Lo diciamo da tempo, il mercato discografico è una giungla fitta in cui non è facile districarsi e spesso il numero di progetti che finiscono effettivamente alle nostre orecchie è limitato e supportato da infrastrutture sostenute o da forti budget o da una comunicazione fortunata e favorita dagli algoritmi. Come cercatori d’oro, creator e media sono sempre alla ricerca di dischi validi nascosti sotto sassi e l’erba alta. Con “Nascosti in piena vista“, per Marzo 2026, abbiamo selezionato 4 progetti discografici che probabilmente non ti è capitato di ascoltare, ma che potresti apprezzare.
“Piano terra” di Verosimile

Quando in mezzo alla micidiale quantità di nuova musica uscita negli ultimi anni mi sembra di aver scovato qualcosa di effettivamente valido, di base esito. Magari ero sovrappensiero, o avevo abbassato la guardia. Mi è capitato con l’EP di Verosimile, che quindi ho ascoltato svariate volte: ogni volta, cresceva un po’ di più, fino alla definitiva rassicurazione che non è stato un abbaglio.
Piano terra è un EP di quattro brani, che oscillano tra il pop, nelle melodie orecchiabili, il rap, nelle mille parole che pronuncia Verosimile una dietro l’altra, e il clubbing, nelle scelte dell’arrangiamento. L’idea, di per sé, non è la più originale. Soprattutto a partire dai primi pezzi in italiano di Ginevra, la scena indipendente si è riempita di brani e album che oscillano tra il cantautorato e il soft-clubbing.
A far funzionare così bene questo EP sono, invece, tre semplici cose. La scrittura di Verosimile e Fosco17 (e di Dario Pruneddu in tetrapak), che è pregiata nella scelta lessicale e nella metrica ineccepibile. La produzione di Fosco17 (e sempre di Dario Pruneddu in tetrapak), delicata e leggera, sempre al servizio della canzone. E soprattutto, la vocalità dell’artista marchigiana. Nel flow delle parti rappate, negli incisi più cantati, nei bridge in crescendo, l’intonazione da spada si mischia con un timbro caldo, rassicurante e riconoscibile. Un po’ come i pasticcini di Iginio Massari. Non è che siano qualcosa di innovativo o avanguardistico. Ma ogni singola componente è eseguita talmente bene, che alla fine il risultato è superlativo.
di Filippo Colombo
“Finalmente, musica!” di Livrea

Con l’EP Finalmente, musica!, Livrea definisce il proprio spazio vitale, scegliendo di abitare il suono anziché limitarsi a produrlo. Il disco non è un semplice seguito di Diario di scavo, ma una deviazione onirica e visionaria: un manifesto d’identità in cui la consapevolezza d’artista diventa una scelta di campo netta, lontana dalle scorciatoie dell’indie contemporaneo.
Il progetto si muove in una dimensione rituale e artigianale, dove la forma canzone si espande per costruire scenari più che semplici racconti. Tra le mura di una casa-studio a Verona, Livrea ha intrecciato una tavolozza sonora colta, che fonde radici cantautorali con suggestioni jazz, soul e psichedeliche. È una musica che respira con naturalezza, capace di far convivere la concretezza della provincia con paesaggi mitologici, deserti e case affacciate sul mare.
La forza dell’EP risiede nella sua capacità di opporsi alla velocità del mondo moderno attraverso l’immaginazione. Ogni suono è trattato come materiale prezioso, trasformando l’ascolto in un gesto poetico che invita alla sosta e alla cura. In questo piccolo mosaico di immagini dense e viscerali, Livrea conferma che la musica, per lei, non è un accessorio, ma l’unico luogo possibile in cui restare.
di Ilaria Di Santo
“POST” di Kalpa

Direttamente dal novero dei finalisti di Musica da Bere POST segna un passaggio interessante nella traiettoria di Kalpa. Più che un semplice secondo capitolo dopo MANUALE DEL PICCOLO INGRATO, il disco sembra interrogare il proprio stesso statuto. Il titolo non è casuale. Nel lessico culturale contemporaneo il prefisso “post” indica ciò che viene dopo una fase già compiuta, un tentativo di superamento che però conserva ancora le tracce di ciò che precede. L’artista triestino sembra partire proprio da questa ambiguità: distruggere e ricostruire, ma senza rinnegare il linguaggio che ha costruito fino a qui.
Da questo punto di vista POST è un disco di transizione, ma nel senso più fertile del termine. Musicalmente continua a muoversi dentro un sistema di contrasti: chitarre nervose e pattern ritmici aggressivi convivono con archi, pianoforti e paesaggi elettronici più sospesi, in una scrittura che cambia pelle di traccia in traccia — dal post-punk all’alternative R&B, fino a derive elettroniche più radicali. Non è tanto un eclettismo decorativo quanto una grammatica costruita sulla frizione tra elementi diversi, quasi a mettere in scena un equilibrio instabile.
Il nodo più interessante, però, riguarda la postura autoriale. Kalpa lavora su una scrittura apparentemente semplice che nasconde una tensione più profonda: la ricerca di una sincerità possibile in un contesto culturale percepito come saturo di maschere.
In questo senso POST non è solo un disco sull’inquietudine contemporanea, ma anche un tentativo di ridefinire il ruolo della confessione nella canzone. Non l’autobiografia esibita come autenticità immediata, ma una sincerità problematica, continuamente messa in discussione.
di Carmen Pupo
“Overdrive” di Alice Robber

Al piano terra del Museo del Novecento di Milano, a destra di piazza Duomo, in una parete bianca asettica, c’è la celebre installazione luminosa al neon di Marinella Senatore: “Dance first, think later”. Ascoltando Overdrive di Alice Robber, ho avuto subito la sensazione che potesse essere quello un secondo titolo per questo EP. Un altro EP “nascosto” di marzo, ma nascosto qui anche nel senso di appartato: un universo notturno e protetto, in cui l’evasione diventa impulso naturale. Cantautrice e DJ, classe ’97 cresciuta nell’ambito della brit music, Alice Robber, all’anagrafe Alice Pistoia, pubblica il suo primo EP in italiano dopo l’esordio in inglese. Costruisce un elettropop pulsante che mette al centro libertà, amore, energia e desiderio come forme di indipendenza.
È un disco della notte, per chi è iperattivo di sentimenti. Si cerca nei suoni della notte e trova nella pista uno sfogo al sovraccarico emotivo: Overdrive, appunto. Sotto la spinta di suoni elettronici anni ’90, i brani nascono però anche da momenti di solitudine e raccoglimento, che diventano inizio di rinascita, come in Voltarti mai. In tutto il disco, voce e musica convivono in un equilibrio 50 e 50, fino a confondersi in una trama di riverberi, chitarre e synth brillanti, dove il suono guida ma lascia emergere parole essenziali, come fossero slogan emotivi. Ne esce il ritratto di una figura femminile eterea, che nella notte trova e invita a trovare uno spazio di libertà e affermazione in cui cercarsi.
di Claudia Verini
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