Nascosto in piena vista, nel mare delle uscite discografiche di inizio 2026, c’è anche Looking for affection, il primo album in studio di Georgia, Georgia. Interamente cantato in inglese, si muove entro i confini dell’indie rock e dello shoegaze. Qualcosa che, nella musica italiana, si vede, e si sente, di rado.
Di Georgia, Georgia, ci eravamo accorti già un anno fa, quando iniziavano a comparire i suoi primi singoli. E l’avevamo subito inserita nelle nostre next big thing spoilerate. I primi brani si facevano notare per una scrittura matura, profonda e consapevole. E per una produzione mai scontata, contemporanea ma lontana dalle mode e dall’hype. Brani che facevano trasparire essenzialmente due cose. Una buona dose di talento. E la volontà di fare musica perché se ne ha voglia, e perché sono arrivate le canzoni.
Abbiamo incontrato Georgia, Georgia assieme a Violea, il produttore del disco, e li abbiamo incastrati in un’intervista doppia. Andando a scavare nell’origine del loro rapporto, in quello che li tiene ancora insieme, e chiedendo qualche prospettiva sulla musica emergente e sulle città ostili.

La prima domanda che viene spontanea è: come vi siete conosciuti?
Georgia, Georgia: è stata una congiunzione astrale! Ci siamo conosciuti al concerto di Phoebe Bridgers e Clairo a Milano, al Carroponte, di qualche anno fa. È stata un’incredibile coincidenza: non avevamo approfondito i nostri mestieri in quel momento. Poi siamo rimasti in contatto, abbiamo capito che avevamo un interesse in comune, e da lì abbiamo iniziato a lavorare ai miei pezzi. E il fatto che Phoebe Bridgers fosse una grande influenza per me, e il fatto che ci fossimo incontrati da lei, mi ha fatto decidere il nome d’arte.
E quando avete capito che la vostra collaborazione poteva funzionare?
Georgia, Georgia: Daniele?
Violea: ah, volevo lasciare alla rockstar la precedenza! Credo che quello che fa sì che funzioni sia che è tutto nato per amore di qualcosa che ci piace al 100%. Può sembrare una frase naïf, ma è davvero così. A quel concerto, siamo andati per una cosa che aspettavamo da tempo, e che era un evento raro. Più avanti, ho risposto a una storia di Giorgia che su Instagram aveva registrato una cover di Tame Impala, e mi aveva colpito come cantava, come suonava. Non c’erano secondi fini: ero genuinamente interessato e colpito.
Poi mi ha fatto sentire alcune demo, ma non mi aspettavo nulla da lei. Avevo capito che aveva stile, che le piaceva la musica, ma non sapevo scrivesse. Quelle demo erano composte bene, erano profonde. Ascoltavo quelle canzoni e davvero mi arrivavano. E ho detto: proviamoci! Poi conta che nel 2022, quando abbiamo iniziato, la musica inglese non era troppo diffusa nel mercato…
Beh, anche adesso, se guardi le classifiche di fine anno…
Violea: certo, infatti. E quindi sapevo che era una scelta in salita. Ma con Giorgia non ne abbiamo mai parlato, perché le canzoni erano così belle, che sarebbe stato insensato slittare sull’italiano. Abbiamo fatto quello che ci piaceva. Abbiamo finito lies, comphet e runner up – le prime tre canzoni del disco a cui abbiamo lavorato. Ed eccoci qua.

Questo mi porta a chiedere a Giorgia se l’inglese sia una scelta per proteggersi e rendersi più indecifrabile, o una derivazione.
Georgia, Georgia: sono vere entrambe le cose. In quel periodo, quando ho scritto i pezzi, le mie influenze erano tutte in inglese. Vivere la musica, per me, era viverla in inglese. I testi sono nati così: l’inglese mi sembra più semplice dell’italiano. Mi sentivo però anche più protetta da questa barriera linguistica nei confronti delle persone intorno a me, e mi ha permesso di raccontare liberamente storie personali, esperienze difficili.
Il disco infatti è molto intimo, e parte dal concetto che a volte bisogna mettere in discussione anche gli altri, non solo se stessi. Che è una consapevolezza da adulti…
Georgia, Georgia: arriva da un percorso di terapia che ho intrapreso in questi anni, mentre scrivevo. Elaboravo e svisceravo le mie esperienze, belle e brutte. È stato uno spettro. Da un lato, pezzi come things you do, dove racconto di quando ero ragazzina e mettevo in discussione solo me. Ora, la stessa storia la vedo con occhi diversi e con la terapia alle spalle: anche gli altri, magari, sbagliano.
Qual è il pezzo del disco di cui siete più fieri?
Violea: due te li so dire subito. soft tongue e after all. Sia per il songwriting di Giorgia, sia per la produzione, sia per l’unione tra le due cose. La resa generale è quella che mi piace di più. Poi ci sono brani che trovo bellissimi dal punto di vista compositivo, o produzioni molto interessanti. Però quelle due possiedono questa combinazione tra le due, che le rende le canzoni che mi porterei su un’isola.
Georgia, Georgia: io aggiungerei comphet. Quando ci abbiamo lavorato, era strutturata in modo diverso. C’era una strofa in più, abbiamo discusso di come modificare la struttura. All’inizio mi ero anche un po’ offesa. Ma in realtà, poi, si è rivelato vincente.

