Prima vengono i soldi. Poi arrivano i dubbi. In mezzo, quasi come una presenza che non smette di fare attrito, c’è una nonna. “Miria”, il nuovo album di 22simba, costruisce il proprio racconto attorno a questo cortocircuito. Diciotto tracce nelle quali la conquista del benessere convive con il sospetto che aver raggiunto ciò che si desiderava non significhi necessariamente sapere che cosa farsene.
Il rapper di Saronno non mette in scena una conversione, né racconta la favola del ragazzo che scopre finalmente che i soldi non fanno la felicità. Fa qualcosa di più interessante: lascia che le due versioni di sé continuino a contendersi le parole.
Da una parte ci sono “Arricchiti”, “Abercrombie”, “Soldi e mattoni”, “Victory Lap”: il lessico della conquista, della visibilità, dell’ascesa. Dall’altra “Miria”, “Provinciali”, “Non era”: parole che riportano verso una dimensione familiare, geografica, privata. In mezzo, però, non c’è una soluzione. C’è una lingua che progressivamente cambia registro, come se il protagonista dovesse prima imparare a nominare ciò che ha ottenuto e poi capire se quelle parole gli bastano ancora. Le diciotto tracce sono organizzate in tre atti — “Arricchiti”, “Miria” e “Provinciali” — e seguono un percorso che attraversa ambizione, successo, memoria e ritorno alle origini.

Le parole non raccontano soltanto ciò che è successo a 22simba. Mostrano il modo in cui quel cambiamento ha modificato la sua posizione nel mondo
La prima parola da ascoltare con attenzione è proprio “Arricchiti”. Non “ricchi”. Arricchiti.
La differenza racconta una distanza sociale. “Ricco” indica una condizione, “arricchito” contiene invece un movimento. Dice che prima c’era un’altra posizione, un altro livello di disponibilità, forse un altro modo di essere guardati. L’arricchito è qualcuno che ha attraversato una soglia e proprio per questo porta con sé la memoria di quando quella soglia stava ancora dall’altra parte.
Nel titolo del primo atto 22simba condensa già una parte della contraddizione dell’album. Non si definisce attraverso un possesso statico, ma attraverso una trasformazione. È diventato qualcosa. E quel “diventare” continua a essere percepibile.
22simba non contrappone semplicemente povertà e ricchezza: le fa convivere nella stessa espressione. Il denaro può cambiare la condizione materiale di una persona molto più velocemente di quanto riesca a cancellare la percezione del luogo da cui proviene, delle gerarchie che ha attraversato, delle differenze che ha imparato a riconoscere.
L’arricchimento diventa così anche una questione di linguaggio: come ci si chiama quando non si appartiene più completamente al posto da cui si viene, ma non si è ancora smesso di sentirlo addosso?
In “Abercrombie” questa fame non finisce ancora sotto processo. Il desiderio materiale appartiene alla storia di 22simba, alla spinta che lo ha portato fino alla persona che è diventato. Non c’è una condanna retrospettiva del lusso, come se tutto ciò che precede “Miria” fosse stato un errore da correggere. La ricchezza ha avuto una funzione concreta, ma anche simbolica: ha reso visibile un cambiamento.
Un’automobile, una casa, un vestito, un gioiello non valgono soltanto per ciò che sono. Per chi ha conosciuto una condizione nella quale quei beni restavano lontani, possono diventare prove di una distanza percorsa. Il loro valore assume anche una dimensione sociale: mostrano agli altri che qualcosa è cambiato.
Per questo conta una frase del primo atto apparentemente secondaria: “non siamo gli stessi”
Il verbo al plurale allarga immediatamente il campo. Non è cambiato soltanto l’io che parla. È cambiato il rapporto con gli altri, con il gruppo di provenienza, con chi è rimasto dall’altra parte della soglia.
La ricchezza, insomma, non è soltanto possesso. È relazione.

Poi arriva “Freedom”, e il vocabolario di 22simba comincia a incrinarsi
La libertà non coincide più automaticamente con l’avere abbastanza. Persino il titolo introduce una parola straniera, globale, quasi appartenente al linguaggio universale dell’ambizione e della conquista. Poco dopo, però, quel lessico incontra “Miria”: un nome proprio, familiare, domestico.
Il cambio di registro si sente soprattutto nei dettagli. Dopo soldi, automobili, case e gioielli compaiono una casa da abitare, una mensola da sistemare, due chiacchiere, un fiore. La lingua del secondo atto si avvicina alla quotidianità. E insieme cambiano i verbi: nel primo atto domina ciò che si può ottenere, nel secondo comincia a contare ciò che si può fare per qualcuno.
