Ѐ arrivato così, di botto, all’improvviso. Prima un singolo, Gli inutili, una litania quasi mistica, cruda e spietata. E poi tutto il disco, Canzoni d’amore per Luigi Mangione. Otto brani, che se il presunto omicida ne venisse a conoscenza, probabilmente li inserirebbe tra le 27 cose di cui è grato. Lì, in mezzo tra il suo compagno di cella J. e “Latinas per Mangione”.
Pablo America è la centesima vita di un individuo che è stato tante cose.
Vincitore di un’edizione di Amici. Sedicente manager italo danese. Autista di Uber. Artista latitante. Autore di brani pop per altri, autore di brani per sé, pubblicati con diversi pseudonimi. Suzuki prima, America poi. Soprattutto, è un individuo sfuggente, impalpabile. Maciste Dischi, poco prima del rilascio del singolo apripista, scrisse in un post su Instagram che non riuscivano a parlarci perché non risponde al telefono. Una battuta, verrebbe da dire, ma mica possiamo esserne troppo sicuri.

Canzoni d’amore per Luigi Mangione è un album che si presta ad almeno tre prospettive di lettura, sulle quali mi sono interrogato mentre lo ascoltavo a ripetizione (perché, innanzi tutto, è un bel disco)
C’è la chiave del meme. Luigi Mangione è diventato una star per ragione ideologiche, sì, ma anche per il meme. Già il titolo di questo disco, bene o male, fa ridere. E i testi, nella loro esegesi letterale, altrettanto. Cantare su melodie noir e tristissime if you need an Uber Driver, I will be your Uber Driver sembra quasi una presa in giro. Quando la Nike farà vestiti da sposa, io ti sposerò, recita Cinzia. Mentre i Black Bloc fanno un rave party io resto qui ad amarti, in Hooligan Boys.
La traccia che apre l’album, Desperado, narra di una suora in bikini e occhiali da sole che esce da una piscina. La voce che si rompe, gli arrangiamenti essenziali, il cantato in minore sono un contraltare ironico delle situazioni narrate nel testo. Coerenti col titolo, con l’attitudine di Pablo America. Un monito ad evitare di prendere troppo sul serio se stessi, il mondo.
Agli antipodi, c’è la prospettiva romantica
Ce lo diceva Marco Mengoni tredici anni fa, che dovevamo tornare all’essenziale. E mentre i filosofi e i cantanti si arrovellano alla ricerca delle dichiarazioni d’amore più pregnanti, intrise di metafore e figure retoriche, l’amore vero si regge su poche, semplici immagini. Didascaliche, quotidiane, private. Ed ecco che allora le frasi sopra fanno il giro e diventano toccanti e sincere dichiarazioni di un amore purissimo. Frasi crudeli, che ti spaccano le ossa.
Vai nel mondo, gira, ma sappi che se vorrai tornare a casa e avrai bisogno di un passaggio, potrai chiamarmi quando vorrai, io ci sarò. E andremo a fare l’amore nelle tane dei draghi, come recita la conclusione di Oh Tommy. Ecco che allora Canzoni d’amore per Luigi Mangione diventa un manifesto di una tenerezza assassina che spezza le gambe. E gli arrangiamenti analogici altro non sono che la volontà di entrare in punta di piedi, di non togliere il posto alle parole, assolute protagoniste.
E poi c’è la prospettiva del citazionismo
Pablo America non si è inventato granché nel disco. C’mon non è altro che la versione liberalizzata, in un mondo senza il monopolio dei tassisti, di Colpa d’Alfredo. L’uso della voce e la dinamica dei brani ricorda da vicino Presto di Generic Animal (Sorry, Nirvana sono archetipi evidenti). Non è mancanza di idee. E non è nemmeno voler aprire ogni canzone e sezionarne le genesi, come nei libri di storia dell’arte. È, semplicemente, rilevare che quest’album nasce da chiari riferimenti, che Pablo America ha saputo adeguare e modellare secondo la propria sensibilità.

La verità è che di fronte al senso di Canzoni d’amore per Luigi Mangione tutte queste letture valgono poco
Sotteso a queste otto tracce c’è “l’atto di nascita di un essere umano che ha deciso di stare nel crollo, ma di starci vivo” – come scritto nel lungo manifesto che accompagna questo disco. Le canzoni sono state scritte, riscritte, rifiutate, amate, odiate, e poi per qualche motivo pubblicate. Pensarci troppo ci fa cadere in una trappola, rischia di immobilizzarci dentro paradigmi troppo stringenti per comprendere le moltitudini di Pablo America. E alla fine, la cosa migliore da fare davanti a questo disco è ascoltarlo prendendo atto che, anche se concepito e realizzato attraverso i cardini standard della canzone, è un’opera folle di decostruzione del reale. Che va riconosciuta, ascoltata come tale. Sperando che Pablo America continui a fare musica quando gli va, se gli va.
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