Come scrive Nathaniel Hawthorne «nessun uomo può, per un tempo considerevole, portare una faccia per sé e un’altra per la moltitudine, senza finire per confonderle e non sapere più quale delle due sia la vera». È una frase che mi è tornata alla mente durante l’intervista con Rancore, in cui abbiamo parlato del suo ultimo disco, Tarek da Colorare, uscito il 3 aprile.
Non a caso il rapper romano ha scelto una copertina che lo ritrae sotto forma di un ritratto, lasciando a chi acquista il disco fisico o il vinile, la possibilità di intervenire, di riempirlo di colori, secondo il proprio sguardo.
A questo si aggiunge un dettaglio tutt’altro che secondario: sul volto, Tarek indossa una maschera sorridente, mentre il pensiero nella nuvoletta suggerisce uno stato d’animo opposto. Un cortocircuito visivo che dice già tutto: tra apparenza e verità, tra ciò che si mostra e ciò che si è.
Non serve dilungarsi oltre per cogliere la traiettoria del disco
Rancore continua a muoversi in quella zona liminare in cui identità e rappresentazione si sovrappongono fino a confondersi. Tarek è un ambasciatore che, per dire qualcosa di autentico, ha accettato di perdersi, di esporsi, di portare il peso di una lucidità che non offre palliativi.
E forse è proprio questo il punto: non offrire una verità chiusa, ma aprire uno spazio in cui chi ascolta sia costretto a scegliere i propri colori – e, nel farlo, a fare i conti con il proprio buio.
Lo abbiamo intervistato.

“Tarek da Colorare” è il primo disco in cui ti esponi con il tuo nome. Hai detto che ti sei trovato, in questo nuovo lavoro, a dover ricostruire da zero il tuo modo di stare al mondo. Che cosa hai capito di te in questo nuovo progetto e di questa realtà in cui ci troviamo immersi?
Questo lavoro in un certo senso è tutto incentrato su questa sensazione di essere disorientati nel mondo, dentro se stessi, di non sapere che direzione prendere, del cercare in una bussola in maniera un po’ disperata. E questa bussola va in tutti i punti cardinali, in tutte le direzioni, che sarebbero le tracce del disco.
C’è qualcosa della Divina Commedia, quasi uno spirito dantesco. Nel senso, c’è un po’ un perdersi e un chiedere anche a chi si approccia a questo album di darmi una mano, oppure di darmi una direzione, di darmi appunto un colore. Il motivo per il quale il disco invita le persone a colorarmi, a completare con la loro interpretazione quello che io ho fatto, le strutture che io ho creato.
Cosa ho capito di me stesso? È una domanda un po’ complessa. Sicuramente ho capito che questo disco porta con sé il tema della connessione, sia nella sua importanza sia anche in quello che succede quando manca. Il motivo per il quale io la cerco già dal titolo: “Dico a te, connettiti con me, colorami, dammi tu le sfumature che mi servono per uscire fuori da questo bianco e nero così estremi”.
È un disco in cui ho capito che spesso, nel perdersi e aiutarsi a vicenda si può trovare una direzione che tu prima magari non avevi visto. Ma devi avere anche il coraggio, e la voglia, e la forza di accompagnarti con l’altro, di incontrare l’altro, di coinvolgere l’altro nei tuoi colori.
Hai fatto anche la tua versione di “Tarek da colorare”?
L’ho fatta, ma non era proprio “colorata”. Mi sono disegnato un dente nero, un occhio nero, un cazzotto in faccia, un razzo dietro, mentre rido con quella faccia disillusa. Ho preso il tè e, quasi senza pensarci, è venuta fuori una versione completamente sporca, marcia. Un po’, come dire, un ritratto di Dorian Gray dopo che si è preso addosso tutta la tossicità di Dorian Gray.
“Fanfole” è una riflessione sul fatto che il linguaggio oggi sembra aver perso quasi il legame con il suo significato. Se il linguaggio può funzionare anche quando è vuoto, cosa distingue oggi una verità da una narrazione ben costruita?
Ma in realtà, oggi, a distinguerlo è la tua sensibilità. Se sei capace di cogliere la differenza tra una narrazione ben costruita e un messaggio autentico, allora riesci a capire cosa è vero e cosa è semplicemente un costrutto, una simulazione.
Tendenzialmente però, nell’effetto che queste cose hanno sulla società, la differenza è ormai minima. Sembra che non si distingua più davvero il contenuto dalla sua messa in scena, dal suo essere costruito. Da questo punto di vista, la tua intuizione è corretta.
