Torna Nascosti in piena vista, il nostro tentativo di non lasciare all’oblio dischi belli che meriterebbero più attenzioni. Oggi consigliamo 5 dischi, quattro usciti a settembre 2026 e uno a fine agosto.
“Rumore di fondo” di Alberto Moscone

Direttamente dal vivaio di Musica Da Bere, Alberto Moscone costruisce un disco che non aspira a ricomporre le proprie fratture, ma a dar loro una forma, una voce, perfino una grammatica musicale. Il centro di “Rumore di fondo” non è il dolore in sé, tema fin troppo frequentato dalla canzone d’autore, ma il modo in cui l’esperienza modifica progressivamente chi la attraversa. Ciò che sembrava definitivo si rivela transitorio, ciò che da bambini si osservava a distanza finisce per vestire la quotidianità.
È un album sulla trasformazione, ma senza alcuna retorica della rinascita. Moscone procede per dislocazioni emotive, ricordi, piccole epifanie e improvvise accelerazioni. Lascia che siano anche gli arrangiamenti a raccontare ciò che le parole non riescono a circoscrivere. In questo senso, il titolo è programmatico. Il “rumore” non è un elemento estraneo da eliminare, ma una presenza persistente, una traccia che accompagna ogni tentativo di definirsi.
La scrittura di Moscone è interessante soprattutto quando rinuncia alla dichiarazione esplicita e lascia parlare i dettagli. In alcuni passaggi permane un immaginario ancora scopertamente post-adolescenziale, ma sarebbe riduttivo considerarlo un limite in sé. È piuttosto la testimonianza di una voce che sta ancora definendo il proprio perimetro. “Rumore di fondo” trova così la propria cifra nell’imperfezione consapevole, nella capacità di trasformare l’incertezza da tema narrativo a principio compositivo.
di Carmen Pupo
“L’ultima estate (con te)” di blugiove

La cantautrice torinese lavora per sommazione, raccontando storie che in qualche modo si uniscono e si comprendono bene sia singolarmente che globalmente. Nel nuovo lavoro di blugiove, “L’ultima estate (con te)”, l’amore ha una concezione disperatamente concreta: i sentimenti sono fisici, coinvolgono tutti e cinque i sensi. Ma il tempo a cui gli innamorati rivolgono le preghiere è un collo di bottiglia claustrofobico: a volte ampio e arioso, a volte patrigno e sbriciolato. La sensazione che tutto stia finendo avvolge l’ascoltatore e gli tende le mani per portarlo con sé nei luoghi dell’amore e per imprimere una nostalgia quasi ineluttabile. Fuori splende il sole, ma le ombre ci hanno già avvolto.
La scrittura è moderna, frastagliata: le frasi sono generalmente brevi come un novello codice Morse. Colpisce la semplicità dei termini utilizzati: l’amore che finisce non ha bisogno di grosse metafore, di voli pindarici. Le sonorità ricordano al primo impatto l’enorme ombrello dell’alternative italiano e internazionale dell’inizio del nuovo millennio con entrate a gamba tesa nel nuovo pop internazionale degli anni Dieci.
Riascoltando le tracce una seconda volta, i suoni diventano più morbidi e vintage. Se al primo ascolto i testi prendono il sopravvento, gli ascolti successivi aiutano a comprendere la ricerca sonora variopinta e certosina. Un EP che ha la pecca di durare scarsi 20 minuti: un paio di tracce in più lo avrebbe reso ancor di più un godibile concept album. Si può obiettare la mancanza di una traccia hit: è una cosa però quasi funzionale e non un limite. Si deve ascoltare tutto, come un percorso caldo/freddo alle terme. Se devo scegliere per forza, “estraneo” regge egregiamente sulle spalle la maggior parte dei temi dell’EP: “come nel primo bacio, ora sei un estraneo”.
di Francesco Pastore
“Portoluna” di Adriano

