La prima volta che ho visto Mannarino in concerto mi ha lanciato dell’assenzio in un occhio. O almeno questo è quello che ricordo. Non saprei dire se fosse realmente assenzio sedici anni fa oppure se fosse arrivato solo alle guance. Però a me piace ricordarlo così, in una serata qualunque della campagna lucana, lì dove pensavo di aver incontrato il mio primo amore. O almeno questo è quello che ricordo. Non saprei dire se io fossi all’epoca davvero consapevole di cosa fosse l’amore, che è arrivato per me solo molto dopo. Quello che so per certo è di non aver mai pensato al Primo Amore, concetto che dà il nome al suo ultimo album, come ha fatto lui. E vorrei raccontarvi perché.
Quanto è bello il “Primo Amore”
Lu second è chiu bell ancora, reciterebbe la celebre canzone popolare. Ed è probabile che sia così, perché amare è una pratica oltre che una conoscenza o un sentimento. Ma esiste una dimensione apparentemente irripetibile nell’aprirsi all’amore per la prima volta.
Forse è la prima volta in cui ci accorgiamo che qualcosa può espanderci. Prima che l’amore diventi un linguaggio, una consuetudine, una possibilità tra le tante, è una specie di rivelazione. Ci scopriamo vulnerabili davanti a qualcuno, improvvisamente esposti a qualcosa che non possiamo governare e da cui non possiamo proteggerci. L’altro esiste fuori dalla nostra immaginazione, ha una volontà che non ci appartiene. Può sorprenderci, ferirci, trasformarci. E noi, nel frattempo, scopriamo di essere capaci di provare qualcosa di cui ancora non abbiamo le coordinate né conosciamo la grammatica.
Non è detto che questa esperienza coincida con il primo amore della nostra vita, né che sia necessariamente felice. A volte è proprio il dolore a lasciare una traccia più profonda, a costringerci a riconoscere che esiste qualcosa al di là della nostra capacità di comprendere e controllare. Eppure, quando parliamo di “primo amore”, tendiamo a confinarlo ad un tempo passato, a una stagione della vita in cui tutto sembrava possibile. Quel posto in cui non sapevamo ancora quante cose avremmo perduto, lì dove nessuno ci aveva ancora insegnato come difenderci.
Ma se il Primo Amore non fosse soltanto un ricordo ma una possibilità che continua a esistere, anche quando abbiamo imparato a proteggerci dalla vita?

Il primo motore mobile
Ci si nasce e ci si muore, come con il primo amore
In un’intervista, Mannarino ha definito l’amore come «la perdita di sé» e lo descrive come un movimento che ci porta fuori dai confini individuali. Quando parla del primo amore, lo chiama “primo motore immobile“. Ma noi potremmo modificare la definizione, chiamandolo “primo motore mobile“. Un’espressione che rovescia, con una piccola torsione, il riferimento filosofico di Aristotele. L’amore potrebbe essere così ciò che ci mette in movimento, essendo a sua volta in continuo movimento. Ciò da cui tutto può ricominciare. È l’esperienza di uscire da sé, per poi poterci rientrare.
Il Primo Amore, in questa prospettiva, non è l’inizio di una storia sentimentale. È l’incontro con una forza che ci precede e ci supera, qualcosa che ci rende consapevoli di appartenere a una realtà più grande del nostro io e delle dinamiche sociali che lo circondano. È il momento in cui la separazione tra noi e il mondo sembra incrinarsi, lasciando intravedere una continuità che la vita adulta, con le sue categorie e le sue necessità, tende spesso a farci dimenticare.
Mannarino e la sua tecnica di nascondimento per adulti
Cammina, cammina, bambino
Cammina sul filo del destino
Da quando ti sei perso
È tutto diverso
Guardi dentro al fiume
E ci rivedi il cielo
Più vai a fondo
Più ti senti leggeroBambino, Mannarino
Questo album prende forma dopo una pausa di oltre cinque anni dall’ultimo album, V. Ed è nato da un atto volontario di allontanamento e nascondimento. Mannarino è partito da solo, con una chitarra e una tavola da surf, e ha trascorso un periodo in una capanna nella foresta, su un’isoletta di Panama. Solo, si svegliava presto, scriveva un diario, faceva surf e suonava. Per un mese non ha scritto canzoni. L’idea del disco è arrivata lentamente, durante quel tempo di solitudine, mentre cercava di capire chi fosse, dove fosse arrivato e perché. In seguito ha viaggiato anche in Messico, Brasile e Colombia, nascondendosi in piena vista per ritrovare delle tracce di sé.
Questa urgenza mi ha ricordato il bellissimo testo della poetessa e scrittrice Carmen Gallo, Tecniche di nascondimento per adulti.
Gallo scrive della necessità di trovare riparo negli interstizi della vita, negli spazi laterali del quotidiano, in tutto ciò che ci permette di sottrarci per un momento allo sguardo degli altri. Nascondersi, però, non è un gioco da bambini. Ed è una risposta alla percezione di essere scomparsi dalla propria stessa vita. Da adulti impariamo a farlo in modi sofisticati: diventiamo invisibili, ci mimetizziamo con i luoghi che abitiamo, con le cose che facciamo, con le persone che gli altri si aspettano che siamo. A volte ci nascondiamo persino restando perfettamente in vista. Il mondo continua a riconoscerci, ma noi, da qualche parte, abbiamo smesso di farlo.

