Mauro Ermanno Giovanardi ha sempre avuto uno stile riconoscibile e non solo per la sua bellissima voce, ma anche per la forma e la sostanza di tutti suoi progetti musicali, sin da quando ha intercettato l’onda lunga del punk e del post punk con i suoi Carnival of Fools nella Milano degli anni Ottanta.
Con i La Crus all’inizio dei Novanta, è stato uno dei primi a intuire le potenzialità del cantare in italiano anche nell’alternative. Con le sue collaborazioni e gli album a suo nome ha sempre guardato avanti, pur sapendo raccontare gli anni vissuti, tra speranze e sconfitte individuali e collettive.
Queste nuovissime tredici tracce dal titolo “E poi Scegliere con cura le parole”, rafforzano questo suo approccio e spingono in avanti, provando a realizzare una “canzone d’autore del terzo millennio”, mettendo l’elettronica al servizio della voce, costruendo un tappeto intarsiato di suoni e arrangiamenti che avvolge la voce che è la vera protagonista, che tra tante sfumature racconta storie di sconfitte e ripartenze, di bilanci e sguardi al futuro, sempre appunto scegliendo bene le parole, tutte.
Il livello complessivo della tracklist è decisamente alto e sin dai primi ascolti spiccano brani come Anni Zero, La Coscienza della Mia Generazione, Ha Ragione Schopenhauer o Un Errore. Gli ultimi tempi per Giovanardi sono stati molto intensi, dall’uscita di un documentario che racconta gli anni lontani del Carnival of Fools, al nuovo disco dei La Crus seguito da un tour lo scorso anno, fino a questo disco anticipato qualche settimana fa da un Ep.
Abbiamo fatto una ricca chiacchierata con lui per entrare nelle pieghe di questo lavoro e per sapere come sta vivendo questo importante periodo della sua storia musicale.

“E Poi Scegliere con Cura le Parole” è quasi un monito che va ben oltre la musica per i tempi che viviamo. Come è nato il titolo di questo tuo ultimo disco?
Un paio d’anni fa ho lavorato ad uno spettacolo su Alda Merini, e studiando il suo materiale sono incappato in questa frase da una sua intervista: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”
Ho pensato fosse una frase stupenda, e che in fondo, da quando con Alex (Cremonesi) ho iniziato a scrivere i testi per i La Crus, è stato sempre quello l’obiettivo che ci siamo imposti. E che poi ho continuato a sviluppare anche nei miei dischi solisti.
Abbiamo sempre scelto con una cura smodata le nostre parole. Forse era il caso di iniziare a sottolinearlo. Avevo solo paura che, in un tempo in cui tutto va velocissimo, dove la regola è l’immediatezza, questo titolo fosse un po’ troppo lungo, un po’ troppo Wertmülleriano. Ma alla fine sono super contento della scelta. Perché le parole non sono innocenti, hanno un peso, una responsabilità, una memoria. In un tempo che consuma e cancella tutto in fretta, scegliere le parole diventa un gesto etico prima ancora che poetico.
Hai detto che in tanti anni di carriera questo è il tuo disco più pensato, questa cosa mi ha incuriosito, mi dici in che senso?
Questo disco ha avuto una gestazione molto lunga, lunghissima. È iniziato prima del Covid e poi è stato messo in pausa per lavorare al disco dei La Crus e al tour che ne è seguito. Col tempo ho avuto modo di rifinirlo in ogni dettaglio, curarne tutte le sfumature, pensarlo al meglio nella sua complessità e riflettere su ogni aspetto fino a quasi un mese dalla consegna.
Il mastering, per esempio, l’ho rifatto più e più volte. Durante la lavorazione di “Per Cantare Più Forte”, scritto insieme a Lorenzo (Colapesce), ricordo che un giorno a casa sua mi fece ascoltare in anteprima “Musica Leggerissima”. È stato un percorso lungo, ma sono davvero molto soddisfatto del risultato. In tanti mi stanno dicendo che potrebbe essere il mio miglior disco solista, e questo mi fa enormemente piacere.
Dopo aver superato i 60 anni, sentire ancora tutta questa voglia di metterci passione, energia, disciplina e tempo mi sembra un vero atto d’amore. La musica, insomma, continua ad avere un ruolo fondamentale nella mia vita, sotto ogni punto di vista. Anzi, mi accorgo di diventare sempre più esigente, perché alla fine siamo ciò che lasciamo.

