Non Dio, ma Francesco Guccini è morto, all’età di 86 anni. Ma nella mente mia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli. Farewell.
“Non capisco perché Francesco Guccini continui a far canzoni”, si legge sul numero di gennaio 1975 di Gong, una delle tante riviste musicali appartenenti a un mondo che ormai non esiste più. La frase l’ha scritta un tale Riccardo Bertoncelli nella sua spietata recensione di Stanze di vita quotidiana, sesto album in studio di Francesco Guccini.
E poi ancora: “Guccini non appartiene più a se stesso e finisce col ripetersi, regalando una ‘pianta topografica’ della propria anima tanto diffusa quanto vana”. È una stroncatura senz’appello quella dell’allora sconosciuto critico Bertoncelli, ignaro del fatto che la vendetta è un piatto che va servito con la R arrotata. Guccini se la legherà al dito. Oh sì che se la legherà al dito.
“Tanto ci sarà sempre un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”
Nel corso dello stesso anno, Bertoncelli viene a sapere che Guccini lo ha citato in una canzone durante un concerto. Per evidenti incongruenze storiche non scomoderei il termine dissing, ma il senso è quello. Poi legge su un’altra rivista che il cantautore aveva detto di lui che “è uno che non capisce niente”. Insomma, Bertoncelli un po’ di domande se le fa, e scopre che Guccini aveva appena scritto una nuova canzone, non ancora incisa, e che la sta provando ai concerti.
È uno sfogo nel quale Guccini non risparmia nessuno. Si chiama L’Avvelenata e, fedele al titolo, è di una cattiveria disarmante. Bertoncelli è solo una delle tante vittime di un Guccini con la penna affilatissima, che se la prende con i “colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni”. E poi prosegue con “tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”.
A una certa i due decidono di incontrarsi a cena per chiarire le divergenze
Lì scoprono che sono più vicini di quanto non sembri. Imparano a conoscersi, e Guccini gli fa sentire L’Avvelenata, di cui Bertoncelli aveva solo sentito chiacchierare. Poi il cantautore si offre di seppellire l’ascia di guerra, togliendo il nome del critico dalla canzone e rassicurandolo del fatto che tanto non la inciderà mai. Quest’ultimo però rifiuta, accetta il brindisi alla neonata amicizia, ma non vuole sconti sul testo. E allora si abbracciano, e amicizia fu per la vita.
Meno duratura fu invece la promessa di Guccini di non incidere il pezzo. L’Avvelenata finirà su Via Paolo Fabbri 43, uscito nel 1976, ed è diventata a mani basse la canzone italiana più cattiva di tutti i tempi (e forse anche il primo dissing della storia della canzone italiana).
Francesco Guccini e il diritto di essere imperfetto
E se Bertoncelli nella sua recensione accusava il cantautore di non appartenere più a sé stesso, Guccini risponde con una canzone nella quale prova a riappropriarsi del diritto di essere incoerente, permaloso, vanitoso, disilluso, ironico e persino ridicolo. L’Avvelenata è il suo tentativo di dichiararsi libero. Non soltanto nei confronti del critico che lo aveva stroncato, ma nei confronti di tutti quelli che avevano già deciso quale parte dovesse recitare: il cantautore impegnato, il poeta del popolo, il compagno esemplare, l’intellettuale pronto a trasformare ogni canzone in un comizio.
E ora che Francesco Guccini non c’è più, arriveranno tutte le parole del maleodorante dizionario del lutto. Poeta, maestro, intellettuale e coscienza di un Paese. Sono tutte vere, almeno in parte. Eppure forse il modo più fedele di ricordarlo resta ascoltare la canzone nella quale provò a liberarsi da tutti questi appellativi.
Perché Francesco Guccini apparteneva certamente alla canzone italiana, alla sua epoca e a chi è cresciuto ascoltandolo. Ma prima ancora, come volle ricordare a Bertoncelli e a tutti gli altri, apparteneva a sé stesso. E a culo tutto il resto.
Foto in copertina © Archivio Luce
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