Ascolto spesso Matteo Alieno mentre vado in bicicletta. E più lo faccio e più mi rendo conto le sue canzoni sembrano fatte per questo tipo di movimento distratto, per quella zona mentale che sta tra l’attenzione e la deriva. Pedalando succede una cosa curiosa: la città smette di essere un luogo e diventa una sequenza di inquadrature e le canzoni una specie di coscienza fuori campo. La scrittura di Matteo Alieno prende situazioni infantili, quasi goffe, verruche, piselli, pesci lessi, amici cretini, e le usa come espedienti, imprevisti nella trama che ti strappano un sorriso, dopo averti punto. I testi del suo secondo album “Stare al mondo” uscito lo scorso 27 marzo, funzionano come piccoli sabotaggi del linguaggio serio.
Matteo introduce una forma di pensiero laterale, quasi comico. Un modo per dire che le cose importanti raramente si presentano con la gravità che ci aspetteremmo. Prendiamo una delle sue intuizioni: il peso non appartiene alle cose; appartiene alla configurazione delle relazioni in cui quelle cose vengono vissute.
Questa logica relazionale attraversa anche una delle immagini più apparentemente assurde del suo repertorio: il tonno che nuota in tondo.
In superficie sembra una metafora di fatalismo — la creatura che sa di finire all’amo. Il movimento circolare del tonno non rappresenta la sconfitta ma la condizione elementare dell’esistenza: una vita che procede dentro traiettorie di cui non controlla né l’origine né la destinazione. Il desiderio dello scoglio, allora, non è una fuga dal destino ma un’interruzione momentanea della sua inerzia — il punto in cui la traiettoria biologica incontra una possibilità relazionale: darsi una tregua, stare con qualcuno.
Lo stesso tipo di spostamento avviene nel modo in cui i suoi testi trattano la competizione. In Chi vince che vince non interessa stabilire chi abbia successo. La domanda vera è: se la logica della vittoria sia sensata in un sistema in cui la corsa precede il motivo della corsa stessa. L’immagine del “mare di gente che spinge” descrive una dinamica quasi meccanica in cui il movimento collettivo produce la propria giustificazione. Non si corre per arrivare da qualche parte: si corre perché il campo è già saturo di movimento.
Il risultato è un lavoro che produce una specie di vertigine lieve: la sensazione che molte delle coordinate con cui interpretiamo il mondo – successo, direzione, centralità – non siano così solide come pensiamo. Da questa piccola instabilità introdotta dentro il linguaggio ordinario, nasce la conversazione che segue.

Hai intitolato questo disco Stare al mondo. A un certo punto, però, dici: “Nessuno sa stare davvero al mondo, tranne forse chi non capisce niente”. Allora ti chiedo: pensi che capire, e questa necessità spasmodica di capire, sia diventata più un problema che una risorsa?
Sì, penso di sì. Soprattutto in un momento storico in cui è molto difficile distinguere la verità dalle bugie. Un conto è provare a capire e arrivare poi a una conclusione oggettiva.
Però mi rendo conto che spesso, su molti temi — che poi sono anche molto importanti e profondi — è difficile comprendere davvero le ragioni o la verità che stanno dietro ad alcune notizie, o in generale ai cambiamenti di rotta repentini che vive il mondo.
Quindi secondo me, in questo momento, non dico chi capisce, ma proprio chi cerca di capire, chi vuole capirci qualcosa, soffre di più. Perché è un momento in cui è difficile arrivare a un punto, a un capolinea della ricerca.
Mi viene da dirti che nessuno sa stare al mondo tranne chi non capisce niente, perché in fondo, dato che in questo mondo non si capisce niente, chi non capisce o chi non vuole capire probabilmente è più felice.
Ma il “non capire niente”, secondo te, è assenza di consapevolezza?
Sì, in parte è un’assenza di consapevolezza, ma in parte è anche una mancanza di volontà di approfondimento. Ed è proprio questo secondo aspetto che personalmente mi inquieta di più. Se una persona non è consapevole di certi meccanismi perché non ha avuto gli strumenti o il contesto per comprenderli, non lo considero un problema.
Il problema nasce quando qualcuno sceglie deliberatamente di non interrogarsi sulla realtà, di non approfondire, di vivere l’esistenza in modo completamente passivo. Non è tanto una questione che mi riguarda a livello personale, perché ognuno è libero di vivere la propria vita come preferisce. Ma viviamo tutti nello stesso mondo, e le scelte di un individuo inevitabilmente hanno conseguenze anche sulla collettività.
Al di là di questo, penso che sia pericoloso non interrogarsi mai su nulla, perché il mondo in cui viviamo non offre soluzioni sicure o percorsi già tracciati. Senza una minima forma di consapevolezza diventa molto facile vivere in balia degli eventi.