La nonna, allora, non rappresenta semplicemente il passato di 22simba. Rappresenta un’altra idea di valore.
22simba la trasforma in un termine di paragone con il quale deve misurarsi senza poterlo trasformare in un modello da imitare. È una distinzione importante, perché evita una delle scorciatoie più facili per leggere l’album: quella secondo cui la nonna rappresenterebbe la saggezza della semplicità e il nipote la smania contemporanea del possesso.
Non funziona così. 22simba sa che quelle due vite appartengono a epoche e condizioni differenti. La domanda che rimane non è “perché non posso essere come lei?”, ma qualcosa di più personale: “perché io ho avuto bisogno di chiedere così tanto?“
La nonna diventa quindi una misura, non una risposta. È anche per questo che “Soldi e mattoni” assume un peso particolare. Il mattone appartiene apparentemente al mondo della costruzione materiale: una casa, una stabilità, qualcosa che resta. Ma progressivamente la sua funzione cambia. La stabilità cercata non coincide più con la quantità di cose possedute. Una casa può contenere moltissimi oggetti e rimanere vuota, oppure può diventare abitabile per ciò che accade dentro.

22simba mette così a confronto due forme di pienezza senza decretare quale debba vincere. Ed è proprio quando la risposta sembra necessaria che arriva “Un come non un perché”.
Il titolo è quasi una piccola deviazione grammaticale. Il “perché” cerca una causa, una ragione, una giustificazione. Il “come” cerca invece una modalità. La domanda cambia natura: non più soltanto per quale motivo voglio arrivare, ma come posso stare dentro ciò che sono diventato.
“Ne vale la pena” prosegue sulla stessa linea. Anche il titolo, apparentemente assertivo, contiene una domanda. Vale la pena di cosa? Di continuare? Amare? Di inseguire? Desiderare? L’oggetto della frase rimane sottinteso e proprio quell’assenza impedisce alla canzone di trasformarsi in una sentenza.
E poi c’è “2 passi dal cielo non uno in più”, forse la formula più efficace per capire quanto il disco si sia allontanato dalla retorica dell’ascesa. Non il cielo, ma due passi prima del cielo. Non il massimo raggiungibile, ma un limite.
La cultura del successo chiede continuamente di aggiungere: più denaro, più risultati, più visibilità, più riconoscimento. 22simba introduce invece una sottrazione. Un confine che non serve a impedire il movimento, ma a stabilire dove finisce l’illusione del successo.
Il problema è che 22simba non sa ancora se sia capace di farlo.
“Ti darò” porta questa contraddizione nella parte più esposta del disco. La fame che nel primo atto sembrava una forza viene sottoposta a un giudizio più severo. Ma non scompare. E forse non potrebbe farlo: quella stessa fame ha contribuito a costruire la persona che oggi può permettersi di interrogarla.
Il terzo atto, allora, non può essere un ritorno ordinato alle origini
Si apre con “Non era”. Anche qui 22simba costruisce l’identità per sottrazione. Dopo aver messo in discussione il proprio desiderio, mette in discussione la propria stessa narrazione. Il passato non offre più una certezza, ma torna a chiedere di essere interpretato. Il dossier definisce “Non era” un passo indietro, più introspettivo e caotico, legato alla paura e al senso di colpa.
Subito dopo arriva “Provinciali”.
22simba racconta la memoria attraverso il futuro. Immagina il tempo che passerà, il momento in cui i soldi perderanno il loro peso, gli interessi futuri, i ricordi che un giorno riguarderà da lontano. Poi arrivano il padre, il presepe, i calcetti, l’aquilone, le notti in strada, gli amici, le retate. Non sta semplicemente ricordando il passato. Sta immaginando come lo ricorderà.
La memoria non rappresenta più un archivio nel quale tornare quando serve.
Diventa qualcosa che accadrà, un lavoro futuro di selezione e conservazione. Quando 22simba dice che, nel dubbio, farà una canzone, la musica assume quasi una funzione documentaria: serve a salvare dall’oblio ciò che ancora non sa quanto conterà. E quel passato non lo ripulisce.
La provincia di “Provinciali” non è una cartolina nostalgica. Non c’è la provincia ideale che si riscopre improvvisamente autentica quando la si osserva da lontano.
