Ho comprato il biglietto per Avete ragione tutti, la festa, 10 anni dopo. Ma poi chi aveva effettivamente ragione dieci anni fa?
Avevano ragione quelli che già imparavano il codice fiscale a memoria perché, più prima che poi, sarebbe servito frequentemente. Quelli per cui Snapchat era il modo più reale per vedere cosa facessero gli altri, che caricavano le prime stories su Instagram piuttosto che post quadrati con il reticolato, convinti che le Stan Smith fossero semplicemente scarpe bianche prima che diventassero un fenomeno di cultura, e che nel weekend facevano solo apericena, senza capire se fosse una grande offerta o una grande fregatura.
Forse avevano davvero ragione tutti. O forse avevano ragione a pensare che, dieci anni dopo, sarebbe bastato un prompt per far dare ragione a tutti.
Tra un Pikachu al semaforo, gite fuori porta coi selfie stick e autoscatti sul Naviglio, abbiamo trascorso un periodo che oggi abbiamo ragione a ricordare con nostalgia. Un’era che ha coinciso anche con un momento di grandi cambiamenti ed exploit nella musica italiana, di cui si è già parlato in altri articoli qui.
Accanto ai tormentoni estivi da Tagadà, a una musica pop italiana che sembrava alimentarsi soprattutto attraverso le partecipazioni ai talent, e a singoli di icone che giocavano un loro campionato, (perché, tra canzoni in radio, se la accendevi, c’era Tiziano) iniziava a prendersi il suo spazio qualcosa di diverso.
Una scena musicale che fino a quel momento era rimasta di nicchia: suoni su giri di ottave che seguivano uno schema tutt’altro che ricorrente e testi che parlavano di normalità, andando oltre le innumerevoli declinazioni dei sentimenti d’amore. Era più o meno il 2015/2016.
Oggi, dieci anni dopo, mi capita spesso di riascoltare alcuni di quegli album a cui sono più affezionata appartenenti a quella rivoluzione indie, per cercare di rianalizzare la chiave che li aveva fatti emergere dieci anni fa e poi, beh, per fare un po’ di revival.

Oggi compie 10 anni proprio uno di quei dischi, uno tra i più rappresentativi di quel momento della storia della musica italiana. Stiamo parlando di Avete ragione tutti, disco d’esordio dei Canova (Maciste Dischi, 2016).
Nel 2016 uscirono molti dischi memorabili: dalla scrittura più viscerale dell’esordio di Motta alle canzoni più politiche di Willie Peyote, fino al modo unico di raccontare scene di vita quotidiana dei brani da Calcutta. Se si confrontano questi dischi con “Avete ragione tutti“, quello dei Canova sembrava suonare una musica più leggera e meno impegnata. Mobrici e compagni erano indubbiamente più pop, ma si seppero distinguere riuscendo a portare in quel panorama musicale influenze estere.
Prendevano l’immaginario british e americano che si muoveva fortissimo tra Oasis, Blur, Radiohead, Blink 182 e The Killers, e lo facevano passare dentro canzoni italiane fatte di amanti sanguinanti, routine metropolitane e occasioni perse. Un mix azzeccatissimo che finì, come indistintamente tutto il resto della scena, sotto la dicitura di “it-pop”.
Ma se ci siamo persi qualcuno ci dovrà recuperare
Musiche più urban, d’atmosfera lo-fi e quei synth taglienti che potevo trovare nelle playlist di Orange County: già dalla copertina di “Avete ragione tutti”, si notavano le somiglianze coi Nirvana.
Chitarre luminose, ritornelli aperti, batterie dritte e canzoni ritmiche a due mezzi in battere e levare. La formazione ruotava attorno a Matteo Mobrici, frontman e voce della band insieme a Fabio Brando, Gabriele Prina e Federico Laidlaw.
Avete ragione tutti durava mezz’ora spaccata e aveva un motivo unico che attraversava tutto l’album. Canzoni dirette e orecchiabili che parlavano anche di piccoli fallimenti sentimentali e malinconia, il tutto su un tappeto di suoni che continuavano a muoversi leggeri.
“Passa anche il silenzio, ma lo sento parlare” e subito dopo poteva arrivare “vorrei morire anche se fuori c’è il sole”.
In quegli anni tutti sembravano avere un’idea di dove dovesse andare quella scena, di cosa fosse giusto fare, di come una band dovesse suonare per diventare qualcosa. Gli stessi Canova, in alcune interviste del 2016, raccontano che il titolo deriva proprio dalla risposta che loro davano a tutti quelli che gli consigliavano come fare.

Aveva ragione, dopo tutto, chi aveva detto loro di essere più naturali e spontanei possibile.
Vita sociale. Brexit. Expo. La felicità. Manzarek. Theeesome (aggiunto nell’edizione del 2017). Portovenere. Aziz. Maradona. La festa – live.
L’effetto nostalgia è rafforzato anche dalla title track. Molti dei titoli erano profondamente radicati in quel 2016: parole che raccontavano quel presente e la speranza di chissà quale futuro, oggi dieci anni dopo, sono diventate soltanto le chiavi d’accesso a una memoria, a un periodo preciso.
Erano gli anni della Brexit, ma nonostante ciò era ancora vivo il mito di Londra. Erano gli anni in cui nell’immaginario giovanile c’era ancora l’idea di andare nella capitale britannica a far fortuna imparando l’inglese, oppure semplicemente per rimandare il momento del diventare adulti. L’Expo c’era stata nel 2015 ed era ancora abbastanza vicina da non avere bisogno di spiegazioni. Maradona era semplicemente Maradona.
E poi c’era Portovenere, un brano che oggi sembra quasi la colonna sonora perfetta dell’estate milanese in Liguria. La leggerissima e ilare threesome e l’iconica Manzarek dedicata alla stronza vestita da sera, vestita da sposa, vestita da strega, vestita di rosa.
“Io non ho un soldo per viaggiare, andare a Londra per l’estate” rimanendo “zingari senza una casa”.

Una comfort zone, più che un disco del passato
Non tanto la nostalgia di quel periodo, quanto di quella sensazione lì: non aver ancora capito tutto, non avere l’ansia di diventare qualcuno, poter vivere il presente senza dover dare subito un significato a ogni cosa. Stare insieme sì, ma senza esagerare “che poi ci viene l’ansia ad esser coppie“.
I Canova hanno continuato per un altro disco, poi si sono fermati nel 2020. Mobrici ha continuato da solo nella via cantautorale con due dischi di cui abbiamo parlato qui, ma senza lasciare indietro quelle canzoni, poi rimaste nei concerti e nelle playlist di chi le ascoltava.
Dieci anni dopo, Avete ragione tutti torna dal vivo
- 20 Novembre Atlantico Roma
21 Novembre Atlantico RomaSOLD OUT- 2 Dicembre Fabrique Milano
Mobrici ha annunciato due concerti speciali a Roma e Milano (diventati 3 con l’apertura di una seconda data a Roma) per celebrare i dieci anni del disco. Ci saranno ospiti e sarà un flashback, un ritorno a quella situazione lì, ma senza alludere a una reunion del gruppo e senza far finta che nel frattempo non sia successo niente.
Io il biglietto l’ho comprato, non per tornare nel 2016, ma per vedere se quelle canzoni hanno ancora il potere di riportarmi lì, in quella comfort zone condivisa di presente e di leggerezza. Ma soprattutto voglio cantare quel ta-tta-tta-ra-ra-ra di nuovo come allora, quando non avevamo ancora capito chi avesse ragione.
Ma, in fondo, chissenefrega.
avete proprio ragione 🫶🏼