House Baby, uscito il 20 marzo per La Tempesta Dischi, rappresenta il disco d’esordio di Fight Pausa. Carlo Porrini ha nel suo curriculum diverse collaborazioni tra cui Myss Keta, Massimo Pericolo, Post Nebbia e Generic Animal. Scriverli tutti non è un esercizio di stile ma funzionale: artisti diversi tra loro, con latitudini musicali e anche banalmente di pubblico estremamente diverse. Questo è il primo concetto da sottolineare. Poi c’è da raccontare la sua militanza nei 72-Hour Post Fight (trovate tre minuti per ascoltare Made of Clay, ndr), piccolo progetto gioiellino frutto di influenze musicali spesso antitetiche (si, è un tema che ricorrerà spesso) e nei Leute, band foriera di un emo/post-punk capace di emozionare in maniera chirurgica.
Dopo questa doverosa introduzione, House Baby è un lavoro poco inquadrabile nelle logiche di una recensione classica.
Chi cerca un filo conduttore non lo troverà: il lavoro appare come una sorta di grande cesto di frutta bellissimo da portare in tavola e che rende felici della scelta tutti i commensali. L’ascolto genera curiosità poiché imprevedibile: dalle atmosfere oniriche e alternative di Cocoon o X-Ray si può inciampare nell’estetica anni ’90 di Clumsy o alle deframmentazioni emotive di Lullabyyyy fino alle tentazioni urban di Città (parte 1 e 2). Ma sarebbe facile trovare altri filoni, altri piccoli ruscelli musicali.
Questo non è ovviamente un limite e se pure lo fosse, è solo nella testa di chi ascolta. Al secondo ascolto House Baby perde gran parte di quella manifesta entropia per mostrare tutto il certosino impegno nel crearne la tracklist. Tutte le isoforme musicali di Fight Pausa emergono e reclamano il loro posto all’interno del progetto: tutto quello che di buono era stato proposto (si rilegga la lista di collaborazioni) è funzionale al compito finale. Le atmosfere oniriche, gli sconfinamenti jazz preparano il terreno ai testi dal retrogusto post punk che vivono negli edifici urbani di un’umanità variopinta e solidale.
Abbiamo intervistato Fight Pausa: dalla genesi del disco al suo rapporto con i colleghi musicisti all’attuale fruizione della musica da parte di artista e pubblico.

Rompiamo il ghiaccio: come nasce il disco?
Faccio una piccola premessa. Ho lavorato per tanto tempo come produttore di dischi ed ho sempre avuto band, progetti ma non mi sono mai messo a ragionare un disco solista. Un po’ per insicurezza mia e un po’ perché avevo altre cose da dire, volevo stare insieme ad altre persone, etc. Quindi per prima è nata la necessità di esprimermi in un altro modo, e volevo farlo “da solo”. Anche se poi non è stato davvero in solitaria, come non lo è nessun disco. Però ecco, volevo ricominciare a cantare, volevo riportare delle cose della mia vita personale. Volevo riscoprirmi un po’ più come songwriter e un po’ meno come produttore di musica elettronica. E questo è stato il punto di partenza.
Poi nel 2024 c’è stata l’occasione di fare una residenza in Casa Degli Artisti, ho passato un mese lì a scrivere il disco in compagnia di tante persone. Io avevo delle demo, e si è creato questo nuovo equilibrio in cui io mi sono in primis mi sono un po’ liberato da qualche paturnia che avevo sul fare le mie cose da solo e sull’essere in prima linea.
Essere produttore ti aiuta sicuramente molto a nasconderti in qualche modo e dall’altra parte poi era anche interessante vedere il loro apporto, in quanto musicisti super. Si è quindi creata una comunità intorno al fatto che volevo fare un disco da solista e che poi è continuata per tutto il 2024. Poi diciamo ha portato alla finalizzazione del disco nel 2025.
