I talent show sono delle macchine spietate e potenzialmente mortali. Ti prendono che nella maggior parte dei casi non sei nemmeno uscito dall’adolescenza, ti fanno credere che ci sia un solo modo per fare musica, al servizio del mercato discografico. Ti spremono, e ti riconsegnano al mondo con rassegne stampa chilometriche che parlano di te, elogi e paragoni sperticati dei giudici, che magari pure a ragione inizi a credere che è fatta. E poi basta, parte la nuova edizione, e chi ha partecipato a quella vecchia non è quasi più nemmeno un ricordo. Se c’è, però, una cosa che negli anni i talent show sono riusciti a fare, è scovare dei talenti. Come Casadilego.
Quell’audizione a porte chiuse, quando cantò A case of you di Joni Mitchell facendo commuovere Manuel Agnelli, è rimasta indimenticabile. Da lì è iniziato un percorso incomprensibile, nelle grinfie di Hell Raton che in tutti i modi cercò di crearne un’artista ultra-contemporanea, tra sintetizzatori e “prod.”.
Sei anni dopo, Casadilego ha pubblicato “Silenzio (tutto di me)“, il suo primo album
Lo sta portando in giro nei piccoli club e negli Arci. Sul palco, l’artista abruzzese è sorridente, grata, immersa dentro la sua musica. Alla chitarra, al pianoforte, alle tastiere, a cappella con i suoi due musicisti cantando in portoghese con il battito di mani come base. Intonatissima senza essere accademica, intensa senza essere costruita.
Non ci sono i brani cantati durante il programma, né gli inediti. C’è il disco nuovo, e c’è una traccia inedita che Casadilego scrisse il giorno che andò a fare il provino per doppiare Biancaneve (dove non fu selezionata). Dove immagina che bello che sarebbe, per un bambino, poter dire che sua madre è Biancaneve.
Le nove tracce dell’album sono l’evoluzione di una giovane ragazza che voleva fare la pianista, e che si è trovata a dover scrivere canzoni. Ha capito che le piace farlo, e ha imparato come si fa. Grazie alle persone speciali che ha trovato sul suo cammino.
Il ritorno (se così si può dire, che non è che poi se ne fosse andata da qualche parte) di Casadilego è una vittoria.
Perché quando il talento prevale sui meccanismi industriali, è sempre una bella notizia. L’abbiamo incontrata prima del concerto all’Arci Bellezza, a Milano, e ci abbiamo chiacchierato un po’. Ci siamo anche fatti cacciare, ché le scale tra la cucina e i tavoli, dove avevamo deciso di sederci a fare l’intervista, dovevano essere lasciate libere…

Il tuo primo disco si chiama “Silenzio (tutto di me)“, e arriva dopo sei anni dalla tua vittoria a XFactor. In questi sei anni, c’è stato effettivamente molto silenzio: cosa ti ha portato?
Per me non è un caso che questo disco si chiami così. Poi c’è “tutto di me” tra parentesi, ma poi la canzone dice “niente di me”, appunto perché c’è questo contrasto. Il silenzio è speciale: oltre a farti del male, perché comunque senti la solitudine, è anche salvifico, perché crea spazio. Questi sei anni di silenzio sono stati anni di pienezza commovente, che mi hanno portato a essere quella che sono oggi.
Quando finisci X Factor sei proiettata verso i palazzetti. Oggi riparti a suonare dai piccoli club, in cui chi viene a sentirti, lo fa perché davvero ci tiene. La vivi come una liberazione?
Assolutamente. Per me, la musica è sempre stata un momento e un luogo di condivisione con le persone che davvero vogliono mettersi a donare energia, oltre che riceverla. Non ho mai avuto il desiderio di suonare in posti così grandi. Poi, però, mi è stato detto che il mio desiderio invece doveva essere proprio quello. Per me è un po’ una vittoria, tornare a questa cosa piccola.
Sei anni dopo, se ripensi alla te che prende e va a fare il provino a X Factor: lo rifaresti?
Questa cosa la dico spesso, perché ci credo fermamente, essendo anche un po’ una figlia del fantasy. Quando ti danno la possibilità di avere una macchina del tempo, non devi mai cambiare il corso delle cose, perché non si sa mai cosa possono portarti. Quindi con il senno di poi lo rifarei, sì, ma con un’altra consapevolezza: che sarei stata molto male, ma poi anche, alla fine, bene.

