Dalla musica ci aspettiamo sempre moltissimo. Ci aspettiamo che ci tenga compagnia nei momenti in cui non riusciamo a stare da soli, che ci conforti, che sappia dire le cose che noi non riusciamo a formulare. Pretendiamo che traduca i nostri sentimenti, che dia un nome a pensieri confusi, che riesca addirittura a dare forma a quelle sensazioni indefinite che spesso sentiamo nel corpo prima ancora che nella testa. Eppure, forse, la musica diventa interessante proprio quando smette di fare quello che ci aspettiamo da lei. Quando sfugge alle regole, quando rompe i codici e distrugge le forme prestabilite della comunicazione. È proprio in questa iconoclastia del linguaggio che la musica riesce ancora a sorprenderci. È quello che mi è successo ascoltando Sincero!, il nuovo disco di Rareș uscito il 15 maggio.
Un lavoro che sembra muoversi continuamente in bilico tra semplicità e profondità, tra fragilità e istinto. Rareș non utilizza le parole per costruire definizioni nette o per dare risposte: le alleggerisce, le piega, quasi le svuota, per riuscire paradossalmente a dire qualcosa di ancora più vero.
La chiave di tutto, forse, è già nel titolo di una delle canzoni più riuscite del disco: “Robina”. Una parola quotidiana, quasi sciocca. “Robina”, “robetta”: termini che nel linguaggio comune usiamo per ridimensionare qualcosa, per renderlo innocuo, leggero, persino superficiale. E invece è proprio lì che il disco trova la sua verità più potente. Perché attraverso una parola apparentemente insignificante Rareș riesce a descrivere qualcosa di enorme: quella sensazione indefinibile che si muove dentro al petto, il vuoto improvviso che ti assale, l’inquietudine che ti toglie il sonno, quel dolore senza nome che non riesci davvero a spiegare a nessuno.
C’è, in queste 14 tracce, una continua ricerca dell’umano nella sua forma più vulnerabile, contraddittoria e istintiva.
Perché dentro questo disco l’amore viene raccontato come una condizione profondamente fallibile e primordiale. Una dimensione in cui torniamo quasi animali: creature che cercano rifugi, vicinanza, comprensione, affetto. Persone che costruiscono case emotive, nidi, baracche, pur di non sentirsi sole. E proprio per questo, nell’amore, finiamo inevitabilmente per mostrarci vulnerabili.
Rareș sembra interessato soprattutto a quel momento in cui le sovrastrutture crollano. Quando smettiamo di essere categorie, ruoli, definizioni, e torniamo semplicemente corpi che desiderano essere accolti. È un disco pieno di animali, bambini, immagini spontanee, perché parla continuamente di quella parte di noi che esiste prima delle regole, prima delle aspettative, prima ancora del linguaggio stesso. Ti consegna qualcosa di piccolo, intimo, quasi impercettibile – una “robina”, appunto – che però, nel momento in cui la ascolti, diventa universale.
Lo abbiamo intervistato.

In “Sincero!” sembri trattare la sincerità come qualcosa di difficile da raggiungere, non come una qualità spontanea. Cos’è per te la sincerità oggi e qual è il rovescio della medaglia?
Sto provando a essere sincero nella musica, dentro il disco e, in realtà, anche nella vita. Questo perché mi confronto, nella mia vita e in quella degli altri, con momenti in cui la sincerità è a volte la cosa più difficile e, allo stesso tempo, la più importante. Secondo me la sincerità si esprime nel coraggio di prendersi le proprie responsabilità, anche quando determinate condizioni lo rendono difficile.
Però il lato bello della sincerità è che crea un ecosistema di leggerezza nella propria vita e mi sembra che sia un po’ il motore su cui poi si può basare qualsiasi relazione, qualsiasi rapporto umano sereno. La sincerità è stata davvero un tema di ricerca importante, perché restituisce tantissimo, ma è molto difficile da ottenere. E io non credo di averla ancora ottenuta.