Baudelaire ne l’homme et la mer (1861) vedeva il mare come lo specchio dell’anima, in cui l’uomo può contemplarsi infinitamente. Da sempre simbolo dell’immaginazione, tra onde, abissi e linee d’infinito, il mare è una delle cose del reale che più ci allontana dalla realtà. Forse mi dà ragione anche Adriano, cantautore catanese, che a settembre 2026 ha pubblicato il suo album Portoluna. Si tratta di un disco d’amore, in cui mare, leggende siciliane e immaginazione si fondono. È un disco di fine estate, che descrive un immaginario misto alla realtà, proprio quello di una stagione che sta finendo, di un’estate non inflazionata, più local e senza il casino dei turisti.
La marea ci porta lontano, a Portoluna. Che sia un’isola, una donna o chissàcosa ci regala una boccata di felicità. L’amore viene descritto attraverso gli occhi puri e sinceri di chi cerca di evadere dalla quotidianità seguendo la brezza marina, la vista sui faraglioni, e viaggia nella propria memoria. Gli occhi di chi si tuffa da uno scoglio o di chi finisce volontariamente in esilio in montagna. Brani con atmosfere vintage anni 70 si alternano a ritmi di valzer e chitarre elettriche. Poi tastiere, cori femminili che ricordano sirene e il falsetto di Adriano accompagnano in questo viaggio spaziale, per poi ricadere alla fine sulle chitarre nude e crude dell’outro.
Un pezzo finale che è un rientro alla realtà di colui che poi, alienatosi come un pazzo innamorato e sognatore, dopo il suo bagno interstellare, deve ritornare all’abitudine e a quei giorni in cui, si finisce fracassati dal lavoro. Totalmente come me, di ritorno dalle Eolie, dopo un giro in barca ai faraglioni.
Per me è un sì, quanto un throwback to.
di Claudia Verini
“Capate” di Ama il lupo

La “capata” è sia la classica testata contro il muro che un pensiero fisso, una forte infatuazione. Ascoltando il nuovo EP di Ama il lupo, scarsi dodici minuti intitolati appunto “Capate“, si comprende questa doppia natura. I testi sono egocentrici e crepuscolari, elettrici e pronti a scattare verso un punto indefinito ma ben presente nella mente. La centralità dell’io narrante quasi sorprende: eravamo abituati alla pregevole narrazione di un’umanità errante e alla ricerca di un posto nel mondo. Il protagonista vive invece nella penombra, avvolto da pensieri ed amori che lo tormentano e lo rendono vivo, sempre accompagnato da una sigaretta e da una macchina pronta a partire.
La capata, il pensiero che diventa potenzialmente azione, percorre le quattro tracce e crea quasi una benevola ansia nell’ascoltatore. Le barre emotive di Ama il lupo raccontano come l’amore e i ricordi debbano scontrarsi con le distanze (reali ed immaginarie), le serrande chiuse, città anonime e scelte sbagliate.
L’uso del dialetto potenzia questo effetto personalizzante: avvicina i conoscitori del napoletano ed allontana solo in apparenza i non cultori. Eppure, la cosa che più colpisce di “Capate” è senza dubbio la componente musicale. Riascoltando velocemente la produzione di Ama il lupo, i suoni urban a cui eravamo abituati qui lasciano il passo a bassi e sintetizzatori venati di blues, nostalgici, capaci di potenziare i significati dei testi. La musica è folk nel senso più geografico del termine: ama il lupo racconta il chi, il come e il quanto di un ragazzo che è lontano da casa sua. Pure stanotte è l’emblema esatto di questa fusione tra testo e musica. Non è detto che sia una nuova fase della carriera di ama il lupo, ma è sicuramente qualcosa di cui riparleremo.
di Francesco Pastore
“Pesci Abissali” di Forse Daznica

“Credevi che i sogni cambiassero il mondo, e invece lo cambiano solo le bombe”. Questo verso di Frontiere, la penultima traccia di Pesci abissali di Forse Danzica, è un buon indice della profondità lirica di questo disco.
La prima volta che ho sentito questo brano era circa due anni fa, a Milano, in un concerto all’Arci Bellezza per raccogliere fondi per la Palestina. Forse Danzica si è seduto al piano, ha suonato un pezzo che non conosceva nessuno. E il pubblico è rimasto in silenzio, a riflettere sulla verità di queste parole. Con il tempo, tra demo, brani scartati e lunghe riflessioni, ha preso forma Pesci abissali. Che è un’ottima sintesi della diatriba interiore che, almeno artisticamente, lacera l’artista.
Da un lato, la preferenza innata per una modalità di espressione musicalmente complessa e difficilmente accessibile (si veda, per esempio, la messa da requiem che ha composto per la scomparsa della madre). Dall’altro, la necessità di smussare qualche asperità, e di incanalare gli slanci in una forma di canzone più standard.
Pesci abissali è un buon compromesso, nell’accezione più positiva del vocabolo. Ci sono canzoni come Frigo 2000, con Dada Sutra, su base più elettronica e orecchiabile. Black moon botanica ha un incedere melodico che si avvicina al pop; Stupide città di morti con le chitarre acustiche che accompagnano la strofa. Al tempo stesso, ci sono le profondità oceaniche del titolo, nelle reminiscenze dream pop e shoegaze, e nel peso specifico delle parole scelte, tutt’altro che immediate. Forse Danzica è un artista che si esprime al meglio proprio nella dimensione del disco e della composizione, che predilige rispetto al live. Finché i dischi sono così, si può dire che è una fortuna.
di Filippo Colombo
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