Prima di «Sapessi che felicità mi dà/ l’idea di non averti più», prima di Non c’è due senza te, di Rette Parallele e di Coniugati passeggiare, prima del MI AMI al Circolo Magnolia nel giugno 2007, dei duetti con Brunori Sas e dei karaoke di Vasco Rossi con Vasco Brondi, prima del Primo Maggio, prima di tornare a cantare Anice in bocca nel 2016, prima di rifarlo oggi, vent’anni dopo. Prima di tutto questo, Giuseppe Peveri, aspirante cantautore di Fidenza ed ex chitarrista dei La Spina, registrava alla bell’e meglio, nella più sana delle tradizioni DIY, il suo primo disco.
Era il marzo del 2006 quando il suddetto Peveri, col nome d’arte di Dente, si presentava con sedici brani raccolti in poco più di 31 minuti, stampati in 300 copie su CD, assemblate e imbustate da lui stesso e vendute ai concerti. Il disco era stato registrato in casa con mezzi di fortuna e poi sistemato alla Fabbrica di Plastica da Amerigo Verardi, Claudio Chiari e dallo stesso Dente. L’etichetta era la storica Jestrai.
Il disco, lo abbiamo già anticipato, si chiama Anice in bocca ed è stato il prima di tutto.
Prima di conoscere Dente, adesso che Dente lo ascoltiamo da vent’anni, chi più chi meno. Prima dell’indie it-pop e dentro quei primi anni Duemila, ancora fermentati e sperimentali, c’era un album dalla copertina verde acido, sfumata verso il giallo limone. Retrogusto, appunto, di anice in bocca: un primo assaggio aspro e amarognolo di quell’immaginario sinestetico che presto sarebbe diventato una delle cifre più riconoscibili dell’artista.

Si comincia da Al mondo, il brano d’apertura.
È un botta e risposta tra un io che parla a un tu. Il confine, in realtà, non è mai del tutto chiarito: non sappiamo se stia parlando a qualcuno o a sé stesso, se sia un atto a due voci o un soliloquio. Non è dato comunque saperlo, nella tipica ambiguità narrativa di Dente. Così quel «Sto bene, al mondo» conclusivo contiene già una delle formule su cui il cantautore tornerà più volte negli anni.
Poi c’è Io della bellezza non me ne faccio un cazzo, forse la traccia più nota dell’album, nonché tra le più crude del canzoniere dentesco. Ruvido è anche il linguaggio di Stimolividi, ma con un tono più scanzonato, meno arrabbiato e più disilluso.
Battistiano è già il suono di Gommadonna, pur mescolato a fischi, trilli di sveglia o di telefono, percussioni mimate a voce e rumori di fondo di una vicenda sussurrata a voce flebile. Sembra una versione live, invece è quella in studio: una caratteristica, d’altronde, applicabile a tutte le canzoni dell’album. Passiamo per la dolcezza chitarra, voce e cinguettii degli uccelli di Mielodia. Poi la rassegna di Novemilaore, «Forse è colpa mia / Se non hai retto più di / Quasi novemila ore / Quasi novemila ore», e l’ermetica Fino a La, intrisa di silenzi e non-sensi: «Che non è vero sì, sarebbe meglio senza voce come / Com’è come non è, non è come andare / Resta, quindici uomini».
Con Un bacio e un omicidio ci avviciniamo alle sonorità di Non c’è due senza te, album pubblicato l’anno successivo. A richiamare la quarta traccia, dxg, è proprio l’intro.
Il testo, poi, è un altro manifesto linguistico del cantautore che ci trascina in un dialogo tra presente e futuro: vita e morte, un bacio e un omicidio. Paradossi che ritroviamo anche in Per nome, triste melodia di un addio in cui a colpire è l’uso dei «di più». «Vestiti bene che noi / Non ci dobbiamo vedere più», «Oggi parli di più / In una lingua che non è la mia» e ancora «Stringimi e dammi di più / Sono le frasi da buttare via».
La ricorrente locuzione sembra determinare nel testo una progressiva negazione di ogni possibilità. Se consideriamo il suo valore quantitativo, che rimanda a un aumento, a qualcosa che va oltre ciò che già esiste, il contrasto semantico diventa evidente. In una relazione che si sta disfacendo, ciò che dovrebbe aprire a un’ulteriore possibilità finisce per segnare l’arresto di ogni prospettiva. Perché non può esserci un’addizione senza un «più» possibile, qualcosa che si aggiunga a ciò che già esiste e determina. Un gioco logico-linguistico che, continuando con le elucubrazioni, potrebbe trovare un’eco nel «Non c’è due senza te» del disco successivo, come nel singolo Le cose che contano del 2008.
Surreale e autoironica anche Pastiglie. Uomini e donne come medicine, a scadenza variabile: da assumere al bisogno, in salute e in malattia. Alla richiesta di «bocche piene di meraviglia» fa seguito la disillusa Poca cosa, anticipo di un’erosione delle parole che sprofonda con le successive strumentali Senza testo? e Gioco da me. A dire il vero, nella traccia conclusiva del disco emerge una flebile e alterata voce. Afferma: «E adesso che ho stabilito le regole / gioco da me».
Nel 2016 Anice in bocca era tornato nei negozi per Woodworm, in un’edizione in vinile e CD accompagnata da un mini-tour. Adesso, per il ventennale, torna in musicassetta: sul lato A l’album originale, sul lato B proprio la registrazione del concerto all’Arci Bellezza di Milano di dieci anni fa.
Adesso sono venti, gli anni. E noi continueremo a riascoltare e a riconsiderare un disco che nel tempo ha acquistato anche la giusta dose di fisiologica maturità. Resta il più timido dei primi album di Dente, ma i legami – specie con chi ci è stato vicino, volente o nolente, nelle lunghe rotte diradate dal tempo – resistono, si rafforzano e non possono essere quantificabili. Così ricantiamo ancora Anice in bocca, in compagnia o in una stanza in solitaria, modalità forse più simile a quella in cui fu registrato il disco: voce, chitarra, basso, batteria, cinguettii, clacson e anice in bocca.
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