Un viaggio tra i meandri della mente, o meglio della sua assenza, lungo quel lento processo di deterioramento che è la demenza. Un percorso personale e profondo verso l’accettazione e la rielaborazione della malattia di una persona cara e dei suoi stravolgimenti emotivi che diventa, inevitabilmente, chiave di lettura del contemporaneo nei suoi aspetti più bui ed affetto da una demenza collettiva. Dementia è l’ottavo disco dei Sick Tamburo, la storica band di Pordenone fondata da Gian Maria Accusani ed Elisabetta Imelio, firma con La Tempesta Dischi, sinonimo di Tre Allegri Ragazzi Morti, che li accompagna dall’esordio come progetto parallelo ai Prozac+.
Un patto artistico che va oltre i numeri e la loro raccolta, ma piuttosto suggello e rivelazione fiera dell’osservazione del mondo, non solo quello musicale.
Il punto di vista non è mai il centro, ma quel luogo paradossalmente privilegiato che Bell hooks definiva “margine” e che permette, seppur con istanze diverse, una narrazione differente da quella dominante.
È come se i Sick Tamburo, infatti, possedessero una lente d’ingrandimento posta su chi sta ai lati del cosmo. Da province spente e città troppo veloci e confusionarie per sentirsi visti, avviene, attraverso la loro musica, la restituzione di una voce a identità outsiders in cerca di essere trovate o soltanto accolte. E questa volta le chitarre urlanti e le batterie frenetiche lasciano anche spazio a strumenti di un contesto quasi orchestrale, ma che sortiscono lo stesso effetto simultaneo di spaesamento e ritrovamento a cui ci hanno abituato.
I Sick Tamburo, con questo ultimo disco, si confermano fedeli alla propria identità. La voglia di fare il punk pop malinconico e incazzato è la solita, senza compromessi se non quello di essere veri a tutti i costi. Sarà che questo, come cantavano qualche tempo fa, forse è l’amore? Glielo abbiamo chiesto intervistandoli qualche giorno fa.

Il titolo del disco è eloquente, quindi ti volevo chiedere qual è il sentimento cardine che ti ha fatto iniziare a scrivere?
Credo che un forte amore sia stato il primo input. Stando vicino ad una persona a me molto cara che soffre di questa malattia che è la demenza, ho dovuto anch’io, guardarla bene negli occhi, accettarla, con tutte le sue fasi alterne e spesso repentine di confusione, serenità, rabbia, gioia.
Scrivere questo disco è stato un atto catartico perché mi ha guarito, in qualche modo. Ma la scrittura, da sempre, è il mio meccanismo di difesa. Un passaggio ormai inconscio che faccio per uscire da momenti più difficili. Forse la definirei una mia metodica, a tutti gli effetti. Il concetto intrinseco della demenza, come mancanza di mente, mi ha poi portato a fare un parallelismo quasi automatico con la follia del comportamento umano di questo di questi periodi. E ci ho scritto qualche canzone.
In che momenti ti è capitato di avvertire questa demenza collettiva?
Basta guardarsi attorno. O ascoltare notizie di qualsiasi genere. È facile rendersi conto di che ci troviamo in un mondo che certe volte è veramente al limite della follia, perciò mi è venuto quasi spontaneo. Guerre, follie varie…
Forse è anche qualcosa che collega alla perdita di memoria…ma c’è, secondo te, modo di guarire almeno da questa demenza collettiva oppure è degenerativa?
Ce lo auguriamo tutti, immagino, no, però per ora vedo un cammino tortuoso che possa portare ad una guarigione. Il mio è un piccolo tentativo per cercare di far arrivare alla collettività una certa di una sorta di consapevolezza, ma vera. Gente più importante e più grande di me magari fa dei grandi tentativi riuscendo a lavorare per impedire questa degenerazione, questa follia.
Parli anche di una compromissione che un certo punto fa anche perdere sogni, pace…non è che magari sono nascoste? Cioè, secondo te è un posto in cui si possono ritrovare?
Se parliamo della demenza è una cosa a cui non saprei rispondere veramente, perché anche se ho imparato tante cose in questo viaggio che ho fatto e che sto facendo, allo stesso tempo ho capito anche che tante cose uno le pensa, ma non sa mai se sono veramente così, perché quello che c’è dentro a uno che soffre di questa cosa, in maniera diretta, è veramente difficile da capire. Sul versante collettivo ti dico non lo so, però è ovvio che ci spero. Allora, potenzialmente, si possono recuperare i sogni, certo. Ci saranno anche dei casi emblematici, però sai com’è, come abbiamo detto prima, la strada è articolata.