“Fanfole” gioca proprio su questo, con la speranza di riattivare una certa sensibilità in chi ascolta. Chi coglie lo “scherzo” delle fanfole, probabilmente era già in grado di distinguere tra un discorso vuoto ma ben costruito e uno che invece ha un contenuto reale. Ed è proprio perché non è ben costruita, nel senso tradizionale, che “Fanfole” rompe gli schemi del discorso convenzionale, pur cercando di lasciare comunque un contenuto di valore davanti agli occhi.
Questo porta anche a un altro punto: molto spesso l’incomprensibilità può diventare una forma di controllo, di potere. Se con le fanfole riesco ad attirare la tua attenzione e a tenerti agganciato a ciò che dico, pur non dicendo nulla, allora non è così diverso da ciò che accade quando un politico utilizza il “politichese” che, in fondo, è una forma di fanfola.
In alcuni casi, non sempre, questo linguaggio riesce comunque a mantenere il consenso, a tenere le persone legate a una promessa, a una speranza. È sempre una forma di attaccamento, un gioco su equilibri precari. Per questo, le fanfole non sono un semplice esercizio linguistico, ma un vero e proprio atto politico.

Ne “I fiori del male”. Unisci Baudelaire e Rodari, che hanno due visioni opposte. Nella versione di Baudelaire il male genera bellezza, mentre in quella di Rodari, tutto nasce in modo gioioso e genuino: quando li fondi, che cosa ci stai dicendo?
Intanto questo è un disco che gioca molto sui contrasti. L’idea è proprio quella di fonderli: raccontare i contrasti della società, ma anche i miei. Non a caso si chiama “Tarek da colorare”, proprio per aggiungere sfumature a contrasti anche molto forti.
Unire i contrasti è qualcosa che, se ci pensi, l’uomo ha sempre cercato di fare. In fondo, tutte le religioni tengono insieme degli opposti. Pensa alla croce: unisce il piano orizzontale e quello verticale ed è già di per sé un contrasto. Oppure il Tao, che mette insieme il bianco e il nero, con un punto bianco nel nero e un punto nero nel bianco.
Anche la vita nasce da un incontro di opposti: la procreazione è un contrasto che si incontra, tra un uomo e una donna. Lo stesso vale per l’elettricità: ogni interruttore funziona su una polarità. Noi stessi abbiamo un’ombra. Il contrasto è ovunque.
Unire questi opposti, come il giorno e la notte, forse crea una terza via, una terza soluzione. Un po’ come nella triade padre, madre, figlio: qualcosa di nuovo che nasce dall’incontro. Per questo, qualunque cosa tu costruisca, unire i contrasti spesso rappresenta una chiave profonda, quasi naturale. Anche nella scrittura: chi crea tende a mettere insieme i propri opposti interiori, per cercare una forma di integrazione e, in qualche modo, una soluzione alla battaglia che ognuno vive dentro.
E quindi anche in “Fiori del male” succede questo: l’incontro tra il lato più infantile e quello più adulto, e quindi anche più oscuro. Da una parte la luce, dall’altra un’ombra molto più netta. È questa tensione che diventa la chiave del gioco musicale.
Perché alla fine le canzoni sono anche questo: un gioco, ma con un’estetica precisa, che attraverso la forma riesce a veicolare un contenuto anche filosofico. L’idea di unire gli opposti, per raccontare qualcosa che, secondo me, sta proprio alla base di un certo tipo di creatività.
E nelle mie canzoni succede spesso: a volte è evidente, altre volte meno, ma c’è sempre questo tentativo di far dialogare mondi che normalmente non comunicano, proprio perché opposti. Per trovare, almeno per un momento, una specie di pace provvisoria tra questi poli.

In “Basta”, il punto non è solo l’eccesso, ma il fatto che tutto viene messo sullo stesso piano: tragedie globali, contenuti digitali, musica, pubblicità. Tu costruisci un flusso che replica esattamente ciò che critichi: rapido, frammentato, ingestibile.
Il fatto è che quindi non riusciamo più a distinguere ciò che è urgente da ciò che è irrilevante quando tutto ha lo stesso peso comunicativo. È possibile costruire una coscienza critica collettiva?
Intanto hai costruito benissimo l’analisi del brano. Il pezzo mette tutto sullo stesso piano, restituendo quella che è una disperazione quasi psicologica: vivere in un mondo attraversato da una guerra mentale, da un bombardamento continuo anzi totale – che finisce per impedirci di distinguere le priorità in modo netto.
