La distanza anagrafica tra me e Primogenito non è siderale: alla fine, abbiamo solo otto anni di differenza. Certo, la prospettiva è diversa se si approccia la questione dal punto di vista relativo: Primogenito ha il 27% dei miei anni in meno. (E qua qualche appassionato di algebra potrà divertirsi a calcolare le nostre rispettive età). Ed è ancor diversa se ripenso al fatto che, quando l’ho incontrato in una stanza nel palazzo della Universal a Milano, a poche settimane dal suo concerto al Monk a Roma l’8 ottobre, la prima cosa che mi ha domandato è se poteva darmi del tu.
Primogenito possiede certamente una gioventù che io non ho più
Nell’attitudine, nella spensieratezza, nella capacità innata di memare le cose e le parole. Chiacchierare con lui è divertente, stimolante nella misura in cui si riesce ad analizzare la realtà da un’angolazione carica di spleen e di naturalezza. La sua musica, invece, è diversa.
Primogenito propone un cantautorato verboso, classico, fuori moda. Ricerca parole, se non desuete, quantomeno spesso sostituite da sinonimi più immediate. Senza che questo diventi un fine; servendosene invece come mezzo, un significante, per raccontare una quotidianità ordinaria.
Per rompere il ghiaccio, gli ho chiesto di scegliere alcuni brani
Quelli suoi che ama e che odia di più, quelli che uno non si aspetterebbe mai che gli potessero piacere, quelli che porterebbe come cover a Sanremo. Ne è venuto fuori un reel, che si può vedere sul nostro profilo Instagram (guardalo qui). E poi invece abbiamo approfondito la sua ricerca artistica, i suoi esordi nel rap, l’approdo al cantautorato, e il suo modo sano di scrivere le canzoni.

La tua formazione artistica parte dal rap: cosa ti porti dietro di quel mondo, e come sei poi approdato al cantautorato?
Sicuramente l’attitudine: la mia è molto più da rapper che da cantautore. Anche i posti che frequento, ad esempio, sono molto più da rapper. Silvia, seduta qua [manager dell’agenzia Tuttomoltofresco, ndr] è stata la prima a propsare questa filosofia alle persone che mi sono intorno.
Anche il verbo propsare viene da lì, direi…
Esatto! Io mi sento condannato al cantautorato: è quello che mi fa esprimere meglio. Io pensavo di rappare, finché qualcuno mi ha fatto notare che il mio modus operandi era molto più vicino a brani di un’epoca in cui la figura del cantautore era più centrale. E quindi mi sono documentato, perché non sono mai stato istruito alla buona musica. Da lì, ho scoperto che questo so fare. Forse sarei credibile anche a fare il rapper, però il rap non mi dà la stessa soddisfazione che mi dà cantarmela e suonarmela.
Cos’è che ti attrae del mondo dei cantautori, che non è un universo a cui il pubblico dei tuoi coetanei è particolarmente affezionato?
Mi affascinano la ricerca e il tempo che si dedicava alla stesura di un disco. Già di per sé l’idea del disco, molto beatlesiana. Ѐ quello che mi affascina. Viviamo in un mondo in cui per avere tutto basta prendere il telefono, però una donna ci mette nove mesi a partorire, ora come allora. L’idea che anche l’arte abbia questa forma di attesa mi affascina molto: attesa e ricerca.
Nella scena musicale contemporanea c’è molta attenzione ai suoni, alle produzioni, più che ai testi. Dal tuo punto di vista, ci sarà un ritorno della predominanza delle parole?
Sì. In questo momento, se non dici nulla in un pezzo, non vai da nessuna parte. A meno che tu non abbia delle top line forti. Con “non dici nulla”, intendo i testi impersonali, in cui non ci sei tu. Alla fine, tu non devi dire nulla. Non devi cercare di tradurre un messaggio per qualcuno: ma che messaggio mandi? Finiamo con questa farsa! Tu scrivi quello che vuoi scrivere, poi ognuno lo interpreta. Credo che, sì, si darà molta più importanza ai testi. La musica è finita in questo momento: è difficile trovare un pioniere.