Riesci sempre a descrivere molto bene i soggetti delle tue canzoni, i loro disagi, i loro malesseri, e sembra che tutti e tutte, in fin dei conti, abbiano solo bisogno di sentirsi un po’ compresi e accolti. È davvero così?
Mi è sempre venuto spontaneo di parlare di personaggi che stanno fuori dai binari. Sono sempre stato attratto da persone così, non so per quale motivo, ma credo sia per il fatto che parlarne, poi, nelle mie canzoni, sia anche un modo per andare verso la direzione di cui parlavi tu. Il fatto che qualcuno che si senta escluso, ad un certo punto, si renda conto che c’è qualcun altro che parla di lui, quello è un passo per restituirgli l’importanza che merita come essere umano.
Credo che sia una cosa che in generale possa aiutare, o quantomeno far piacere a molti. Non necessariamente quelli che si trovano in una determinata situazione, però il meccanismo credo che vada in quella direzione lì. Poi ripeto, io non potrei fare altrimenti, non lo comando. Devo scrivere e devo cantare di cose che parlano esattamente di qualcosa che sento profondamente.
È molto onesto da parte tua scrivere di una realtà a volte anche cruda, non edulcorata. Scrivi sempre di persone che hai conosciuto o nella definizione di quei soggetti c’è della finzione?
Ho scritto quasi sempre di cose che esistono e che mi erano vicine. Avrò inventato forse un paio di volte di qualcuno o qualcosa che non conosco. È che quando racconto certe cose è perché voglio che chi ascolta percepisca esattamente quello da cui sono stato colpito, che possa essere provato proprio come l’ho provato. Non voglio lasciare spazio a fraintendimenti.
Certi racconti vengono un po’ anche romanzati o posso un po’ limarli con dei dettagli, ma non sposto mai la realtà. Sono dell’idea che se racconti la verità completa sei sempre più diretto e più credibile. E poi, come ti dicevo prima, vorrei che la persona di cui io canto sappia, ascoltandomi, che qualcuno la sta pensando, che è dalla sua parte. Vorrei che si sentisse voluta, capita e accolta: quella è la mia meta.
A volte scrivi anche in prima persona femminile. È una caratteristica che rimane dei Sick Tamburo da quando c’era anche Elisabetta, oppure una tua precisa scelta di scrittura?
È un po’ tutto insieme. Fin dai tempi dei Prozac+ ho scritto testi che venivano cantati in maggioranza dalla voce femminile, quindi è un’abitudine che ho da sempre. Poi nel primo disco dei Sick Tamburo c’era anche Elisabetta… Però mi è sempre venuto poi spontaneo pensare ad una storia al femminile. Mi sono anche chiesto il perché, e credo stia nel fatto che sono cresciuto in mezzo alle donne.
A parte i primissimi anni, sono cresciuto senza una figura maschile. In casa c’erano tre donne ed io, perciò pensare al femminile non mi è così strano o lontano. In “Non c’è pace” mi sono immedesimato in quella persona che sta provando e sta attraversando quel tipo di percorso lì e mi sono detto “perché ma devo parlare al maschile se si tratta di una donna?”.

Sembra che il disco sia un climax ascendente verso un po’ la consapevolezza, che culmina nell’ultima traccia. Me la racconti un po’?
Sì, il disco è costruito un po’ così, con una scelta di vari episodi che culminano con un brano che dura più di sei minuti che è la title track. Lì ho voluto provare, sperando di esserci riuscito, a mettere in musica il mio viaggio dentro la malattia e di trasporre in musica quelle che cose che ho visto, che mi sono entrate dentro, che ho sentito. Ho voluto farlo, oltretutto, con strumenti che non uso tutti i giorni, ma con una sorta di strumenti da orchestra, che mi aiutavano molto ad esprimere i vari momenti di tranquillità, gioia, poi ancora di confusione senza capire cosa stesse succedendo, e ancora la paura, il terrore, il silenzio.
Ogni volta che l’ascolto mi emoziona, ed è strano perché non ha neanche parole. Ma ho cercato di riprodurre tutto quello che è stato, anche se poi non so se sia la verità assoluta, ma la verità di qualcuno che vede tutto questo da fuori, e in qualche modo anche da dentro, senza subirlo direttamente.
Prossime date del tour dei Sick Tamburo
- 13 febbraio – Milano – Santeria SOLD OUT
- 14 febbraio – Genova – Luzzati
- 19 febbraio – Roma – Largo Venue SOLD OUT
- 20 febbraio – Caserta – Lizard Club
- 21 febbraio – Taranto – Mercato Nuovo
- 27 febbraio – Bergamo – Druso
- 28 febbraio – Cesena (FC) – Vidia
- 01 marzo – Tolentino (MC) – Magma
- 07 marzo – Quartucciu (CA) – Cueva Rock
- 20 marzo – Castiglione del Lago (PG) – Darsena
- 21 marzo – Trecasali (PR) – Arcistella
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