Questo disco si chiama così da anni. Ancora prima di scriverlo sapevo che ci sarebbe stato bisogno di essere sincero, perché il primo brano che ho scritto era “Sincero”. In qualche modo il programma del disco era già lì, anche se in maniera più criptica, perché quel pezzo ha già tre anni. Però secondo me diceva già quello che doveva dire. Arrivare a parlare, arrivare a dire il vero, è la cosa più importante sia di questo disco sia della mia vita.
“Giorni di sole” più che una canzone d’amore sembra quasi una riflessione sul bisogno umano di sentirsi al sicuro. Ti interessa raccontare come le persone costruiscano anche delle identità per non sentirsi sole?
Questa canzone è molto bella perché rappresenta un equilibrio perfetto fra me e il mio amico e collega Jacopo. Noi abbiamo scritto molto insieme e questo pezzo è proprio un risultato molto cristallino di quel rapporto. Le prime due strofe le ha scritte Jacopo, mentre il ritornello e la terza strofa li ho scritti io, però il brano è nato insieme.
Da un lato racconta esattamente quello che dici tu, dall’altro racconta il “dopo”, il post: il fatto che volevamo stare bene insieme e forse avevamo bisogno l’uno dell’altra. Però tutto questo non è bastato.
Proprio ieri stavo riguardando Twin Peaks e pensavo a una frase che dice Harold: «Ci sono cose che non si possono trovare da nessuna parte». A volte siamo convinti di poterle trovare nelle altre persone, ma non è così. Quella frase mi ha colpito molto, perché mi sono reso conto che alcuni brani del disco, tipo “Giorni di sole”, hanno proprio questa sostanza qui: il desiderio di stare vicini oltre ogni limite, oltre ogni bene e oltre ogni male, di aiutarsi, di provare ad aggiustarsi a vicenda. Però poi non solo non è servito a niente, ma quella dinamica è diventata addirittura la chiave della separazione.
Secondo me questo brano parla proprio dell’illusione che stando più vicini si possa fare qualcosa in più. Invece, a volte, è proprio quella vicinanza a diventare paradossalmente una causa di separazione.

“C’è una robina che si muove dentro al petto” è un’espressione quasi infantile per descrivere qualcosa di grande. Ti affascina l’idea che le emozioni più profonde siano anche quelle che il linguaggio comune fa più fatica a tradurre in parole?
Sì, assolutamente. In qualche modo noi non parliamo davvero: le conversazioni più belle spesso sono anche le più profonde e, proprio per questo, le più difficili. Dipende tantissimo anche dall’interlocutore.
Credo che quello che provo a fare io nella mia vita sia mostrarmi vulnerabile, quando sento che è il momento giusto, e parlare nel modo più semplice possibile. Questo non significa che tutto possa essere semplificato, perché a volte le parole della vita quotidiana non bastano. Però, quando si può, dire le cose nella maniera più semplice possibile è già tantissimo.
“Robina”, poi, è una parola che uso davvero spesso. Credo venga anche dal veneziano: si dice molto “roba”, “robetta”, “robina”. Quindi non c’è stata una ricerca particolare, non volevo trovare il claim perfetto. È uscita così perché è proprio il mio modo di parlare.
Però nel quotidiano pensiamo a frasi come “ti voglio bene” o “ti amo”: sono cose gigantesche, che a volte usiamo con una superficialità devastante. Basterebbe metterci un po’ più di intenzione, secondo me.
In “Strappacuore” è come se tu cercassi di riportare il desiderio a una dimensione precedente, infatti dici “prima dell’amore”. E dai voce ad un bambino. Hai la sensazione che ogni esperienza importante ci renda inevitabilmente meno innocenti?
Secondo me qui c’è una triangolazione molto bella di cose. Per esempio, l’esserino che parla è un bambino, non una bambina. Però è bellissimo che venga percepito diversamente, perché c’è un momento in cui le cose si confondono nel senso più bello del termine.
