Tutto quello che sapevo su AKA5HA è che aveva appena creato il suo nuovo EP, non è uno; sono due. E lo ha fatto pochi mesi dopo il suo album Rifiorirai, così gli ho chiesto come mai. E sapevo anche, facendo delle ricerche su di lui, che si chiama Matteo ed è un polistrumentista e produttore di Bologna. So anche che il vinile di questo EP è di un bellissimo rosso. In più, mi aveva colpito che i suoi lavori fossero stati pubblicati da TANCA Records, sotto la direzione artistica di IOSONOUNCANE. Forse perché ho sempre pensato che l’estate fosse perfetta per ascoltare Stormi.
Questo articolo nasce da tutte le cose che invece non sapevo, prima di passare una notte in compagnia del suo nuovo EP e di parlare con lui in un pomeriggio torrido di luglio, con le tapparelle chiuse e un ventilatore sui piedi. Avevo alcune domande precise in mente. Volevo sapere se anche per lui questo è un disco notturno oppure no. Se anche lui lo avrebbe visto bene come colonna sonora per un videogioco open world oppure no. E perché gli piace così tanto il basilico.
L’arte della sottrazione: perché questo EP assomiglia ad un racconto breve
Matteo mi ha raccontato che questo EP nasce a ridosso del suo album anche perché la sua energia creativa aveva ancora qualcosa da dire. E il processo di sottrazione nella brevità mi ha riportato alla potenza del racconto breve, che sfugge alle logiche del romanzo e delle sue architetture, per obbedire solo alla sua spinta espressiva, in bilico tra il tratto ermetico della poesia e la distensione narrativa dei testi più lunghi. Non ho mai visto nessun disco incarnare così bene in musica l’estetica di un racconto. L’arte della sottrazione ha aperto per lui lo stesso territorio intermedio che esiste grazie alla spinta creativa letteraria. Quell’armatura più leggera, per correre più veloce.

L’EP è stato per me una passeggiata interiore in 5 atti
moon boot è l’apertura della porta di casa, dove il peso del disincanto e il senso di smarrimento sono ancora il dettaglio più nitido che è possibile percepire. ventimila passi inizia a farci allontanare dalla familiarità dei nostri luoghi e a prendere la strada verso una dimensione interiore, è un “solco nel cuore mio”:
Ventimila passi nel cuore mio
Indicami una forma che spezza le linee
Che colori le colpe, le braccia, le mani
il monte fonde il paesaggio esterno con quello interno, come in un gioco di specchi. E poi arriva anne, il brano più doloroso dell’EP, che in una sola frase “annegherei, troppo violento” ci riporta indietro fino agli anni di Valvonauta dei Verdena. L’ultima traccia è persona 2, dove il suono di un violoncello sintetico offre a chi ascolta la stessa drammaticità che avverte ogni persona quando, pur avendo conquistato la propria autonomia, si sente ancora persa. E sola, stanca. Rigenerata dopo un atto di separazione, di sottrazione.
non è uno; sono due è un viaggio che dura 19 minuti, il tempo che si impiega ad uscire di casa e camminare senza meta per la città. Una sensazione che ho ritrovato anche in un verso di Inverno ‘96 (da Rifiorirai), che è il mio preferito di AKA5HA:
tu guarda il cielo sopra noi
non vorrai star fermo lì ad aspettare la noia
mi squarcia il cuore
Come per tutti i racconti è impossibile arrivare al centro e vivisezionarlo: è importante attraversarli. E lasciare che tutto ciò che hanno da raccontare sia potente tanto quanto quello che invece non ci hanno potuto dire.
In questa intersezione, c’è la voce di Matteo che ci racconta la vera storia di questo EP.