È un lavoro in cui hai approntato un vero e proprio gruppo di lavoro, quasi un collettivo. Per la parte musicale Leziero Rescigno e Lele Battista, per quanto riguarda i testi invece hai lavorato con Colapesce, Bianconi, Alessandro Cremonesi e altri. Credo si sia rivelata una formula vincente visto il risultato ottenuto, cioè un disco di cantautorato moderno che guarda avanti, impreziosito dalla tua bellissima voce che tutti già conosciamo.
A disco finito, riascoltando in ordine i 13 brani della tracklist, cosa hai pensato? È così che lo avevi immaginato?
Se devo essere sincero, quando ho chiuso l’ennesima tracklist, quella che sarebbe poi diventata quella definitiva, mi sono detto che si, l’avevo in testa così, esattamente come è uscito. L’ho pensato e ripensato, rivisto e ribaltato così tanto perché l’idea originaria era quella di trovare una via per una canzone d’autore del terzo millennio. Evitando l’uso di chitarre, bassi suonati e batterie vere.
Volevo un suono contemporaneo, elettronico e raffinato allo stesso tempo. Ribaltando i canoni dell’elettronica soprattutto da un punto di vista ritmico, dove solitamente i rullanti sono sempre in faccia. Dovevano avere un ruolo secondario, di pulsazione delicata perché tutto doveva essere al servizio della voce.
Per quanto riguarda la parte letteraria, da un po’ di tempo pensavo a questo progetto, a questa visione di un “Collettivo della Parola”. Lavorare a 4 mani con colleghi che innanzitutto e soprattutto stimi, con cui sei legato da grande e sincera amicizia, e con cui più volte ci si è detto: “dai, dovremmo scrivere qualcosa insieme” e poi non lo si è mai fatto. A questo punto del mio percorso, non avendo più nulla da dimostrare o tantomeno ego-trip da nutrire, ho pensato fosse la volta buona. Far confluire diverse teste per una narrazione collettiva.
Parliamo di alcune canzoni, mi sono piaciute moltissimo “La Coscienza della Mia Generazione” e “Ha Ragione Schopenhauer” (filosofi che tornano anche nel brano “Veloce”). Tra i due brani ho trovato un legame profondo, il primo parla di una storia collettiva inizialmente alimentata da utopie e speranze che però finiscono come finisce il Novecento di cui in qualche modo erano figlie. La seconda fa i conti con un vissuto in chiave individuale e interiore, trovando nelle pieghe del pessimismo del filosofo tedesco una chiave per guardarsi dentro.
Due canzoni bellissime che tirano le somme fino a qui insomma….
“La Coscienza Della Mia Generazione” è stata la primogenita. Credo addirittura che il provino sia del 2018, scritta prima da me e Gianluca De Rubertis e poi riscritta con Francesco (Bianconi). È una sorta di J’accuse, sul fallimento dei sogni e degli ideali giovanili. Francesco mi disse che per lui, che ha una decina di anni meno di me, noi eravamo la generazione del No Future, della perdita dell’innocenza. Per cui il brano ha cambiato un po’ pelle e ci sono finiti dentro i Sex Pistol, God Save The Queen, Heroes e il Muro di Berlino. Credo sia un interessante spaccato di vita.
Per “Ha Ragione Schopenhauer“, Peppe (Anastasi) un giorno mi chiamò e mi disse che aveva scritto una canzone che potevo cantare solo io. Essendo molto molto curioso e sempre disposto a sentire qualcosa di interessante, gli dissi di mandarmela al volo. Mi piacque subito l’ambientazione, l’atmosfera, anche se non mi convinceva per niente il ritornello. La regola è sempre quella. Disposto a sentire tutto con la possibilità di mettere mano al testo, soprattutto, che mi deve rappresentare, farmi sentire a mio agio. Calzarmi come un vestito sartoriale. Anche se poi sul palco ci vado ormai da tempo con il giubbino di pelle.
Ci ho lavorato molto, mettendo mano e riscrivendo quello che non mi convinceva. Stava uscendo un pezzone. Di quelli rari per intensità e immaginario. E poi con Leziero e Lele siamo andati musicalmente in una direzione trip hop, con richiami a me cari, avvolgenti e perfetti per la sua natura e perfetta per chiudere il disco. È sicuramente una delle mie preferite. C’è anche la tromba di Paolino, che in un pezzo così, con quel clima, ogni volta che la sento, è sempre un colpo al cuore.