Prima di essere “formati” siamo un po’ tutto insieme. Siamo piccoli, siamo in potenza. In quella fase lì siamo puri sotto tanti punti di vista: nel desiderio, nel genere, in quello che vogliamo esprimere.
Io ho usato quegli audio perché sono audio miei, familiari, estremamente intimi. E il senso era proprio questo: c’è un momento in cui l’amore non ha ancora sfaccettature, non ha condizioni, non ha lati nascosti. Tu mi ami semplicemente perché esisto. Non perché io possa fare qualcosa per deluderti oppure per farti stare meglio.
Per contrasto, il disco parla sempre di amore romantico. Però esiste un momento – prima dell’amore e, più in generale, prima della vita adulta – in cui secondo me siamo stati tutti più tranquilli.
Mi capita spesso, guardando serie o film, di pensare ai personaggi più crudeli come bambini. Mi chiedo sempre com’erano prima di diventare così. Perché secondo me esiste sempre un momento precedente, in cui non siamo né buoni né cattivi, né innamorati né disinnamorati, né illusi né disillusi. Siamo solo bambini, e le cose sono più pure.

In “Senza confini” dici “non siamo maschi e neanche femmine”. In questo brano le identità sembrano diventare instabili, quasi impossibili da definire. Ti interessa mettere in discussione le categorie con cui normalmente leggiamo le persone?
A me interessa molto la condizione umana. E la condizione umana passa inevitabilmente attraverso cose che non sono binarie, che non possono esserlo. Ci sono tantissime cose che non si esprimono semplicemente in A o B, in 1 o 2.
Detto questo, la questione di genere non è propriamente il tema centrale del disco, perché l’esigenza primaria non era parlare di quello, quanto piuttosto dell’amore, della fenomenologia dell’amore. Però sì, in qualche modo non mi interessano troppo i generi, non mi interessano le categorie. Ogni persona è un’isola e anche quell’espressività identitaria ha il suo senso, il suo perché.
Sostengo totalmente tutte le cause e tutte le ricerche personali: ognuno deve poter andare dove vuole. Se nel disco esiste anche questa lettura, io ne sono contentissimo.
Parlo però in maniera molto stretta di me stesso, perché sono domande che mi faccio da anni e che continuo a farmi. È una ricerca che riguarda me, ma mi rendo conto che possa essere letta anche in questo senso.
Hai l’impressione che oggi facciamo fatica a vivere i rapporti anche perché siamo quasi ossessionati dalla loro possibile fine?
Sì, oggi c’è qualcosa che non funziona. O meglio: siamo tarati su aspettative costruite sia da come sono sempre andate le cose – la famiglia, l’impostazione familiare della maggior parte di noi – sia dalla velocità della vita contemporanea, dal dover andare, fare, lavorare, vivere città come Milano.
Secondo me tutto questo si riflette inevitabilmente anche sul modo in cui viviamo i rapporti. Io percepisco questo momento storico come una crisi.
Io sono il primo che dovrebbe tornare in terapia. Questo disco l’ho scritto come una sorta di terapia e in parte l’ho vissuto: dentro ci sono storie mie e storie di amici, quindi mi riguarda direttamente. E sinceramente non credo che la mia vita affettiva sia sana, altrimenti non avrei scritto un disco in cui provo continuamente a curare, a sistemare le cose.
Però sì, c’è qualcosa che ci impedisce di vivere serenamente l’amore. E una grossa parte di questo problema sta nelle aspettative che abbiamo verso l’amore stesso. Sto capendo pian piano che prima bisogna un po’ completarsi da soli e solo dopo si può davvero condividersi con qualcuno. Non il contrario.

Com’è nata la collaborazione con Faccianuvola in “Hanno previsto pioggia”?