Nella canzone Il protagonista, il tuo ruolo è un po’ decentrato: ti defili. Ti chiedo quindi se è un modo per osservare meglio le cose, per essere una sorta di narratore onnisciente, per nasconderti.
Sicuramente più la seconda. Preferisco nascondermi, anche dentro di me e nei miei pensieri, nelle mie sensazioni. Il dialogo interiore è comunque un modo per starmi vicino, in generale, in tutto quello che affronto.
Parli spesso di punti di riferimento: casa, lavoro, stabilità. Crescere una volta significava avere stabilità Oggi, secondo te, diventare adulti significa accettare la precarietà in cui siamo immersi oppure provare a combatterla?
Però penso che, almeno per quanto riguarda me — perché anche io sto diventando adulto e devo capire come affrontare la precarietà — nel mio lavoro la fortuna è che è sempre stato un lavoro molto precario. Non ho mai avuto uno storico di stabilità.
Fin da piccolo mi hanno sempre detto: «Va bene, fai musica, però sappi che sarai tutta la vita in bilico». Mi rendo conto però che molte persone che conosco, che avevano scelto una strada promessa come stabile, oggi si ritrovano con le stesse preoccupazioni che avevo io quando mi dicevano di non fare musica perché avrei avuto una vita instabile.
Io credo che la società occidentale sia ormai arrivata alla fine. Non lo dico da analista, ma proprio da osservatore. E penso sia una cosa che venga studiata da persone molto più preparate di me. Credo che questo momento di instabilità possa suggerirci di sfruttare, tra virgolette, alcune libertà che la società ci offre, per trasformarle in occasioni di ricerca su se stessi.
Secondo me purtroppo non stiamo arrivando in un momento in cui bisogna cercare la stabilità in modi diversi. La si può trovare magari in un modo alternativo di vivere, nel porsi obiettivi differenti, nel riprogrammare un po’ la mente e i sogni. Non stare a pensare: devo soffrire dieci anni per avere un posto fisso, perché quel posto fisso potrebbe rivelarsi poi un buco nell’acqua, e quindi magari hai sofferto dieci anni inutilmente.
Da un lato è triste, dall’altro però può essere anche l’occasione per chiedersi che cosa si vuole davvero fare per passione. Perché ormai tutti i lavori e tutte le vite sono precarie, quindi non ha più senso dire: «Faccio questo perché mi offre una sicurezza maggiore rispetto a quest’altro».

In Tonno parli di scogli, del bisogno di trovare uno scoglio su cui fermarsi a riposare. Nella vita reale qual è il tuo scoglio? Il posto, la persona, il luogo dove ti senti finalmente fermo?
Il posto in cui mi sento davvero felice, nel presente più pieno, è sul palco, durante i concerti. Lì mi sento proprio teletrasportato nel presente assoluto, senza preoccupazioni o ansie di alcun tipo.
Quindi, diciamo che lo scoglio forse è proprio il palco. Però, al di là di questa risposta un po’ da artista bohémien, una cosa che mi preoccupa davvero è il destino delle persone a cui voglio bene. Se potessi parlare con Dio gli chiederei di far stare bene tutte le persone a cui tengo. A quel punto, se mi dicesse di sì, sarei tranquillo.
Hai detto che questo è il disco che da piccolo avresti voluto ascoltare. Se lo avessi ascoltato allora, secondo te che cosa sarebbe cambiato rispetto a oggi?
Sicuramente avrei capito prima che lavorare su se stessi per costruire qualcosa di proprio — un mondo proprio — porta dei risultati nella vita.
Ne sarei stato molto felice, perché io l’ho sempre vissuta con tante insicurezze. Fin da piccolo mi sono sentito un po’ escluso dai compagni di classe e avevo la sensazione che, per stare bene, avrei dovuto costruirmi un mio contesto, per non sentirmi sempre fuori contesto.
Quello che mi ha dato di più la musica — al di là del fatto che funzioni o non funzioni — è stato proprio questo: attraverso una mia passione ho conosciuto persone più simili a me. E quindi non mi sono più sentito fuori posto.
Credo che mi sarei reso conto prima che, perseguendo una mia passione, avrei incontrato persone senza le quali, inevitabilmente, non si può fare un disco. La musica si fa insieme.
C’è una cosa importante che voglio specificare: spesso pensiamo alla vita solo in termini di storia. Io invece la spiego così: si può vivere la vita come storia oppure come geografia. Di solito pensiamo alla storia: ascolto il disco del futuro e dico «Ok, sono riuscito a fare qualcosa di bello». Questo è il punto di vista storico: c’è l’ambizione, il sogno, il risultato.
Ma c’è anche il contesto geografico, che è altrettanto importante. Cioè dire: questa cosa mi ha permesso di muovermi insieme ad altre persone, dentro una collettività in cui sto meglio. E questa cosa, secondo me, è molto più importante del risultato. Io sinceramente tutti i piccoli risultati che ho ottenuto finora quasi non me li ricordo. Non ci ho mai più pensato.
Invece il fatto di vivere in un contesto più piacevole, più gentile, è la cosa che personalmente mi ha aiutato di più.

