Ci sono dischi che arrivano con il peso della propria storia ancora prima che parta la prima traccia. Zarathustra Style, joint album di Fabri Fibra e Neffa, è uno di questi. Ventiquattro anni dopo Turbe Giovanili, album prodotto da Neffa che ha segnato una tappa fondamentale nel percorso di Fibra, i due tornano a condividere lo stesso progetto, chiudendo un cerchio. Ma più che un’operazione nostalgica, il loro incontro sembra rispondere a una necessità precisa: rimettere il rap al centro, sottrarlo alle formule rassicuranti e restituirgli quella capacità di creare attrito che troppo spesso sembra essersi smarrita.
Il riferimento a Nietzsche, già nel titolo, non è soltanto una dichiarazione d’intenti
Zarathustra Style recupera l’idea di un pensiero che si fa strada attraverso provocazioni, contraddizioni e verità scomode, senza preoccuparsi di risultare accomodante. A questo si aggiunge l’immaginario di Fight Club, dove il conflitto diventa una forma di conoscenza e la distruzione un passaggio attraverso cui mettere in discussione ciò che si credeva intoccabile. È una chiave di lettura che attraversa il disco nella sua interezza: lo scontro con la vita, con le proprie debolezze, con il mercato musicale e con un presente che sembra pretendere da ogni artista una versione sempre più riconoscibile, vendibile e prevedibile di sé.

Fabri Fibra e Neffa non hanno bisogno di dimostrare di appartenere alla storia del rap italiano
Il rischio, semmai, sarebbe quello di rimanerne prigionieri, trasformando il passato in un repertorio di riferimenti da riproporre per un pubblico già conquistato. Zarathustra Style evita almeno in parte questa trappola perché non si limita a celebrare ciò che i due hanno rappresentato. Prova a capire cosa significhi continuare a fare rap dopo decenni di carriera, quando il successo non mette al riparo dalle insicurezze e l’esperienza non garantisce necessariamente un posto nel presente. La maturità del disco risiede proprio in questa consapevolezza, nella possibilità di parlare delle difficoltà personali senza costruirsi addosso l’ennesimo personaggio invulnerabile.
Il dialogo tra i due artisti è il vero motore del progetto
Fabri Fibra conserva la sua scrittura tagliente, sarcastica, capace di mettere a fuoco le contraddizioni individuali e collettive con una precisione che non cerca necessariamente il consenso. Neffa, invece, porta una musicalità più elastica, un approccio ritmico che amplia le possibilità del confronto e impedisce alle rime di ridursi a una successione di prove di forza. Le loro voci non cercano di uniformarsi. Si incontrano, si sfidano, si lasciano spazio, costruendo un equilibrio in cui nessuno dei due finisce per diventare una semplice presenza di contorno. È un dialogo tra sensibilità differenti, ma soprattutto tra due modi di intendere il rap che trovano proprio nella distanza reciproca la possibilità di rinnovarsi.
Questa dinamica si riflette nelle produzioni, tutte curate da Neffa, che costituiscono uno degli elementi più caratterizzanti dell’album
Le radici hip hop rimangono riconoscibili, ma il suono si apre a contaminazioni soul, jazz, funk ed elettroniche, attraversando atmosfere psichedeliche, passaggi più cupi e improvvise deviazioni ritmiche. Il riferimento agli anni Novanta non diventa mai una semplice ricostruzione filologica. Accanto al boom bap convivono soluzioni che guardano a un immaginario più contemporaneo, mentre alcuni cambi di struttura interrompono deliberatamente le aspettative. È un lavoro che rivendica il valore della produzione come parte integrante della scrittura, ricordando che il rap non vive soltanto nella qualità delle barre, ma anche nel modo in cui queste abitano il suono.

