Oggi scoprire nuova musica dipende molto dagli algoritmi, quelli delle piattaforme su cui la ascoltiamo ma anche quelli dei social. Gli algoritmi però sanno coccolarci, imparano a conoscere i nostri gusti e ci chiudono spesso in delle bolle confortevoli in cui finiamo per ascoltare sempre le stesse cose. Uscirne non è facile: scoprire che magari ci piacciono anche cose che fino a ieri non avremmo ascoltato non è contemplato. A noi arrivano tante proposte, centinaia di mail che propongono gli ascolti più disparati. Tentiamo di ascoltare tutto o quasi. E da questo lavoro manuale, da questa cernita fatta di contatti, lettura, informazioni, da un po’ di tempo teniamo su la rubrica “Nascosti in piena vista“. Qui raccogliamo quei dischi che (forse) non sono entrati nel tuo algoritmo, ma che meritano il tuo ascolto. Questi sono 5 dischi che probabilmente ti sei perso a Maggio 2026.
“Paolo Santo Superstar” di Paolo Santo

Un gioiello di raffinatissimo pop che in sette tracce riesce a tenere insieme immagini, personaggi, storie e anche una sorta di concept spirituale della memoria. Le canzoni di “Paolo Santo Superstar” funzionano sapendo alternare tutte le sfumature del pop con una sottesa attitudine cantautorale. Il titolo, la grafica della copertina, l’aspetto dell’autore, rimandano a quell’altro gioiello degli anni Settanta, Jesus Christ Superstar che ha rivoluzionato la cultura di quel periodo. Il Paolo bambino ne rimase folgorato da subito. Pensò di approcciare alla creatività e all’arte come un palcoscenico anarchico senza ancora sapere bene in che contesto sviluppare il suo talento. La strada a un certo punto diventò la musica.
Paolo Santo, però, prima di arrivare a questo disco, sua riuscitissima opera prima, ha scritto per altri. E non canzoni qualsiasi. Ha collaborato a una serie di hit, di quelle che hanno contribuito a tenere in alto carriere come quelle di regine e di re delle classifiche. Un paio di esempi su tutti? Annalisa e Tananai, ma ce ne sono tantissimi altri. Non solo, Paolo è anche figlio d’arte, perché al suo nome va aggiunto Antonacci per cognome. Detto questo, va sottolineato il coraggio di Paolo di saltare quasi da un estremo all’altro e dai cui, forse, non potrà più tornare indietro. Ma questo lo vedremo.
Certo è che in questi brani sembra raccontare anche molto di sé, del suo mondo interiore e spirituale. Alterna sonorità accattivanti, come l’open del disco Bolognese Spaghetti e La Torre di Babele (in cui ricorda un po’ il Silvestri o il Gazzè a cassa dritta), con atmosfere più intime e riflessive, come in La Crisi Dopo i Tre e La Voglia, fino alla affascinante Zombie. Quando trova questa quadra un musicista lo avverte e difficilmente molla la presa. Più che un esperimento ben riuscito questo disco somiglia più a un primo passo verso una nuova direzione per Paolo Antonacci.
Ernesto Razzano
“Radici” di Bea

Legame con il passato e tentativo di orientarsi in un presente complesso e pieno di incognite. È questa la chiave di lettura di “Radici”, primo EP di BEA, cantautrice romana, edito da Sun Village/Alpaca Music. La scrittura di Beatrice Coltella è emotivamente calda e riflessiva, capace di trasformare esperienze quotidiane in immagini intime e condivisibili. La nostalgia e la voglia di emergere evocate dal titolo sono tappe di vita che vanno nutrite e riconsiderate ogni giorno alla luce della crescita personale che ogni esperienza ci propone. Tutto questo trova terreno fertile nella naturale inclinazione soul e r’n’b della sua voce, decisa e combattiva.
La direzione musicale di Ainè si sente sia nelle armonie che nell’approccio vocale: la cantautrice romana assimila e rielabora le pregevoli coordinate stilistiche dell’artista concittadino, donandole tutte le sfumature di una nuova generazione capace di parlare senza timori di essere fraintesa. Radici ha una neanche troppo celata ambizione estetica internazionale (anche qui l’esperienza di Ainè è al servizio di BEA) senza dimenticare la dimensione romana dell’artista e provando, in circa venti minuti di musica, a lasciare un piccolo segno in un territorio (quello del neo-soul italiano) spesso colpevolmente lontano dai percorsi più battuti da pubblico e critica.
Traccia da segnalare: Distanze. Un brano che vede la collaborazione del già citato Ainè e di Davide Shorty, a maggior riprova di una scrittura capace di mettere in dialogo sensibilità musicali differenti.
Francesco Pastore
“Jacopo Martini” di Jacopo Martini

