Hai presente il discorso per cui ogni settimana esce troppa musica? Beh, nei mesi estivi vale un po’ meno. L’attenzione cala e gli esperti delle case discografiche lo sanno bene: esce meno musica ma non per questo trascurabile. Anche per il mese di Luglio 2026, con la nostra rubrica “Nascosti in piena vista” abbiamo selezionato dei lavori che dovresti ascoltare e che probabilmente non ti sono stati propinati dall’algoritmo. Abbiamo scelto 3 dischi, ecco quali:
“I colli di Ubeda” di Golconda

Nell’Iliade le parole possono decidere una guerra. Nell’Odissea bastano un nome taciuto o una menzogna ben costruita per cambiare il destino di un uomo. La tradizione letteraria ha sempre attribuito al linguaggio un potere quasi sovrannaturale: creare, distruggere, ingannare, salvare.
I colli di Ubeda, l’EP d’esordio di Golconda, parte da una domanda meno epica, ma altrettanto radicale: che cosa accade quando le parole smettono di appartenere a chi le pronuncia?
L’espressione spagnola da cui il disco prende il titolo indica il divagare, il perdere il filo del discorso. Golconda ne ribalta il significato. Le parole si sottraggono al controllo dell’autore, cambiano direzione, producono immagini impreviste, costringono chi ascolta ad abbandonare la ricerca di un significato univoco.
È una concezione della scrittura sorprendentemente antica. Omero invocava la Musa perché era consapevole che il poeta non fosse l’unico artefice del proprio canto. Golconda, con strumenti completamente diversi, sembra suggerire qualcosa di simile: esiste un momento in cui il linguaggio prende l’iniziativa e conduce l’autore in territori che non aveva previsto.
L’impressione è che il senso venga costantemente rimandato, non per oscurità compiaciuta, ma perché ciò che interessa all’autore è il processo della significazione, non il suo esito.
Golconda eredita dal cantautorato la densità semantica e dal rap la fiducia nella materia fonica della parola. Il significato non dipende esclusivamente da ciò che viene detto, ma anche dalla sua disposizione ritmica, dalla reiterazione, dall’assonanza, dalla frizione tra suono e sintassi.
L’aspetto più convincente del disco, allora, non coincide con i singoli episodi narrativi, bensì con la coerenza della sua poetica. In un panorama musicale che spesso riduce il testo a supporto della melodia o a veicolo di immediate identificazioni emotive, I colli di Ubeda restituisce autonomia alla parola. Le riconosce il diritto di eccedere il proprio significato più ovvio, di sottrarsi alla trasparenza, di chiedere all’ascoltatore non un consumo rapido, ma un’interpretazione. È questa, prima ancora che musicale, la sua scelta estetica.
Carmen Pupo
“Miglia” dei 43.Nove

Ogni epoca possiede il proprio lessico. C’è stato il tempo delle partenze, quello delle attese, quello delle promesse. Il nostro, invece, sembra aver scelto il verbo correre.
Si corre per arrivare prima, per non perdere occasioni, per non restare indietro. Persino i sentimenti vengono consumati con la rapidità dei contenuti che scorrono su uno schermo. “Miglia”, il nuovo EP dei 43.Nove, intercetta questa condizione.
L’immaginario delle automobili, delle distanze e della corsa potrebbe indurre a leggere il disco come un racconto sul movimento. Sarebbe una semplificazione. Il movimento, in queste sei tracce, è quasi sempre il sintomo di qualcos’altro: dell’incapacità di abitare un momento, di sostenere un silenzio, di accettare che alcune emozioni richiedano tempo.
Persino Formula 1, il brano che più esplicitamente richiama l’idea della velocità, finisce per raccontarne il limite: una corsa continua perde significato nel momento in cui non esiste più un luogo verso cui dirigersi.
Per questo “Miglia” merita attenzione. Perché comprende una verità spesso trascurata: non è la velocità a consumarci, ma l’incapacità di attribuire un significato al movimento. Si può attraversare il mondo senza spostarsi di un millimetro, così come bastano pochi chilometri per cambiare prospettiva. Le miglia del titolo, allora, non indicano una distanza da colmare, ma il modo in cui scegliamo di misurare il tempo della nostra esistenza.
Carmen Pupo
“Intanto” di saera

“È solo un momento di crisi di passaggio che io e il mondo stiamo attraversando” cantava Vasco Brondi in “I destini generali”. Un verso che suonava come un eufemismo: la vita è quasi totalmente fatta di attesa, di passaggi, di transizioni. Le trasformazioni non sono mai nette, non c’è mai solo “un memento” di crisi che ci porta a un’altra fase di noi stessi.
È un po’ il concetto alla base di “Intanto“, il nuovo Ep di saera. L’artista fotografa la sua personale trasformazione: tra la vecchia e la nuova saera ci passa un fiume di tormenti, di dubbi, di stalli e incertezze. Il cambiamento non arriva mai compatto, è una costellazione, una piana di frammenti, piccoli stravolgimenti, dettagli di cui ci rendiamo conto solo quando dopo un po’ ci volgiamo indietro e ci rendiamo conto di essere cambiati. È come la teoria del mucchio: aggiungiamo un granello alla volta finché non otteniamo un cumulo. Non sapremo mai quale granello sia stato decisivo.
Il cuore del progetto di saera è nel ritornello del brano “6/10”. L’artista qui acchiude pienamente l’urgenza espressiva e la sua ricerca identitaria. La musica in questo momento di transizione diventa lo strumento per dare voce alle proprie fragilità, per attraversare il ponte e ritrovarsi, riconoscersi in un percorso di evoluzione sia personale che artistica.
“E intanto / questo tormento / mi avvolge lento / il mio nome è perso / a volte non riesco / a sentirmi dentro / e allora canto, ciò che provo è questo il modo / per sentirmi giusta in questo posto.”
La musica di saera è avvolgente. Le sue sonorità R&B e indie pop catturano l’attenzione con la gentilezza di una sconosciuta con cui si riesce a diventare subito confidenti con naturalezza. Il futuro è nelle sue mani e per adesso sembra che stia guidando nella direzione giusta.
Raffaele Annunziata
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