La varietà delle soluzioni produttive, tuttavia, non coincide sempre con una maggiore incisività.
Se la ricchezza degli arrangiamenti permette al disco di sottrarsi alla ripetizione di una formula, la continua ricerca di deviazioni può finire per rendere meno leggibile la direzione complessiva del progetto. È una contraddizione che riguarda in genere album così estesi.
La sperimentazione funziona quando modifica il modo in cui le parole arrivano all’ascoltatore, quando apre nuove possibilità al confronto tra le due voci; perde parte della propria forza se rimane una successione di variazioni che non sempre sembrano necessarie. Il lavoro di Neffa è uno degli elementi che danno personalità a Zarathustra Style, ma proprio questa centralità rende legittimo chiedersi se ogni scelta sonora contribuisca davvero alla costruzione di un insieme o se alcune finiscano per appesantirlo.
La scelta di costruire un album di ventitré tracce, intervallate dagli skit di Fonoteca, va nella stessa direzione. In un panorama abituato a concentrare l’attenzione sui singoli, sulla durata contenuta e sulla necessità di catturare immediatamente l’ascolto, Zarathustra Style si concede il diritto di essere ingombrante. Chiede tempo, continuità e una disponibilità a lasciarsi attraversare da un flusso di parole che non sempre cerca la sintesi. È una presa di posizione interessante, anche se non priva di conseguenze. La densità del progetto può diventare una risorsa, ma rischia talvolta di trasformarsi in ridondanza. Non tutte le deviazioni hanno lo stesso peso e non ogni passaggio riesce a giustificare fino in fondo l’ampiezza del percorso. L’assenza di compromessi, da sola, non è una garanzia di riuscita. Perché la libertà formale abbia davvero valore, deve trovare una direzione capace di sostenerla.
Anche sul piano tematico il disco è più efficace quando lascia emergere le contraddizioni senza pretendere di risolverle.
Il successo, il denaro, l’invecchiamento, la nostalgia e la paura di non riuscire più a riconoscersi si intrecciano alla critica dell’industria musicale e di una società che misura continuamente il valore attraverso risultati, numeri e visibilità. La strada verso il successo non viene raccontata come un’ascesa lineare, ma come un percorso disseminato di tentazioni, fallimenti e persone che rimangono indietro. Persino la nostalgia per le estati passate, apparentemente lontana dalle riflessioni più dure del disco, diventa il segno di un cambiamento più ampio: anche ciò che un tempo sembrava semplice e accessibile finisce per trasformarsi, lasciando dietro di sé una sensazione di perdita.

È qui che Zarathustra Style trova il suo nucleo più interessante
Non nella pretesa di impartire lezioni a una scena musicale che i due conoscono bene da sapere quanto sia complicata, ma nella disponibilità a mettere in discussione anche il proprio posto al suo interno. La polemica contro il mercato e le sue convenzioni rischierebbe altrimenti di ridursi a una posa generazionale, soprattutto nelle mani di artisti che possono permettersi una libertà conquistata attraverso anni di carriera. Fabri Fibra e Neffa, invece, sembrano consapevoli di questa contraddizione. Non si dichiarano estranei al sistema, ma ne espongono le storture senza fingere di poterne fare completamente a meno. È una posizione più ambigua e, proprio per questo, più interessante di una generica rivendicazione di autenticità.
Resta, però, una questione che il disco non può eludere: da quale posizione si critica un sistema di cui si è stati protagonisti e dal quale si è ottenuto riconoscimento?
L’esperienza di Fabri Fibra e Neffa conferisce alle loro osservazioni un peso specifico, ma rischia anche di trasformare la critica in una forma di privilegio, nella rivendicazione di una libertà che deriva proprio da una posizione ormai consolidata.
Non è una contraddizione che annulli il valore del loro discorso. È piuttosto il punto in cui questo dovrebbe diventare più scomodo, interrogando non soltanto le storture dell’industria, ma anche il rapporto che gli artisti intrattengono con essa. Quando la polemica si limita a individuare un sistema esterno da contestare, può diventare fin troppo facile distinguersi da ciò che si critica. È quando mette in discussione anche i propri vantaggi, invece, che smette di essere una dichiarazione di principio e acquista una reale portata critica.
Zarathustra Style non è un disco che cerca di piacere a tutti, né un ritorno che si accontenta di vivere della memoria di ciò che è stato
La sua forza sta nella volontà di rimettere in circolo un rap ruvido, stratificato e libero di contraddirsi. Un rap capace di alternare la competizione tecnica all’introspezione, la provocazione alla vulnerabilità. Qualche eccesso di durata e alcune disuguaglianze impediscono al progetto di mantenere sempre la stessa incisività, ma non ne cancellano il valore. In un momento in cui la musica sembra spesso dover dimostrare immediatamente la propria utilità, Fabri Fibra e Neffa si concedono il lusso di un album che non semplifica, non rassicura e non si preoccupa troppo di essere consumato in fretta. Non perché il passato fosse necessariamente migliore, ma perché il rap, per continuare a esistere, ha bisogno anche di dischi capaci di metterne in discussione il presente.
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