Allontaniamoci un po’ da X Factor ora, dai, e parliamo del disco. Quando è iniziata la sua gestazione?
È una storia molto simpatica da raccontare. Quando sono andata a X Factor…
Ed ecco che ci stiamo tornando!
È vero! Però è stata in effetti una cosa molto importante, uno spartiacque della mia vita. Prima, volevo fare la pianista classica. Ho studiato tanti anni per questo. Le canzoni, quindi, non le scrivevo. Poi c’era il covid, e mi dissero di venire a Roma, che se avessi fatto l’audizione mi avrebbero dato il permesso per uscire durante il lockdown. Quindi sono volata! Con l’idea però che non mi avrebbero mai preso: volevo solo uscire di casa. Non avevo mai scritto canzoni, non facevo questo.
Quando è iniziato questo percorso, ho iniziato a scrivere perché dovevo. Ho iniziato a esplorare il linguaggio. Scrivere canzoni è diverso da scrivere la musica o le poesie. All’inizio non parlavo di niente, anche perché avevo sedici anni, di cosa dovevo parlare! Le cose importanti della mia vita erano difficili da elaborare dentro una canzone. Quando quello che componevo iniziava a piacermi, volevo farlo uscire subito, perché avevo la consapevolezza che magari crescendo quelle canzoni non mi sarebbero piaciute più. Avevo quest’esigenza, che non è stata incontrata per motivi discografici.
Abbiamo fatto quindi un lavoro di accettazione, come fai con le ex del tuo fidanzato, che prima le odi, poi le incontri e dici “minchia, ma è figa quella!”. E abbiamo deciso di dare delle chance a queste canzoni vecchie, per non farle morire. Tantissime sono antiche, le ho scritte nel 2022, nel 2023, in un momento in cui stavo esplorando la vita. Alla fine, ho imparato ad amarle, perché è come amare quella persona che ero. Le ho perdonate, voglio loro bene come se fossero delle bambine.
Samuele Barracco, con cui hai realizzato questo disco, come è arrivato?
Samu, che è anche il mio ragazzo, l’ho conosciuto a Milano in un periodo in cui pensavo che tutte le persone del mondo facessero schifo, e non ce la facevo più. Ero disillusa, sofferente, triste, oscura. Poi ho incontrato questa persona che era uguale a me. Ci siamo riconosciuti come se fossimo due alieni che si trovano in un altro pianeta. La sua presenza nella mia vita è importantissima a livello artistico e musicale. Lui, secondo me, è il cantautore migliore d’Italia. Non lo dico perché mi sono innamorata di lui, probabilmente mi sono innamorata di lui perché è il miglior cantautore d’Italia!

Tra il tuo nome d’arte e le tue influenze, e anche il pezzo conclusivo del disco, “How things change“, penso a te come un’artista predisposta alla scrittura in inglese. Com’è arrivato l’italiano, con la vulnerabilità a cui ti espone nei confronti di chi ti circonda?
Io sono completamente bilingue, il mio cervello è diviso a metà, anche in maniera psichiatrica – come tutti i cervelli bilingue! Ho scoperto delle cose folli, come che il mio cervello italiano è molto più traumatizzato di quello inglese. Cose pazze, io non ci credevo all’inizio! Sapere che ci sono delle persone che possono capire quello che stai dicendo, quando ascoltano le tue canzoni, sì, ti rende vulnerabile. Sono passata all’italiano per questo terrorismo psicologico: il mercato internazionale è troppo grande, non ti ascolteranno mai. E poi, tornando a Samuele: mi ha fatto scoprire della musica italiana miracolosa, che non conoscevo.
Tipo?
Tipo il cantautorato italiano. Io ascoltavo solo Pino Daniele, per ovvi motivi, perché non è italiano! Me ne sono innamorata, di tutto questo mondo.
Senti, ma proposito di “How things change“: l’hai registrata in presa diretta, o questo effetto DIY è costruito ex post?
Ti faccio vedere una cosa. Quella che c’è nel disco, è esattamente questa registrazione che ho nel telefono!
Ma infatti, perché si sentono i rumorini di sottofondo, un po’ tipo Tom Odell, che si sente che lo sgabello del pianoforte scricchiola mentre suona negli album…
È lei! Io l’ho scritta e l’ho registrata per ricordarmela. Ci abbiamo riprovato, a farla in presa diretta, ma non veniva. Perché è un sentimento che, per fortuna, non provo più. E non riuscivo a replicarlo.

Ora torno a X Factor: c’è ancora qualcuno che senti, con cui ti confronti?
Una mia grandissima ispirazione è NAIP, che penso sia uno degli artisti più fighi dell’universo. Tanti anni fa, in un momento in cui stavo malissimo perché non riuscivo a scrivere, mi disse: non ti preoccupare, perché i momenti in cui non scrivi, sono quelli in cui, dentro di te, stai scrivendo di più. Quella cosa me la porto dietro da allora, e mi salva.
Il pubblico di queste prime date, come l’hai ritrovato? Era pronto ad accoglierti?
Caldissimo e bellissimo. C’è stato perfino un ragazzo da Parigi che è venuto a Roma a sentirmi, con suo figlio. Dal mio paese in Abruzzo è partito un pullmino. Mi sono sentita circondata da amore.
Casadilego in tour estivo
- 16 giugno – Padova – Sherwood Festival
- 20 giugno – Berchidda (SS) – Time In Jazz
- 25 giugno – Bologna – Isola Posters
- 24 luglio – Susa (TO) – Borgate dal Vivo
- 26 luglio – Padenghe sul Garda (BS) – Sant’Emiliano Music Festival
- 1 agosto – Mazara del Vallo (TP) – Mezzo Festival
- 26 settembre – Teramo – Humus Festival
Biglietti disponibili su otrlive.it
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