Hai parlato quindi di una grande collaborazione tra artisti ma spesso si dice che la collaborazione tra gli artisti è soltanto di facciata: tu invece mi stai raccontando che in realtà c’è stato un vero e proprio stringersi la mano e collaborare insieme.
Sì, certo! L’idea di cercare persone con cui ci fosse affinità e voglia di passare del tempo insieme è nata come una doppia necessità. Volevo circondarmi di certo tipo di energia e c’erano delle persone da cui ero molto attratto musicalmente. In particolare c’è stato Valerio Visconti, che poi è diventato uno dei miei migliori amici con cui lavoro e suono sempre. Leonardo Varsalona che è stato una presenza importantissima in residenza, e anche Luca Galizia (Generic Animal).
È stato fondamentale il loro supporto umano e il loro aiuto nella quadratura di questo cerchio. Poi alla fine il timone ce l’avevo sempre io e tante cose le ho decise io lavorando anche da solo. Però spesso loro mi hanno aiutato a sbloccarmi in momenti in cui ne avevo bisogno. Nella residenza artistica avevamo una stanza molto grande in cui ho montato tutto il mio studio. Un continuo via vai di persone con cui lavorare al disco in comunità. Tutto comunque orchestrato da me.

Da questa forte condivisione degli spazi hai maturato delle influenze di scrittura del disco? Ci sono degli artisti o degli album da cui sei partito?
Sicuramente c’era un tema personale che volevo esplorare di più e che riguardava la mia infanzia e dei dischi con cui sono cresciuto da piccolino e che mi ha passato mio papà. Tutta la musica indie rock di un certo periodo degli anni ’90. I Pavement, Grandaddy, Sparklehorse: tutti progetti a cui sono stato sempre molto legato ma che per un motivo o per l’altro non ho mai toccato con la musica che ho fatto con le band. Questo tema dei cantautori strambi con la chitarra, tutto quel tipo di scrittura.
Sapevo che con naturalezza tutta quella roba sarebbe finita dentro il tritacarne del mio stile di produzione che invece è molto elettronico e molto contaminato e che poi nel processo si sarebbe trasformata e diventata altro. È stata questa un po’ la mia stella polare.
Una curiosità. Essendo una cosa che parte da un pezzo della tua infanzia e che poi si è sviluppata in età adulta, come pensi suonerà per te tra dieci anni? Sarà un disco che ti suonerà completamente alieno oppure lo sentirai comunque tuo?
Ti darò una risposta un po’ complicata. Penso che le cose che facciamo abbiano comunque un valore un po’ fotografico poiché tendono a immortalare un momento nella nostra vita, sia per quello di cui parli, sia per il modo in cui lo esprimi, sia per come si costruisce tutto. Quindi c’è questa componente “sacra”, e penso che sarebbe bello guardarla non come un problema ma come una cosa bella.
Dall’altra parte mi piace pensare che nonostante tra dieci anni avrò un’altra età ed altre necessità da esprimere in altro modo, comunque potrò guardare questa roba con fierezza dicendo che, ok, ho davanti una persona diversa ma una persona che riconosco e che riesco ancora ad accogliere. L’idea è quindi di riuscire a fare musica che potrei fare solo ora ma che mi piacerà per sempre.

Questo è completamente in controtendenza con quello che c’è oggi in cui tutto quanto è un po’ usa e getta, con tracce che durano tre minuti e nate quasi per durare lo spazio di una playlist settimanale.
È una cosa molto lontana dal mio modo di ragionare. Ci metto tanto di quell’impegno emotivo, mi ci butto dentro, ci penso tutto il giorno. L’idea che sia una cosa di poco conto mi fa venire angoscia, voglio che sia almeno il massimo di quello che potevo e volevo dire, che sia importante per me in senso assoluto. Penso che la mia necessità espressiva sia un’altra, so di avere delle velleità musicali per cui non faccio musica super facile. Quando ho fatto questo disco mi interessava parlare di certe cose, ho scelto di farlo con un linguaggio che mi appartiene e che voglio scoprire strada facendo.
