«La mia barca è piena d’acqua, è da vent’anni che affonda». Emilio Paranoico lo canta in Orca, uno dei brani di Fantasmi, il suo nuovo EP uscito il 9 ottobre. Vent’anni di naufragio sono tanti, soprattutto se non si arriva mai al momento in cui affondare del tutto e ricominciare da un’altra parte. Si resta lì, a togliere acqua dalla barca, mentre il tempo passa e la destinazione continua ad allontanarsi.
È un’immagine che racconta bene l’immaginario di Fantasmi
Un posto che somiglia tremendamente al nostro: un Paese in cui il lavoro non garantisce una vita desiderabile, le ambizioni convivono con la certezza di non farcela e il futuro sembra qualcosa da cui proteggersi più che una direzione verso cui andare. In Piano B, Emilio Paranoico convoca due immaginari cinematografici che continuano a interrogare il rapporto tra individuo, lavoro e possibilità di riscatto. Il ritornello richiama L’odio di Mathieu Kassovitz: un uomo precipita da un palazzo ripetendosi, piano dopo piano, che fino a quel momento tutto va bene. Il campionamento di La classe operaia va in paradiso di Elio Petri introduce invece il corpo ridotto a ingranaggio della macchina produttiva.
In entrambi i casi, la promessa di controllo si incrina: la caduta è già in corso, il meccanismo si inceppa, ma la necessità di andare avanti resta intatta. «È tutto bene almeno fino a qui», canta Emilio, mentre conta i piani e ammette di non avere un piano B. La rassicurazione diventa un mantra che non arresta la caduta, così come la retorica della responsabilità individuale non restituisce margine d’azione a chi si trova intrappolato in condizioni che non ha scelto. Non a caso in Rimorsi il fallimento ha già preso la forma di un giudizio su se stessi: «Mai stato all’altezza di un posto di qualcuno».

Leggendo i suoi testi, la sensazione è quella di essere sempre un passo indietro rispetto alla vita che dovremmo avere: il lavoro giusto, i soldi sufficienti, una casa, relazioni capaci di tenerci insieme, la possibilità di immaginare il futuro senza fare continuamente i conti con ciò che potrebbe andare storto.
Mentre Fantasmi passa in sottofondo in questi giorni, Milano è attraversata da proteste e scontri.
Le immagini che arrivano dalle strade – vetrine infrante, incendi, cariche, saccheggi – riportano il dibattito sull’ordine pubblico e sulla condanna dei responsabili dei danneggiamenti. Questioni necessarie, soprattutto quando la violenza mette a rischio le persone. Ma c’è una questione più annosa che la classe politica preferisce nascondere sotto al tappeto, approvando l’ennesimo decreto sicurezza. Che cosa racconta di una società il fatto che sia più facile discutere di ciò che viene distrutto che delle condizioni disumane in cui le persone cercano di vivere?
Non c’è motivo di trasformare Fantasmi in un manifesto politico che non pretende di essere.
Volevo piuttosto usarlo come pretesto. Un punto d’osservazione su una sensazione che attraversa il presente: la precarietà economica che diventa precarietà esistenziale, il lavoro che invade la vita, la solitudine che si somma alla fatica materiale, il sospetto di essere sempre noi a non essere abbastanza.
In Questo è quanto, Emilio Paranoico guarda le «scarpe da lavoro» e ammette di temere la vita che vede davanti a sé, fatta di mutuo e berlina. Fotografa la paura di ritrovarsi all’interno di un perimetro in cui la stabilità economica dovrebbe bastare a giustificare tutto il resto. Ma se lo stipendio non basta per l’affitto, se la benzina pesa sul bilancio, se curarsi richiede tempo e denaro, se il trasporto pubblico non permette di muoversi come si avrebbe bisogno, la promessa di autonomia si restringe. E quando anche le soluzioni private diventano inaccessibili, la difficoltà materiale finisce per occupare ogni altro spazio.

L’aspetto più divertente, si fa per dire, è che siamo abituati a raccontare tutto questo come una somma di vicende personali. Se non riesci a pagare l’affitto, devi trovare una soluzione, se il lavoro ti esaurisce, devi imparare a gestire lo stress. Se sei solo, devi lavorare su te stesso. Il contesto scompare e rimane l’individuo, chiamato a correggersi senza sosta. È la favoletta dell’ape operaia, del formica contro la cicala, della responsabilità che sembra lasciare tutti liberi di costruirsi il proprio destino, ma che finisce anche per trasformare ogni difficoltà in una prova di inadeguatezza.
Emilio Paranoico conosce bene questa lingua
Nei suoi testi si prende in giro prima che lo facciano gli altri, ridicolizza le proprie ambizioni, anticipa la delusione. L’ironia è una forma di difesa, ma può diventare anche una forma di autocondanna: se mi dichiaro fallito per primo, nessuno potrà sorprendermi con la stessa accusa. Il disagio resta chiuso dentro una biografia, mentre le condizioni che lo producono continuano a sembrare inevitabili.
Una lettura politica delle proteste di questi giorni le interpreta come una possibile rottura dell’immaginario liberista in cui siamo immersi. L’idea che ogni cosa debba produrre valore, che ogni persona debba dimostrare di meritare il proprio posto, che il mancato successo sia soprattutto una responsabilità individuale. Questa prospettiva non spiega automaticamente le azioni di chi ha distrutto o aggredito, e non le rende meno gravi. Permette però di guardare oltre la superficie degli scontri, verso il malessere che può precederli e che non scompare quando le strade vengono ripulite.

La rabbia, da sola, non è un progetto politico
La distruzione non garantisce emancipazione, e chi subisce la violenza non diventa un dettaglio trascurabile perché esistono ragioni sociali da ascoltare. Ma anche la condanna, da sola, non basta. Se il dibattito si ferma alle vetrine rotte, rischia di lasciare fuori il costo degli affitti, la difficoltà di accedere alle cure, i trasporti insufficienti, gli stipendi che non consentono di vivere con serenità. E soprattutto lascia fuori il modo in cui queste condizioni si trasformano in solitudine, risentimento e senso di colpa.
Fantasmi finisce allora per evocare anche le vite che non riusciamo a immaginare, le possibilità che sembrano svanire prima ancora di essere tentate. Possiamo chiederci perché il disagio venga riconosciuto così facilmente quando rimane privato e diventi così difficile da ascoltare quando occupa le strade. Possiamo distinguere le responsabilità individuali senza fingere che le condizioni collettive non esistano.
La barca di Emilio Paranoico continua ad affondare. Il punto è che l’acqua entra da tutte le parti e ognuno di noi ha solo due mani per provare a cacciare via l’oceano che ci piove addosso. Mi chiedo: perché abbiamo imparato a considerare normale che ognuno debba salvarsi da solo. Possiamo immaginare una vita che non debba essere continuamente giustificata attraverso ciò che produciamo, guadagniamo o riusciamo a dimostrare? Forse non è troppo tardi. Forse siamo soltanto diventati bravissimi a raccontarci che lo è.
Avevamo incontrato Emilio Paranoico al Poplar Festiva, ecco come andò.
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