Partiamo dal titolo del nuovo EP: non è uno; sono due. Ti va di raccontarmelo?
È nato in modo del tutto casuale. Un amico aveva dei libri vecchi da tagliare con il tagliacarte e, mentre sfogliavo quelle pagine senza un obiettivo preciso, mi sono imbattuto in questa frase. Mi ha colpito subito perché sembrava raccontare esattamente ciò che stavo cercando di dire in quel momento.
Mi piaceva la doppia lettura: da una parte c’è qualcosa di quasi drammatico, l’idea di una separazione tra sistemi, tra elementi che prendono strade diverse; dall’altra può essere letta come un elogio dell’individualità, della necessità di mantenere una propria identità e una propria fermezza. Mentre finivo l’EP, continuavo a tornare su quel titolo. A un certo punto è diventato il punto da cui guardare tutto il resto.
L’EP arriva pochi mesi dopo Rifiorirai. Che rapporto c’è tra questi due lavori?
Questo EP nasce proprio dagli “strascichi creativi” del disco precedente. Rifiorirai è stato un percorso molto lungo: ho lavorato molto sugli arrangiamenti, aggiungendo elementi, togliendoli, cambiando continuamente prospettiva. È stato un processo di stratificazione.
Dopo quell’esperienza avevo voglia di mettere alla prova tutto quello che avevo imparato in qualcosa di molto più essenziale. Ho deciso di partire ponendomi dei limiti: pochi strumenti, poche soluzioni, pochi suoni. Per esempio mi sono imposto di non utilizzare chitarre classiche o acustiche e di concentrarmi su altri elementi, come l’harmonizer e una chitarra elettrica più cruda. È stato un processo molto più istintivo rispetto al disco precedente.
Alla fine lo sento come una chiusura del cerchio. Sono lavori diversi, ma sono ancora molto vicini perché appartengono allo stesso momento della mia vita. È passato poco tempo e, in fondo, sono ancora la stessa persona che ha lavorato a Rifiorirai.
Secondo te qual è il momento ideale per ascoltare non è uno; sono due? Io lo ricollego molto alla dimensione notturna.
Io lo vedo come un unico flusso, quasi un piccolo viaggio. Non penso ai brani come episodi separati, ma come elementi diversi all’interno della stessa esperienza, con momenti emotivi-dinamici diversi.
Me lo immagino soprattutto in una dimensione solitaria, più che in un momento del giorno. Un ascolto in cui puoi entrare dentro te stess*: una passeggiata con le cuffie, un viaggio in macchina, quei momenti in cui hai uno spazio tutto tuo.
La tua musica vive in un territorio difficile da definire (per fortuna). Qual è la descrizione che senti più vicina?
Le influenze sono tantissime e provengono da mondi diversi. Trovare una definizione oggi è difficile, quasi impossibile, ma se dovessi sceglierne una direi “cantautorato”.
La tua musica si intreccia molto bene con altre forme di espressione narrativa. L’immagineresti all’interno di una serie tv, un film o di un videogioco?
È una cosa che mi sento dire da molto tempo, quindi probabilmente qualcosa di vero c’è.
Mi affascina molto l’idea della musica come elemento in grado di accompagnare una narrazione più ampia. Da videogiocatore mi piacerebbe tantissimo lavorare, per esempio, alle musiche di Death Stranding 3.
Mi piace quando una canzone non resta chiusa in sé stessa, ma riesce a dialogare con immagini, storie e mondi diversi. Anche le visual realizzate da Lottosullalilla nascono da questa idea: ampliare il racconto della musica attraverso altri linguaggi.
Proprio a proposito di videogiochi: hai realizzato anche un videogioco legato al tuo EP. Come è nato?
È nato in modo molto spontaneo, insieme a un amico. Io avevo questa idea per una storia e ci siamo chiesti: perché non provare davvero a trasformarla in un gioco? Da lì è nata un’avventura grafica in stile punta e clicca. È stato molto bello vedere la musica abitare anche in quello spazio, perché è un linguaggio completamente differente ma allo stesso tempo molto vicino alla costruzione di un immaginario.
C’è poi un elemento molto particolare che è protagonista del gioco: una pianta di basilico. Dimmi la verità, è una metafora?
È qualcosa di molto specifico e personale, quindi mi piace che crei del mistero. Il basilico è allo stesso tempo una pianta e qualcosa di utile nella vita quotidiana. Mi affascina soprattutto l’idea di donare una pianta di basilico.
Le prossime date del tour di AKA5HA
7 agosto – Summer is Mine Festival – Carbonia (SU)
21 agosto – Concorto Film Festival – Piacenza
22 agosto – Imaginaria Festival – Conversano (BA)
11 settembre – Fermento in Villa – Bologna
18 settembre – Saz in Town 2026 – Tonadico (TN)

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