Potrei chiederti davvero un pensiero su ogni canzone, ma mi trattengo e ti chiedo qualcosa solo su altri due brani. “Anni Zero”, un brano per certi versi sulle emozioni che suscita la musica e che diventa parte della vita e sull’anticonformista “Un Errore”.
“Anni Zero” è l’attimo in cui la musica azzera il tempo e connette due generazioni. Madre e figlia che ascoltano lo stesso disco. Due vite che si specchiano nello stesso suono, e il passato che torna a pulsare dentro un presente che non sa ancora di essere futuro. Alcuni tuoi colleghi mi hanno detto che è la nuova “Il Cielo In Una Stanza” altri che con questo brano avrei fatto un figurone sul palco dell’Ariston, come quando portai “Io Confesso”. Bei complimenti, non c’è che dire. In tantissimi mi hanno scritto che hanno pianto, si sono commossi. Sentita 20 volte di fila. Quello che dovrebbe fare ogni canzone, ma che succede rarissimamente.
“Un Errore” è un manifesto di intenti. Voglio aprire i miei concerti con questo brano. Abbracciare l’imperfezione come forma di libertà e di creatività, anche a costo della sofferenza personale. È dagli errori che puoi imparare. L’errore è quella cosa che ti fa crescere. E dal punto di vista personale, vale più di una vittoria. Credo ne farò anche uno spettacolo.
Gli ultimi anni a livello musicale per te sono stati molto intensi, dal documentario sulla tua band degli anni Ottanta Carnival of Fools, passando per il nuovo disco e tour con i La Crus, fino a questo lavoro preceduto, poco tempo fa da un EP. Necessariamente deve essere stato un viaggio anche emotivo, penso soprattutto al documentario. Ma nonostante questo ho la forte sensazione che il tuo sguardo sia proiettato stabilmente verso il futuro.
Tuttavia una riflessione su quel periodo a cavallo tra gli Ottanta e Novanta te la chiedo, anche per quella generazione musicale così importante e dinamica, penso alla fondazione dell’etichetta Vox Pop, alle tante collaborazioni, al passaggio alla lingua italiana con i La Crus…
Eh, davvero anni intensi, pazzeschi, densi e formativi. Che se mi fermo a pensare a tutto non ci credo.
Emotivamente parlando, bellissimi. Sia gli ultimi, che quelli a cavallo degli 80/90. Diversissimi ma egualmente emozionanti. Ho avuto la fortuna di essere testimone oculare e anche protagonista di un cambio epocale. Ma ci siamo fatti un mazzo tanto, messi in gioco per qualcosa in cui credevamo fortemente. Eravamo disposti a tutto per giocarci le nostre possibilità. In quello in cui credevamo. Era un’urgenza vera. Verissima. Un “All In” perenne. Incoscienti e coraggiosi. “We can be heroes just for one day”. Niente di più calzante. Ma potrei stare ore a parlarne.
Magari un giorno faremo un’intervista solo per quello. Diciamo che negli ultimi anni ho raccolto quello che ho seminato in questi 30 mettendoci sempre passione, costanza, lavoro, disciplina, sacrificio e tanto cuore. Pensando sempre alla bellezza, a quello che veramente mi piace, che mi fa stare bene sul palco, perché su un palco sei nudo e non puoi mentire. E meno al denaro o alla visibilità fine a se stessa. Alla ribalta. Come gli eroi romantici, diventeremo famosi, alla nostra dipartita.

Mi dici qualche disco uscito da poco che hai ascoltato e che ti ha colpito?
Ascolto meno musica di prima. Ho reiniziato a vedere la televisione e mi faccio scorpacciate di serie su Apple Tv. Ma essendo anche giurato del Premio De Andrè l’estate scorsa ho visto un ragazzo che mi ha colpito, shockato per davvero. Federico Baldi, un Gaber più punk. Arriva dal teatro ed è un performer pazzesco. Gioca tra inquietudine e ironia saltando dalla riflessione filosofica alla battuta da stand up comedy. La sua “Macchina del tempo” è davvero un piccolo grande capolavoro. Auguro tutto il meglio per lui. Vorrei poterlo aiutare in qualche modo.
E un concerto a cui hai assistito di recente che ti è piaciuto?
Quello di Beth Gibbons in Triennale. Che dire? Concerto da lacrime. Musicisti pazzeschi. Musica.
Come porterai live questo disco? In che formazione sarai sul palco?
Fin dall’inizio, riflettendo alla natura di questo nuovo disco, ho pensato al mio primo concerto visto al Palalido di Milano. Era il maggio del 1979. Avevo 17 anni e suonava Iggy Pop. Di spalla c’era un duo, con sole 2 tastiere sul palco. Era la primissima formazione degli Human League. Cartavetro e suoni dissonanti. Anche lì uno shock. Quasi più che con l’iguana che ai tempi era già un’icona dell’immaginario punk.
E per cui, visto l’assenza di chitarre, batterie vere, bassi suonati in questo nuovo album, ho pensato di uscire in trio minimale con due postazioni di tastiere per richiamare quell’immaginario anni ‘80 dal sapore new wave anglosassone. Con Chiara Castello delle “I’m Not A Blonde” già sul palco con noi nell’ultimo tour dei La Crus, ai tasti e alle voci. E con Eugene, pianista e produttore elettronico sopraffino anche lui ai tasti; pianoforti, synt, lavoro sulle sequenze e cori. Una nuova ed inedita versione di me. Sono molto molto molto curioso di come renderà e non vedo l’ora.
Grazie davvero per la disponibilità e ci vediamo in tour
Grazie a te per le domande. Molto intriganti.

Le prime date del tour di Mauro Ermanno Giovanardi
- 10 APRILE – TORINO – CPG Torino
- 23 APRILE – COMO – Strade Blu – Nerolidio Music Factory (Talk + showcase)
- 2 MAGGIO – PESARO – Urbica
- 6 Giugno – CORMONS (GO) – Flux Judri Festival – Teatro Comunale (mini live acustico)
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