Più che un disco omonimo, “Jacopo Martini” di Jacopo Martini sembra un autoritratto dandy in musica, in giacca e sigaretta, dopo l’era Jacopo Planet, il progetto con cui aveva esordito anni fa. Già la cover suggerisce un’attitudine elegante e romantica che attraversa tutto l’album, sia in musica che nelle parole. Centrali sono, come si percepisce dal cuore rosso fuoco, del resto, i sentimenti, espressi con discrezione, accennati più che dichiarati apertamente. Ma non posso negare che, se fossi la persona a cui è dedicato questo disco, arrossirei parecchio dall’inizio alla fine. Anche perché queste canzoni sembrano fatte apposta per quel territorio in cui il desiderio è ancora possibilità.
Musicalmente, va da sé che siamo all’opposto delle produzioni pop perfettamente levigate e computerizzate. Qui tutto suona naturale e mai artefatto: armoniche, chitarre, sfumature soul, qualche eco jazz, a cui si aggiungono estensioni vocali che contribuiscono a riempire un’atmosfera comfy. Effettivamente mi colpisce che un disco così sia quasi nascosto, ma sono convinta che, in anni meno dominati da strategie di distribuzione musicale, sarebbe uno di quei vinili che finirebbero spesso sul giradischi quando si vuole creare atmosfera o semplicemente stare comodi a casa, in relax.
Cambierò (la luna piena) è la traccia che più di tutte mi ha restituito tutta questa sensazione.
Claudia Verini
“Ci siamo persi” di Zanóner

Dopo l’uscita, lo scorso marzo, del suo primo EP (dal titolo “Ci siamo”), Zanóner – accentato acuto, sulla o – ci propone, intervallata da due mesi di tempo, la seconda parte di quello stesso lavoro, decostruendone per certi versi il significato originale. “Ci siamo persi” pone infatti l’accento, altrettanto acuto, sullo smarrimento confuso di chi dopo un punto mette una virgola senza sapere però quale fine avrà la frase che si accinge a scrivere. Cifra stilistica del cantautore trentino è infatti un’intimità trascinata lungo note imploranti e, parrebbe, perennemente incomplete. Forse è proprio la tormentata repulsione per i “compimenti” a pennellare ognuno dei cinque brani contenuti in questa chicca discografica immancabilmente autoprodotta.
Zanóner canta l’amorevole premura che anima ogni nostro tentativo di ricomporre le tessere di vite ogni giorno più imperfette, accompagnandosi con giri di chitarra che diventano riconoscibili già dal secondo ascolto. Ma la verità è che gli esseri umani, quando se ne vanno, sono destinati a lasciare incompiute tutte le cose, siano esse progetti di vita più o meno importanti oppure quei libri appoggiati sul comodino come un rituale quotidiano cui aggrapparci.
Zanóner dà voce, musica ed espressione alle cose perdute, ai rituali che le incatenano a noi e al coraggio, infine, di lasciarle andare. Un coraggio che esplode di colore negli ultimi due brani, epifanie meno malinconiche e più trasognanti. Nel mezzo, un cantautore da tenere d’occhio, soprattutto per la profondità con cui esplora sonorità acustiche e sperimentali, in un pattern di significati che ha a che fare con il mondo naturale e con la familiarità filosofica di chi s’interroga costantemente sul (non)senso di ciò che vede.
Monica Malfatti
“Al centro di tutto, lontano da tutto” di Roberto Casanovi

La musica di Roberto Casanovi è atipica. Entra in punta di piedi, non disturba, ringrazia chi le dedica del tempo. In un universo dove, talvolta, l’unica àncora di sopravvivenza sembra urlare, il cantautore genovese propone qualcosa che sta agli antipodi. I suoi brani sono immaginifici. Ci sono universi ancora da scoprire, animali, commovente ingenuità.
Al centro di tutto, lontano da tutto è un EP breve: cinque pezzi, poco più di dieci minuti. I suoni sono distorti, la voce ammantata da un riverbero che a un primo ascolto rende più complessa la comprensione dei testi. Ma in realtà, è un espediente per teletrasportarsi altrove, e partecipare a un’esperienza d’ascolto che, alla fine, si rivela catartica nel suo offrire un altrove più felice.
Apre il disco Al centro di tutto, un canto dedicato ai portuali di Marsiglia che hanno bloccato un carico di armi diretto a Israele. Che, vedi, alla fine non è tutto inutile. Un amore come questo narra tutte le forme che l’amore dovrebbe (e non dovrebbe mai) assumere. Futuro è il brano più analogico e minimal del disco, ossimorico nell’affermare che il futuro è una certezza. Festival è la traccia più estiva, tra sorprendenti lineup per cui vale la pena prendere il biglietto e quella intrinseca felicità che solo i festival sanno dare. Che si mischia alla consapevolezza che siamo giunti a un’altra edizione, e un altro anno è passato.
Al centro di tutto, lontano da tutto ci ricorda che il cantautorato funziona nella misura in cui la sensibilità di chi compone riesce a incastrarsi con quella di chi ascolta. E che basta cercare un po’ più in profondità, per scovare dove riconoscersi.
Filippo Colombo
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