, pur cercando di evitare ciò che ognuno di noi tenta – non riuscendoci mai – Neffa si misura con la complessità del presente: il caos della modernità, la spettacolarizzazione del reale, l’iperconnessione soffocante. Le rime si incastrano come un cubo colorato da risolvere, creando un flusso che alterna critica sociale, virtuosismo tecnico e autobiografia.
Poi l’ironia torna con forza insieme a J-AX
Unocomeme è un manifesto identitario, un inno all’unicità che diventa slogan, ma che sotto la superficie gioca con il concetto stesso di appartenenza e diversità in una scena spesso omologata. È il sorriso sfrontato di chi sa di avere una storia irripetibile. Di tutt’altra natura è il dialogo sospeso con Mahmood, due voci che si cercano nel vuoto di un amore finito, tra carezze mancate e silenzi dolorosi. Ogni parola qui pesa come un ricordo che brucia, ed è forse il brano più fragile e commovente del disco. La chiusura arriva con Addio, insieme a Salmo: una lettera postuma, una riflessione teatrale sulla morte e sulla memoria. Non c’è rimpianto, solo lucidità. È un requiem potente, in cui due interpreti diversi mettono in scena la stessa fine con sguardi opposti ma complementari.

Mi perdonerete – spero – per questa lunga e piuttosto dettagliata e puntigliosa operazione chirurgica dei brani presenti all’interno del disco, ma del resto a parlare è qualcuno che dopo 30 anni ha ancora fin troppo da dire, e noi abbiamo ancora fin troppo da ascoltare, da capire.
Un aspetto che rende “Canerandagio” un’opera ancora più significativa è la scelta di Neffa di curare in solitudine l’intera produzione.
In un panorama rap in cui la voce dell’mc è quasi sempre sostenuta da una batteria di beatmaker, qui c’è un artista che decide di farsi carico di ogni dettaglio sonoro. Non è una scelta di orgoglio sterile, ma la riaffermazione di una completezza rara. Neffa nasce batterista, conosce la grammatica del funk e del jazz, ha attraversato soul e pop, e tutto questo bagaglio confluisce in basi che non sono mai semplici tappeti, ma architetture armoniche vive.
Si sente il tocco di chi sa dosare groove e silenzi, di chi pensa alla batteria come un respiro e al basso come una linea narrativa, di chi costruisce aperture armoniche che tradiscono un orecchio allenato a linguaggi più ampi di quelli consueti nel rap. Il risultato è un suono che non frammenta, ma lega. È il marchio di fabbrica di un autore che non si limita a rappare sopra un beat, ma plasma ogni strato della musica come fosse parte della stessa identità.
Il viaggio fra le due parti, dunque, non è solo una transizione stilistica, ma anche un’evoluzione interiore.
È come assistere a un rito di passaggio: il cane randagio della prima parte – affamato, errante, con la voce roca – diventa nella seconda un animale che ha trovato un territorio, che conosce le proprie ferite e le trasforma in canto, in parola, in architettura musicale. E allora Neffa si rivela non solo come uno dei padri dell’hip hop italiano, ma come un artista completo, capace di attraversare generi, decenni e mode senza perdere identità.

Canerandagio non è un disco nostalgico né un esercizio di stile: è un’opera che respira del presente, che parla con le armi di chi conosce a fondo la musica nera, il soul, il funk, e sa trasfonderle nell’oggi senza sembrare fuori tempo. È personale, perché dentro c’è una voce umana, ferita e feroce. È analitico, perché ogni scelta stilistica diventa riflessione. Onirico, perché trasforma l’ascolto in un viaggio notturno, una città di beat e luci tremolanti da attraversare a occhi chiusi. È un’opera unitaria, capace di dialogare contemporaneamente con il passato e con il presente della musica urbana italiana.
Non entra nella dialettica trap vs old school, non cerca di fare la caricatura del passato né di inseguire il presente.
È un disco “fuori dal tempo”, che mette in difficoltà gli ascoltatori abituati a prodotti facili. È un album che non cerca playlist, ma ascolto profondo. In questo senso Neffa si conferma non solo artista, ma anche “coscienza critica” del rap italiano, capace di ricordare alla scena che la vera forza non è la moda, ma la sostanza. Il concetto di “cane randagio” non è solo un titolo, ma una metafora che attraversa l’opera: Neffa si racconta come un artista che non appartiene più a nessun recinto preciso. Non è solo rap, non è solo pop, non è solo soul. È randagio perché non si fa addomesticare dalle etichette e nemmeno dal mercato. Questo è il filo che lega i due capitoli di un visionario album/romanzo di formazione.
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