Quindi secondo te c’è ancora spazio per una necessaria gavetta? Alla luce di quello che ci siamo detti, qual è il futuro della musica live?
Di gavetta ne ho fatta tanta anche per un dato anagrafico. Nel senso ho più di 30 anni e suono dal vivo da quando avevo quindici anni. Provengo da un paesino e la mia gavetta è stata “capire come funzionano le cose” e ci ho messo un po’ di tempo. Poi ho fatto un’università che non riguarda scienze musicali, quindi comunque tutto quello che ho imparato l’ho imparato picchiandoci la testa. Facendo le cose poi sono cresciuto.
A ventitré anni ho conosciuto Enrico de La Tempesta Dischi, Jacopo dei FBYC e la musica di Milano. Ho imparato come organizzare eventi, magliette, stampa dei vinili. Tutto un mondo di DIY che abbiamo continuato ad avere anche quando abbiamo firmato contratti più importanti.
Quanto è cambiato il mondo della musica DIY in questi anni?
Mi sembra tanto. È pur vero che magari non sono più in contatto con i ragazzi di diciotto anni e adesso non so cosa stiano facendo. Però la percezione che ho da fuori è un po’ che comunque le persone sono più informate e sanno come fare le cose. Noi a diciotto anni, non direi per snobberia ma forse più per ignoranza, pensavamo “l’etichetta è il male”. Il disco bisognava farselo da soli con il proprio masterizzatore, una scelta quasi politica. Io suonavo post-hardcore. Era una musica che comunque aveva un contatto con le case discografiche abbastanza ristretto.
Ho la sensazione che comunque si vada molto più velocemente verso una cosa più strutturata per funzionare e per avere un successo di qualche tipo. Noi invece eravamo tanto affamati di suonare dal vivo e di farci conoscere, ma non avevamo alcuna coordinata su come si facesse per diventare famosi.

Per quanto riguarda la questione della musica dal vivo, in realtà spero che questa sempre maggiore diminuzione della distanza con la musica possa favorire l’emergere della potenza dell’evento concerto. Noi, per esempio, abbiamo investito tante energie nel progetto del concerto che faremo. Vogliamo che sia un’esperienza diversa dal disco e che abbia valore per i fatti suoi.
Se digitalmente la musica ha purtroppo sempre meno significato, l’esperienza dal vivo può diventare potente. Personalmente sono passato da un momento pre-covid in cui pensavo che l’aspetto dal vivo sarebbe andato a diminuire sempre di più per me, ad un attuale forte sentimento di risveglio. M regala tanta energia e voglio investirne altrettanta. Sono molto contento del fatto che suoneremo il disco dal vivo: se me l’avessi chiesto due anni fa magari non ci avrei proprio pensato.
Ti faccio due domande catchy a questo punto. Una canzone che avresti voluto scrivere e potessi collaborare con qualcuno per un remix di New Life (traccia preferita del disco, ndr), chi sceglieresti.
Ti rispondo prima sul remix. Sono fissato con Dean Blunt (musicista londinese noto per creare atmosfere musicali attingendo a diversi generi musicali, ndr). La sua sensibilità elettronica, il suo essere un chitarrista super: questa doppia vita a cui mi ispiro anche io.
Per quanto riguarda la traccia che avrei voluto scrivere, gioco facile: The Magnetic Field con The Book of love. È una delle canzoni d’amore più belle e dolci di sempre ed anche Peter Gabriel ne ha fatto una cover meravigliosa. Lui è un cantautore americano che ha scritto questo disco di sessantanove canzoni d’amore. Un disco stupendo e dal quale propongo anche una cover in alcuni dei nostri concerti (di “I don’t want to get over you”). È Un disco fuori da ogni logica attuale se ci pensi.
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