Le note sono pur sempre sette…
Sì, infatti. Tutto ritorna, in circolo. Sentirsi parte del tutto o parte del niente è qualcosa che mi affascina. Alla fine, non sono l’ultimo, non sono il primo. Anzi, non sono Ultimo, sono Primo.
Questo sarà il titolo dell’intervista: grazie di avermelo trovato!
Aspetta, aspetta, Primo è un rapper che è morto, non confondiamo le cose…
Allora scrivo: non sono Ultimo, sono Primo(Genito).
Va bene!
Il tuo lessico attinge da vocaboli non scontati: mi viene in mente l’esempio del termine “baccano”, usato in Ciao vicini, mi trasferisco da voi. Non che sia una parola desueta, però ci sono molti sinonimi più scontati. Come avviene la tua ricerca?
La parola “baccano”, ad esempio, mi ricorda quando la maestra mi bacchettava. Lamentarsi di qualcosa che di per sé non è negativo. Questa è la sensazione che rimanda a me. Per me le parole sono limitate, ma non sono limitanti. Con le parole puoi fare tutto: a me quel termine porta a quella sensazione, ma non per tutti è così. Come dire “seno” al posto di “tette”. Quando dico “l’erbaccia del vicino è già arrivata sul tuo seno”, di base potevo dire “il mio compagno di banco ci provava con te”. Ѐ un modo più laterale, non perché io voglia fare il difficile; semplicemente, è in quel modo che io stesso sento di riuscire a rendere quella sensazione in maniera più clean, per usare un altro termine così…
Tra i tuoi primi concerti, hai suonato al Mi Ami. Il pubblico del festival non è facilissimo, è quasi giudicante a volte: come l’hai vissuta?
Benissimo. Ѐ stato il più bel live che abbiamo fatto. Ѐ stato molto divertente, ed è stata un’occasione per le persone di Milano per venirmi ad ascoltare. Chi non mi conosceva e all’inizio non stava vicino al palco, poi è arrivato. Si è riempito anche più di quanto ci aspettassimo. E il fatto che ci sia un pubblico giudicante, è anche una cosa che ti stimola.

Sai che se si fermano a sentire, lo volevano davvero.
Esatto. E poi sono stato molto contento anche del timing. In contemporanea a me, suonavano due artiste che facevano un genere diverso, più moderato, più tranquillo (Angelica Bove e Birthh, ndr), per cui la divisione è stata netta. Chi voleva sentire qualcosa di più spinto, veniva da me. Chi voleva qualcosa di più tranquillo, “metricoso”, andava dalle altre due artiste. Quindi secondo me è stato gestito bene il timing.
C’è qualcuno a cui ti rifai e che ti piace particolarmente, nella scena particolare italiana?
Spesso trovo delle similarità con Faccianuvola. Trovo che abbiamo un approccio simile al pop. C’è una vena cantautoriale, che al tempo stesso si converte nel fatto che il pezzo deve suonare bene, e che deve succedere qualcosa nel brano.
Dopo la data al Monk (8 ottobre, a Roma), cosa succederà?
Il mio approccio è sempre quello: non scrivo i singoli, scrivo il disco. Quest’estate abbiamo scritto, in maniera spontanea, tracce che faranno parte del prossimo progetto. Stiamo andando avanti perché lo sentivo io, non ho tempistiche imposte dai discografici. Quando sentivo l’urgenza, abbiamo buttato giù idee. Alcuni pezzi li ho scritti da solo, in altri ho collaborato con tanti produttori, come ad esempio Vito Salamanca, Juli. Mi ha stimolato molto: ero sempre stato abituato a scrivermi il pezzo da solo, qua ho imparato qualcosa di diverso. Dalle visioni di persone che non si sono accontentate.
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