La fragilità oggi è diventata quasi un linguaggio condiviso, soprattutto nella musica. Secondo te può essere letta come un segno di maturità collettiva oppure c’è il rischio che diventi una posa?
È difficile rispondere. Secondo me — ma è solo una mia opinione — entrambe le visioni sono valide. Ho amici che, grazie alla fragilità, hanno scoperto sfumature dei propri sentimenti e sono migliorati nel modo di stare al mondo, vivendo più serenamente.
Ma ho visto anche persone cadere nel pozzo delle proprie domande senza riuscire più a uscirne.
Quindi, oltre al rischio che la fragilità diventi una posa estetica, esiste anche il rischio che diventi una sorta di abitudine. Se ci si identifica troppo con la propria fragilità, a un certo punto può diventare difficile trovare la forza per superarla.
Siamo la generazione più connessa della storia e, paradossalmente, una delle più sole. Secondo te la tecnologia ha cambiato il modo in cui stiamo soli insieme? Che rapporto hai tu con i social?
Sicuramente percepisco molto questa solitudine. Però credo che i social siano anche cambiati nel tempo. All’inizio avevano l’ambizione — anche se forse fittizia — di connettere le persone. Adesso invece sono diventati puro intrattenimento. Se ci fai caso, le persone che non ci lavorano con i social, che non hanno bisogno di esporsi per lavoro, non pubblicano quasi più niente.
Secondo me si è smascherata la loro vera intenzione: tenerti incollato lì il più possibile e renderti sempre più target per la pubblicità.
Se sopravviveremo come civiltà — e non ne sono nemmeno così sicuro — e se in futuro saremo migliori, credo che ci renderemo conto di aver fatto un errore gigantesco. Perché ti mangiano la vita: il tempo, l’attenzione, la fantasia, la noia. Diventi veramente un consumatore o una consumatrice a tutti gli effetti, senza un’altra identità. Questo secondo me è il problema dei social oggi.
Quando sono nati, magari sembravano qualcosa di diverso. Anche se penso che l’intento fosse già quello: dopotutto la loro diffusione è partita in America, non in un Paese che non ha a cuore il guadagno.
Non demonizzo tutta la tecnologia, ovviamente. Parlo strettamente dei social network. Il cellulare, per esempio, ha anche utilità enormi: se sei in difficoltà puoi chiamare qualcuno in qualsiasi momento e farti aiutare, ma i social per come sono fatti oggi non hanno granché da offrire.

Un libro che consiglieresti.
Qui davanti ho un libro che mi sta incuriosendo molto. Non sono andato troppo avanti, mi interessa capire dove porta. Si chiama Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo degli ultimi tredicimila anni, di Jared Diamond.
Il primo saggio che affronta direttamente il problema centrale della nostra storia — perché europei e asiatici hanno dominato quasi tutto il pianeta e non, per esempio, gli africani, i nativi americani o altri popoli.
Un disco o un artista che stai ascoltando in questo periodo?
Mi piace molto Cameron Winter, il suo ultimo disco si intitola Heavy Metal, del resto è molto conosciuto nell’ambiente quindi è quasi scontato nominarlo, ma mi piace molto il suo approccio alla vita e alla scrittura.
Se potessi scegliere un film o una serie a cui far fare da colonna sonora a questo disco, quale sarebbe?
Io amo molto Massimo Troisi e Carlo Verdone, sono tra i miei grandi amori cinematografici. Probabilmente sceglierei Ricomincio da tre, oppure comunque qualcosa legato a quel tipo di cinema.
Devo dirti però che ultimamente mi sto appassionando molto anche ai film di Alice Rohrwacher. Ho adorato La chimera. Magari un giorno succederà davvero qualcosa legato al suo mondo, chissà.
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