E, come dicevi, si perde anche il senso del peso: non esiste più una misura. Tutto vale allo stesso modo. Da qui il decadimento dello spirito critico. Se viene meno la capacità di distinguere, viene meno anche il senso di ciò che si dice. Non a caso il ritornello parte da lì: “Vorrei dire cose, ma il mondo è così rumoroso”, e quindi: “Basta”.
Cioè: non ha più senso nemmeno fare questa canzone. Che te la sto a fa’? Cantarla, in un mondo così, diventa quasi inutile. È la canzone stessa a chiedersi: “Ma io che esisto a fare?”. E quindi: basta, anche questa canzone. Non so come dirlo meglio.
Per questo è un po’ un inception, quel brano: ricostruisce il mondo imitandone le dinamiche, per farti provare quella stessa sensazione. Riprende la stessa estetica, lo stesso modo di funzionare, e diventa uno specchio. Ma non sta cercando di dirti una verità oggettiva. Sta provando a restituire una verità emotiva: come ci sentiamo, non come dovremmo sentirci.
È chiaro che nessuno dovrebbe arrivare a dire “basta, non me ne frega niente, voglio che tutto si chiuda. È una posizione che non risolve, che semmai evita il problema. Però, allo stesso tempo, chi ti invita ad affrontarlo – chi ti dice cosa dovresti fare – lo senti già da mille voci. Nessuno, invece, si ferma a dire: “Come ti senti, adesso?” E quella è comunque una verità, perché è un dato.
La canzone prova semplicemente a fare questo: non offre soluzioni, non insegna a vivere. Si limita a fotografare un’emotività – in questo caso la mia – sperando che qualcuno ci si riconosca. È un tentativo di restituire, nella sua forma più nuda, le emozioni di questo momento storico. E basta.

In “Neminem” c’è una riflessione sull’identità nell’epoca contemporanea: da un lato l’obbligo di essere qualcuno, dall’altro la consapevolezza che ogni identità è costruita, è fittizia. Pensi che anche l’identità vada letta quindi in termini di performance oggi?
In parte sì, in parte no. Ma al di là dell’oggi: non è sempre stata, in fondo, anche l’identità una forma di performance? Non credo sia un problema esclusivamente contemporaneo.
Se penso, per esempio, a una contea di un’altra epoca, immagino che l’identità di una persona coincidesse molto con il suo mestiere: il calzolaio era il calzolaio, e tutto il paese lo riconosceva in quanto tale. In questo senso, anche il suo essere calzolaio era una forma di rappresentazione, una performance.
Credo che l’essere umano abbia sempre portato con sé questa dimensione: da una parte un io più autentico, dall’altra un lato più performativo, più egoico. Ed è anche per esorcizzare questa tensione che esistono le maschere, il teatro, tutte quelle forme che in realtà sono una metafora di ciò che accade nella vita.
Per questo non penso che le maschere siano solo figlie del nostro tempo: sono parte dell’uomo. Esistono in tutte le culture, nelle pratiche, nei ruoli. Questo almeno è il mio punto di vista.
Oggi, però, abbiamo costruito maschere molto più grandi, più pesanti da sostenere. Ci sono persone che diventano veri e propri personaggi, più che individui. Allo stesso tempo, però, abbiamo anche più strumenti per riconoscerle. La psicologia, i linguaggi contemporanei, ma anche i social – paradossalmente – ci permettono di intuire quanto queste identità siano costruite, quanto ci sia di finzione.
Quindi sì, l’identità performativa è profondamente intrecciata alla società di oggi. Ma allo stesso tempo siamo in una fase in cui molte persone stanno iniziando a distinguere meglio tra ciò che è costruito e ciò che è reale. Anche perché negli ultimi anni ci siamo scontrati con una serie di crisi – psicologiche, sociali – che hanno acceso, soprattutto nei più giovani, una ricerca di identità più autentiche e un progressivo abbandono di certe sovrastrutture.
Il brano, però, mette in luce anche l’altra faccia. Queste sovrastrutture possono diventare una trappola. Un’identità costruita che finisce per incastrarti, portarti alla follia, non farti stare bene. E quindi, a un certo punto, diventa necessario provare a lasciarla andare, scavare più a fondo e cercare parti di sé più genuine.
In “Nuovo single” fai un parallelismo tra “singolo” musicale e “single” sentimentale con una critica diretta alla logica del consumo. Anche l’idea di libertà individuale secondo te oggi è stata modellata dalle stesse logiche?
Sicuramente in parte sì. La vita di una persona sola, per come è strutturato il sistema, genera più consumo e quindi più profitto, rispetto a quella di una coppia. Non è un caso se, in molti casi, si torna a stare insieme anche per ragioni economiche.
