Una nuova fine di HÅN non è un disco come tanti. Sicuramente, per le modalità con cui è stato condiviso. Poche canzoni alla volta, con un filo logico a connetterle: le stagioni. A partire dall’autunno, con i primi due brani (un cane per te, non mi odi per davvero) fino ad arrivare all’estate (con altre due tracce, l’erba, l’acqua e la famiglia e venderei i miei amici). E poi il disco intero, che racchiude tutte le quattro stagioni, e tre nuovi pezzi.
In questi dieci brani, HÅN si evolve. I suoni partono noir, cupi, elettronici, e diventano poi analogici, solari, ironici. E così i temi trattati, i testi, i riferimenti socio-culturali. Rimane immutata, tuttavia, la verità che sta alla base. Un disco composto alla ricerca di brani sinceri, senza sovrastrutture o effetti speciali.
Ci siamo fatti raccontare il disco, e le riflessioni che ci stanno dietro, giusto qualche minuto dopo che aveva smascherato la “truffa dello specchietto” che qualche malintenzionato aveva provato a farle per la seconda volta!

Il disco è nato durante la tua residenza alla Casa degli Artisti. Il concept sotteso all’album, la fine del mondo, è qualcosa che avevi già in mente? O che è nato da quelle contaminazioni?
Ѐ nato sia prima che durante la residenza. Avevo quest’idea di fare il disco in capitoli, in stagioni, e che raccontasse la fine del mondo intesa in senso più metaforico e meno apocalittica. E avevo quest’idea degli animali. Quando sono venuti a trovarmi gli altri artisti, e amici, ho chiesto loro di disegnarsi in versione animale su un cartellone gigante che avevamo affisso. Quindi l’idea si è convalidata lì.
Come funzionavano le sessioni di scrittura durante la residenza?
Ogni giorno venivano una o più persone, e componevamo un brano diverso ogni giorno. Ho cercato di non voler per forza scrivere una canzone per me. La mia operazione in questa residenza era finalizzata a proiettarmi su chi sarebbe venuto, piuttosto che su quello che avevo già scritto. C’era Tobia, Novecento, che era presente ogni giorno e che ha prodotto poi tutto il disco. E poi lì avevamo il nostro materiale. Loro ci forniscono solo un pianoforte. Le casse, la scheda, le abbiamo portate noi. Abbiamo installato un piccolo studio per una settimana.
Tra tutte le persone che hanno partecipato alla scrittura (Generic Animal, Rareș, Iako…), c’è qualcuno con cui hai cliccato immediatamente?
Sicuramente Luca, Generic Animal, è stato immediato per me. Quel brano, un animale non sa piangere, è venuto subito. Lui ha composto il giro di chitarra, io ci ho canticchiato sopra. E l’abbiamo subito scritta: lui la chitarra, io il testo e la voce. In un giorno solo, abbiamo composto il brano, che è rimasto fondamentalmente com’era.
E qualcuno con cui qualcosa non ha funzionato?
Non so se dirlo… forse, c’è stata una sessione con il ragazzo dei Belize e Fight Pausa, con cui avevo già lavorato, che è stata più difficile. Forse non ci incastravamo a livello di stile di scrittura, di approccio. Lui fa l’autore, e quindi aveva un approccio di quel tipo. Io non cercavo qualcosa fatto per me. Volevo che le persone portassero il loro progetto musicale. Lì è stato un po’ difficile. Avevamo già fatto qualcosa insieme, avevamo delle conoscenze in comune, ma a livello di approccio, mi sono accorta che eravamo scollegati.