Volevo infatti chiedervi se c’è una canzone che vi ha messi in disaccordo…
Violea: credo che non abbiamo mai avuto un disaccordo. Siamo sempre stati molto allineati. È un modo di lavorare insieme che mi è capitato molto di rado. È come se ci leggessimo nel pensiero, e non solo nella musica. Ricordo un brano in cui Giorgia voleva aggiungere un bridge, e anche io avevo una proposta: mi ha mandato la sua, ed era identica alla mia! Questo nostro rapporto di amicizia, umano, è costellato di congiunzioni astrali e intersezioni spontanee.
Giorgia: la canzone di cui hai più apprezzato il lavoro di produzione di Daniele.
Georgia, Georgia: ti direi oblivious.
Avrei detto la stessa cosa!
Georgia, Georgia: per i primi pezzi, arrivavo con delle demo strutturate. Poi abbiamo capito che c’era molta intesa dal punto di vista dei gusti, e quindi gli ho sempre più lasciato libertà di allestire il brano come aveva in mente lui. Per questa canzone, avevo scritto una cosa semplice, chitarra e voce, senza avere un’idea precisa del risultato finale. E Daniele ha creato qualcosa di diverso da tutto il resto, ma che mi è piaciuta moltissimo.
Violea: riascoltando quella demo, avevo capito l’esigenza di Giorgia di esternare i propri sentimenti, di non incolparsi da sola. E quindi pensavo: “facciamo suonare la strofa come se fosse la sua voce interiore, e nel ritornello lasciamola urlare”. Quindi ho cambiato la progressione del ritornello, gliel’ho mandata, e quello che si sente nel disco è la take che lei mi ha mandato il giorno dopo, finita. Anche qua, la canzone e la produzione sono unite, intersecate. La produzione shoegaze è diversa dal resto del disco, è vero, ma non è a caso. Era necessario fare quella cosa lì per veicolare il messaggio del brano.
Invece, Daniele: la canzone che più ti è piaciuta di Giorgia dal punto di vista di songwriting.
Violea: soft tongue. L’abbiamo sentita insieme la prima volta e mi sono messo a piangere! Lei propone sempre le sue canzoni come se fossero delle cosettine piccole… e invece! Per molto tempo, ho avuto paura di poterla rovinare, da quanto mi piaceva. Ho cercato di prendere quell’emozione che ho sentito quando ho ascoltato la prima demo voce e chitarra, e ho provato non riempirla di suoni. Volevo prendere e sviluppare quell’idea, non stravolgerla.
Ecco, a proposito di soft tongue. È tra i brani che sono finiti in playlist internazionali di Spotify. Come l’avete presa?
Georgia, Georgia: è una figata, una follia! Non mi sembra vero di finire nelle stesse playlist di artisti internazionali che ascolto io.

C’è tanto shoegaze in Italia, negli ultimi anni, che però rimane sempre nell’underground, nei piccoli locali. Perché, secondo voi?
Violea: avrei diverse risposte… io da ascoltatore, più che produttore, ti direi che parte della musica anglofona che sento in Italia è un po’ derivativa. Ci sono i My Bloody Valentine, c’è tutta la scena del revival shoegaze, forse però a volte si scrive una canzone che parte da lì e che aspira proprio a quella wave lì.
Quando abbiamo fatto oblivious, io ascoltavo moltissimo i chiaroscuro, gli Slow Pulp. E ho pensato che quello che facevano loro era interessantissimo, e volevo metterlo nel pezzo. Ma la differenza, secondo me, la fa il songwriting. Le canzoni devono risuonare nei cuori delle persone: penso al primo album degli Strokes. Ha cambiato la storia della musica. Ma quel disco lì, oltre al sound, ha delle canzoni iconiche. Potresti produrle in cento modi diversi, e le canteremmo tutti [mi aveva chiesto di non inserire questa risposta, ma io sono d’accordo, e quindi la lascio: spero mi perdonerà].
Giorgia, entrambi condividiamo la provenienza da Verona. Cosa manca a Verona per farla diventare un riferimento nella scena musicale?
Georgia, Georgia: la sinistra? [ride]. Scherzo, dai. Non ci sono incentivi, locali per piccole band. I festival sono piccoli e sporadici, ed è un peccato, perché le voci ci sono.
Da poco è finito Sanremo: che cover vorreste portare, se andaste in gara?
Violea: io ho un sogno. Porterei Anna Tsuchiya, la cantante che ha cantato la colonna sonora di Nana, un anime, e suonerei un mash up di Little Pain di Olivia Lufkin e Rose.
La risposta più indie che io abbia mai ricevuto…
Violea: non rubatemi l’idea! O se volete farlo, portatemi come chitarrista!
Georgia, Georgia: io forse porterei un brano di Maria Antonietta, che è forse l’unica cantante italiana che è stata con me in tutti questi anni. Canterei qualche brano di Deluderti.
Ci pensi ogni tanto ad andare a Sanremo?
Georgia, Georgia: ci penso, però finché canto in inglese…
Magari fai come Elisa nel 2001…
Georgia, Georgia: mai dire mai. Lo vedo diverso da un talent, in cui non credo mi ci vedrei. Sanremo sarebbe diverso, magari, si ascolta il contenuto…
Ma sì, Georgia Georgia: per ora, va bene accussì.
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