Ma nascondersi è un’arte delicata: bisogna sapere dove andare, quanto allontanarsi, quando tornare. Perché c’è una differenza tra scomparire e cercare un posto in cui riuscire finalmente a respirare.
È in questa differenza che Mannarino ha ritrovato il Primo Amore, come forza generativa universale
Non si è nascosto per diventare qualcun altro. O forse sì, ma nel senso più radicale: per smettere, almeno per un po’, di essere colui che già conosceva. A volte dobbiamo allontanarci dalla nostra vita per riuscire a guardarla, diventare entità estranee per ritrovare qualcosa che ci appartiene.
Mannarino racconta di non aver trovato risposte alle proprie domande, ma di aver guardato in faccia il mistero. La sua tecnica di nascondimento è servita proprio a questo: non a sparire dal mondo ma a sottrarsi abbastanza a lungo da poterci rientrare.
Il diritto di nascondersi per un po’ dovrebbe essere garantito a chiunque. Anche perché non è una scelta. Quando il desiderio di nascondersi diventa un’ossessione o una necessità (cambia poco), niente è più come prima e la fuga non può essere rimandata.
Se da adulti si decide di nascondersi è perché si è davvero alle strette, e comunque non è quasi mai una decisione impulsiva. Il più delle volte la fuga non è una reazione immediata al pericolo, ma una decisione che richiede estenuanti riflessioni sui rischi, le conseguenze, gli abbandoni, le responsabilità, ecc. E anche una volta stabilita, la sua realizzazione può richiedere giorni, mesi, anni.
Carmen Gallo
Il Matto, Jung e il mistero di perdersi
Sento nella tua carne cose più vere
Il cielo è pieno di stelle che di giorno nessuno vede
Durante l’ascolto di questo album, mi è capitato più volte di ripensare alla carta del Matto nei tarocchi. E a Gustav Jung, con le sue forme archetipiche e il suo inconscio collettivo. Due mondi da maneggiare con cautela e di cui non sono un’esperta, ma che riecheggiano nella tendenza coraggiosa di Mannarino, che torna in un’epoca storica iper-individualista a parlare di forme universali.

Il Matto è una figura in cammino, con il mondo davanti e nessuna certezza su ciò che lo aspetta.
Non sa esattamente dove sta andando, forse non gli interessa nemmeno poi così tanto. Il suo viaggio somiglia a quello di chi si innamora per la prima volta. Non sa ancora che cosa perderà, non conosce il prezzo della propria apertura. Non ha imparato a difendersi e per questo il mondo è ancora capace di sorprenderlo. È una figura archetipica che può aiutarci nella comprensione di quella disposizione d’animo, aperta al mistero, di cui parla Mannarino.
Nel percorso dei Tarocchi riletto in chiave junghiana da Sallie Nichols, questo Arcano rappresenta l’inizio del viaggio di individuazione: un salto generoso e incondizionato nell’ignoto, in cui ci si spoglia delle maschere dell’Ego e delle rassicurazioni sociali per avventurarsi verso il mistero dell’esistenza.
Una prospettiva di liberazione
Quanta sete di qualcosa
Cosa non lo so
Quanto costa una risposta?
Anche fosse “no”
Quando il cielo ti divora
Non pensare che sei sola
Siamo nello stesso mondo
Per un po’ d’amorePer un po’ d’amore, Mannarino
Forse il Primo Amore è stato il momento in cui ci siamo sentiti meno separati dal mondo. Quando qualcosa ha incrinato i confini di ciò che credevamo di essere e ci ha costretti a fare spazio a ciò che non conoscevamo. Il viaggio del Matto non promette che andrà tutto bene. Promette soltanto l’ignoto. E forse è proprio questo il cuore di Primo Amore: non ricercare l’innocenza e l’inconsapevolezza del passato, bensì ritrovare il coraggio di chi può ancora aprirsi alla vita.
Non perdersi per scomparire, dunque. Perdersi per vedere se, fuori dai confini che ci siamo costruiti, esiste ancora qualcosa capace di meravigliarci.
Fammi Babalù
Quest’ultimo capitolo è un aneddoto personale. E riguarda non più il primo bensì l’ultimo concerto di Mannarino a cui sono stata, a Pisa quest’estate. Dietro di me una signora ha urlato per tutta l’ultima parte del concerto “fammi Babalù”, anche durante le ultime canzoni. Ci ha fatto molto arrabbiare, ma un po’ meno male dell’assenzio in un occhio. Babalù non l’ha cantata, ma Mannarino ha ripercorso al termine del concerto tutti i suoi successi più importanti e per un attimo, come durante quei concerti di artist* che segui da più di dieci anni, mi sono chiesta io chi fossi diventata.
Adesso so che è importante sospendere questa domanda e non darsi nessuna risposta.
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