Durante la scrittura del disco, cosa stavi ascoltando?
Ho cercato il più possibile di non avere reference in questo lavoro. L’unica è stata Saya Gray, che ascoltavo tantissimo in quel periodo. Ma in realtà neanche tanto, perché abbiamo virato. L’inizio del disco è più scuro, più elettronico, mentre poi arrivano più strumenti, ci si sposta verso l’analogico. All’inizio avevamo questa playlist, ma poi mentre facevamo il disco abbiamo trovato il suono altrove.
Queste batterie, questi strumenti orchestrali, i fiati, il clarinetto, il violoncello ma distrutti, un’elettronica che sembra molto organica. Quindi è difficile identificare una reference. Mi è piaciuta molto la colonna sonora di Poor things, di Jerskin Fendrix, e poi c’era stato un set che avevo fatto a Radio Raheem dove avevo inserito gli ascolti che avevano convalidato il disco in fase di validazione.
Parlavamo prima della scelta di pubblicare il disco in quattro capitoli. Da cosa deriva?
Volevo che il disco fosse un percorso e un ciclo, qualcosa che fosse diviso tematicamente. Il disco inizia con l’autunno e finisce con l’estate. Le quattro stagioni rappresentano le quattro fasi del disco, e i quattro animali associati.
Il cane è la prima fase, con questo legame affettivo. Poi il pesce rosso, l’inverno, una fase di isolamento e quasi depressione. In primavera c’è il topo, perché parliamo del corpo, ed è associato alla tematica della prospettiva femminile. Un animale molto carino, che però non è associato agli animali carini canonicamente. E poi infine l’estate, dove c’è un dualismo tra la caccia, la ricerca del posto, e un’idea più sessuale di autodistruzione, che è venderei i miei amici. Non c’è un animale qua, l’uccello non è rappresentato concretamente nella copertina dell’EP. Ci sono dei suoi elementi su di me. Questa divisione tematica mi ha aiutato nel filo narrativo. E a livello di suono, come dicevo prima, c’è un inizio più scuro che poi si apre.
E i tre brani che sono stati aggiunti in seguito, che ruolo hanno nella narrazione?
Sono degli spartiacque. I due brani strumentali (INIZIO/FINE e CLEANING UP) sono un’intro e uno spartiacque tra la prima parte più scura e quella più ironica e colorata. E girotondo è un brano conclusivo, anche se non è l’ultimo del disco. Parla della fine del mondo.

Me lo stai raccontando: Una nuova fine è un disco elaborato, non immediato. Non solo per la ricerca sui suoni, ma anche per la narrazione sottesa. Ti sembra che il disco stia venendo effettivamente capito? Oppure ti aspetti che, magari, nei live, si potrà comprendere meglio?
Se uno non si legge quest’intervista, fa fatica a capire queste cose! Abbiamo realizzato dei video, faremo una live session con Cacao Prod per i brani di estate, nel tentativo di spiegarli. Lo faremo capire nei live in autunno, soprattutto se avremo la possibilità di inserire una parte visiva. Mi piacerebbe poi creare altri contenuti che possano spiegare il disco. E mi piacerebbe molto suonarlo in un teatro, creare uno spettacolo completo dove far sì che si possa davvero capire.
Hai iniziato a cantare in inglese, e poi ti sei pian piano spostata verso l’italiano. Dopo questo disco, la dimensione di vulnerabilità che dà cantare in italiano in Italia ti fa sentire più a tuo agio rispetto a prima?
Più che a mio agio, mi sento più sincera. E quindi, per me, la mia musica ha più senso di esistere. Sto capendo che a me piacciono le cose sincere, nella musica. Un po’ di tempo fa, no. Mi interessava di più che fossero elaborate. Adesso, mi colpisce di più la sincerità, se stai dicendo la verità, qualcosa che parla di te senza fronzoli, senza cercare la frase ad effetto. Con l’inglese, farei fatica ad avere questa percezione. Quando parliamo un’altra lingua, abbiamo un’altra impostazione, e mi sembra che facendo musica io debba avere l’impostazione più diretta possibile.
L’ultima domanda che ti volevo fare è una curiosità… fino a qualche mese fa, sui social c’era questo trend che consisteva nello scrivere a chi si ama un messaggio che chiedeva “se fossi un verme, mi ameresti lo stesso?”. Mi chiedevo quindi se la tua canzone se fossi un verme derivasse da qua…
Sì, deriva da lì. Vorrei parlarne, perché è una canzone che spesso viene interpretata male. Non è una canzone d’amore, ma una canzone sul corpo. Non stiamo parlando a un amante, ma è una canzone su una condizione femminile. Un giorno invecchieremo, ma quest’invecchiare sarà per noi più pesante, perché parte del nostro valore è legato al nostro corpo. Infatti alla fine cambia, e parla in prima persona. Quello è l’incipit. Ironizzo, riprendendo questa domanda se fossi un verme, ed è il centro del pezzo.
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