Anche la parola “provinciali” porta con sé un’ambivalenza precisa. Indica una provenienza geografica, ma può trasformarsi rapidamente in una categoria sociale: lontano dal centro, dal prestigio, da una certa idea di raffinatezza. 22simba prende quella parola e la porta al plurale.

Non più soltanto io, quello che viene dalla provincia. Ma noi, i provinciali
Il movimento è quasi inverso rispetto al primo atto. Lì il soggetto doveva dimostrare di essere arrivato. Qui torna a dichiarare da quale “noi” proviene.
Subito dopo, “1/1” apre un’altra crepa, questa volta nell’idea contemporanea di unicità.
“One of one” è una formula perfetta per il modo in cui oggi siamo invitati a raccontare noi stessi: unici, irripetibili, diversi, speciali. Ma se tutti sono “uno su uno”, l’unicità diventa una prescrizione collettiva.
Se da una parte tutti devono essere irripetibili, dall’altra c’è la scoperta che una vita è fatta anche di esperienze comunissime: un padre, una casa, un presepe, gli amici, una strada, una provincia. Ciò che rende unica una persona non è l’eccezionalità di ogni esperienza, ma il modo irripetibile in cui quelle esperienze si sono sedimentate.
Anche l’immagine dell’album racconta questa contraddizione. Al centro c’è un grande albero immerso in un paesaggio notturno e intorno, un muretto di mattoni ancora incompiuto. Nel concept del disco l’albero rappresenta semplicità e radici, mentre i mattoni assumono progressivamente una funzione protettiva.
Ma un recinto protegge e separa allo stesso tempo.
Lo stesso mattone con cui 22simba costruisce può diventare una barriera
È forse l’immagine più precisa dell’intero album. Il successo costruisce, ma può anche isolare. Il desiderio permette di muoversi, ma può trasformarsi in una gabbia. La ricchezza apre possibilità e, nello stesso momento, crea nuove distanze. Prima si costruisce, poi ci si accorge di essere dentro ciò che si è costruito.
“Pass per il paradiso” continua questo gioco di inversioni. Nel primo atto il paradiso avrebbe potuto coincidere con il punto più alto dell’ascesa. Nel terzo, invece, il movimento cambia direzione: tornare alle origini non significa cancellare la persona diventata nel frattempo. Significa riuscire a riconoscere ciò che viene da prima senza dover rinunciare a ciò che è venuto dopo.
E poi arriva “C’è chi piange e piove”, un titolo che sembra quasi casuale e invece tiene insieme l’intero progetto. “Piangere” e “piovere” appartengono a due ordini diversi. Uno riguarda l’essere umano, l’altro il mondo esterno. Eppure 22simba li accosta senza stabilire un rapporto di causa ed effetto.
È la stessa operazione che “Miria” compie lungo tutto il suo percorso: 22simba non stabilisce quale parte della vita debba prevalere. Tiene insieme ciò che normalmente dividiamo. La fame e la stanchezza, il desiderio e il dubbio, il denaro e l’affetto, la fuga e il ritorno.
Per questo “Victory Lap”, il finale, non suona come una redenzione. “Giro di vittoria” arriva quando la vittoria ha già perso la propria innocenza.
22simba ha ottenuto molte delle cose che il primo atto desiderava. Nel frattempo, però, ha scoperto che ottenere non significa necessariamente sapere che cosa farsene di ciò che si è ottenuto. Salire significa cambiare non soltanto disponibilità economiche, ma oggetti, relazioni, aspettative, categorie con cui gli altri ci nominano. Significa imparare un nuovo vocabolario senza riuscire a cancellare completamente quello precedente.
L’arricchito porta dentro di sé il povero. Il vincitore conserva memoria della fame. Il provinciale continua a vivere dentro chi è arrivato altrove. E l’unico su uno scopre di appartenere comunque a un “noi”.
La nonna non è la risposta. La provincia non è la risposta. I soldi non sono la risposta. Nemmeno il successo. E 22simba non sceglie tra queste cose: continua a portarsele dietro, anche quando si contraddicono.
Forse è questo il senso più preciso di quel “quanto gli convenga esserlo”. Diventare grandi, significa anche scoprire che ogni conquista modifica il modo in cui guardi ciò che hai lasciato indietro. Più 22simba cresce, più deve fare i conti con il ragazzo che quella crescita l’ha desiderata. “Miria” non gli chiede di rinunciare ai soldi, alla fame, all’ambizione. Gli chiede quanto gli costi continuare a volerli.
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