Più sei individualista, più ti allontani dalla connessione e dall’energia che gli altri possono darti, e finisci per cercarla altrove: nelle cose materiali, in ciò che compri, o in ciò che produci, come il lavoro. In ogni caso, si tratta sempre di forme di energia legate al piano materiale.
In questo senso, il brano prova a restituire anche questo disorientamento. Quello che emerge è una specie di disillusione, quasi l’impressione di un futuro già scritto, in cui diventa sempre più difficile connettersi, stare insieme, incontrare davvero l’altro – soprattutto quando è diverso, quando rappresenta qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui siamo abituati.
Nel brano, però, questo non avviene: il protagonista resta solo, non trova l’altro, non riesce a integrarsi e, di conseguenza, non evolve. È come se si trattasse di un’evoluzione che, paradossalmente, porta a un’involuzione – proprio a causa dell’individualismo.

“Divinità” mette in discussione l’istituzione familiare mostrando qualcosa di semplice ma scomodo: anche i genitori sono umani. C’è una sorta di idolatria attorno alla figura genitoriale, per cui si tende a pensarli come infallibili, incapaci di errore, quasi privi di bisogni. Il brano, invece, incrina proprio questa idea, riportandoli su un piano più umano, instabile.
A questo punto ti faccio una domanda personale: oggi, quali sono i tuoi punti di riferimento?
Forse l’unica cosa che mi è rimasta è la scrittura. Sono arrivato persino a cadere nel puro individualismo, ed è anche per questo che scrivo “Nuovo single” mi sento completamente sbagliato ormai. Quindi mi è rimasto solo ciò che posso fare con le mie mani, con i miei colori. Mi è rimasta la scrittura. È un punto di riferimento che, in realtà, non lo è davvero, lo so, ma mi dà l’illusione di averne uno. Ed è questo, in fondo, il fine.
Quando scrivo una canzone, quella canzone diventa il mio Virgilio per attraversare la selva oscura. È lì che sento di avere una direzione – non una direzione precisa, ma qualcosa che mi impedisce di perdermi completamente.
In un pezzo citi Sanremo, provocatoriamente ti chiedo: visto che ci sei già stato — e ti ha portato anche fortuna, tra l’altro con un brano molto forte – lo rifaresti?
Perché no, dai. Perché no.
Quindi non escludi un ritorno, per citare un candidato.
No, non escludo niente. Le posizioni assolute, secondo me, sono sempre un po’ sbagliate. Nella vita mi è capitato di diventare amico di persone che non mi sarei mai aspettato, di entrare in contesti che sentivo lontani dal mio mondo, di ricevere telefonate impreviste. Dire “questa cosa non la farò mai” non ha molto senso. Puoi dire “in questo momento non mi corrisponde”, oppure “non è la mia strada adesso”. Ma non si sa mai.
A volte le battaglie che scegli ti portano anche in luoghi in cui non saresti mai entrato prima. Dipende da che battaglia stai combattendo, da quanto è importante per te, da quanto sei disposto a sporcarti le mani — o, al contrario, da quanto non puoi permetterti di farlo.
Ogni disco ha il suo viaggio, la sua filosofia, la sua spiritualità. E in base a quello che stai facendo – alla canzone, al progetto – capisci anche dove andare e cosa fare. L’importante è che tutto resti al servizio della musica, di ciò che vuoi dire, e non il contrario. Perché spesso è lì che si sbaglia.
Non ho potuto fare a meno di notare che in questo disco ti muovi verso una dimensione di concretezza. Siamo abituati alle tue metafore, ai riferimenti storici e culturali, mentre qui sembri più diretto. Secondo te è cambiato il tuo modo di scrivere o il tuo modo di approcciarti a ciò che vedi?
Prima di uscire con “Tarek da colorare” ho pubblicato un teaser in cui raccontavo questo mio ritorno nell’universo da Xenoverso.
La narrazione è questa: dopo un lungo viaggio in Xenoverso, mi sono perso nei meandri di quel mondo, fino quasi a impazzire. E quindi, per non impazzire, sono stato reinserito nell’universo con una sorta di amnesia: non ricordo più nulla di ciò che è successo.
Questo reinserimento mi ha portato, come dicevi, a parlare di cose più concrete. Ma non solo. Infatti parto dalle fanfole, perché non so più parlare e prima di arrivare a dire cose concrete ho bisogno di prendere le misure.
Non è tanto cambiato il mio modo di scrivere: è che si è spostato, si è orientato verso una parte di me che prima era rimasta più lontana, più in ombra. E in questo disco vado a riprendermela.
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