Ale è uno dei miei amici più recenti. Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna di conoscere musicisti incredibili: Faccianuvola, Lorenzo Travaglini, Pietro Vicentini, Giorgio Manzardo, Giovanni Truppi. Questa canzone nasce proprio da quello: dal vedersi, cenare insieme, parlare, ascoltarsi i dischi a vicenda.
Io ricordo ancora quando Ale mi fece sentire in anteprima L’estate della nostra prima gioventù: era un momento molto difficile per me e ascoltai quel disco tutto d’un fiato, piangendo. Da lì mi sono innamorato artisticamente di lui.
“Hanno previsto pioggia” rischiava di non uscire mai. Io lo stavo quasi buttando via. Glielo faccio ascoltare e lui mi dice: «Guarda che se tu non metti questo pezzo nel tuo disco, lo prendo io». In qualche modo mi ha spinto lui a crederci. Poi lui ci ha cantato sopra e lì me ne sono innamorato di nuovo anch’io. So che senza questa collaborazione probabilmente il pezzo non sarebbe mai uscito. E adesso invece è uno dei miei preferiti.
La copertina del disco sembra quasi un volto deformato. Io ci ho letto la volontà di guardare in due direzioni contemporaneamente. Tu cosa ci vedi?
Per me è una testa che fa “no”. Ci sono i tre nasi e quel movimento da fumetto che suggerisce il giro della testa.
E quel “no” mi sembra quasi un “no” da bugia. Mi faceva sorridere l’idea di avere in copertina qualcuno che dice “no” su un disco che si chiama Sincero! Come se stesse mentendo, oppure negando qualcosa, come se fosse un po’ in crisi. Però mi piace molto che sia una copertina aperta, che lasci spazio alle interpretazioni.
Nel disco gli animali sembrano quasi comportamenti umani travestiti. Ti interessa raccontare le relazioni come qualcosa di profondamente istintivo?
La risposta più sincera è che non ci penso davvero quando nomino un animale. Lo faccio perché sento che quell’immagine, in quel punto, è giusta. Forse hai ragione tu quando parli di istintività. Non solo nel descrivere certi comportamenti, ma anche nel modo in cui io stesso uso quelle immagini.
Io amo moltissimo gli animali. Credo che gli animali, come i bambini, abbiano questa capacità di mostrarsi senza filtri. Se un cane vuole farti capire che è arrabbiato, non te lo nasconde. E un bambino è uguale.
Mi sento molto vicino a loro. E in effetti non avevo mai realizzato quanto tornino spesso nei miei pezzi, ma sì, ce ne sono tanti. Anche nei miei dischi precedenti. Se potessi accarezzerei uno scorpione.
Qual è la canzone che avresti voluto scrivere e che non è tua?
Non riuscirei a rispondere con un solo pezzo. Ce ne sono tantissimi. Avrei voluto scrivere tutto il disco di Ale (Faccinanuvola) oppure tutto l’ultimo EP di Iako. Però se devo pensare a qualcosa che mi ha davvero formato, direi sicuramente Pop X. Per me è stato un visionario. Se penso a qualcuno che abbia davvero aperto un immaginario in Italia, penso a lui. Avrei voluto scrivere una delle sue canzoni più emotive tipo “Motoretta”.

Rareș in tour con “Sincero!”
22.05 Milano – MI AMI Festival- 03.07 Bologna – Montagnola Republic
- 10.07 Modena – Crocetta Festival
- 11.07 Santa Sofia (FC) – Rumors Fest
- 24.07 Rapolano Terme (SI) – TvSpenta dal Vivo
- 25.07 Ome (BS) – Diluvio Festival
- 31.07 Sala Consilina (SA) – Fritz Festival
- 08.08 Rivello (PZ) – Polifonie Music Festival
- 09.08 Decollatura (CZ) – Lyra Music Fest
- 22.08 Marina Romea (RA) – Bagno Polka
- 1X.09 Trento – XXXXXX Festival
- 20.09 Roma – Romaeuropa Festival
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