Molto prima di Sanremo, della carriera solista in italiano, della conduzione di programmi su Sky Arte, della pubblicazione di libri e dell’amore per Colombre nella vita e nella musica, ci fu un tempo in cui Maria Antonietta era una ragazza con la chitarra e un’ossessione per il sangue e il medioevo.
Era il 2010, Marie Antoinette era la frontwoman della band shoegaze Young Wrists, e autoprodotto uscì Marie Antoinette wants to suck your young blood. Otto pezzi chitarra, voce, glockenspiel e praticamente nient’altro. Un folk a tratti arrabbiato, a tratti più soffice, che ammiccava qua e là all’indie. Una versione DIY degli Hole, i Bikini Kill privati delle distorsioni e della batteria. Una riot girl marchigiana con molti desideri, molte aspirazioni e una sfrenata passione per le agiografie. Tanto quelle sacre, quanto quelle più profane.

Maria Antoinetta arrivò sulla scena sfrontata, ruvida, imperdonabile
Erano gli anni del primo album dei Cani, degli inizi delle Luci Della Centrale Elettrica. Bomba Dischi ancora non esisteva. In quel nuovo cantautorato urbano, didascalico e spudorato le voci femminili erano pochissime. Questo esordio (e ancor di più quello in italiano, che arrivò due anni dopo) riuscì a consacrare Maria Antonietta, annoverandola tra i tasselli generazionali che definirono a tutti gli effetti un’ondata, seppur molto ridotta nella durata temporale.
Non c’è traccia, nelle sue canzoni, di quella banalità del quotidiano, talmente triviale da diventare poetica, che fu la cifra distintiva dei suoi contemporanei. È l’opposto. La quotidianità che attraversa Maria Antonietta è ben descritta da un brano che uscirà otto anni dopo, Deluderti. Con Dio io ci trovo bene, perché almeno lui ha altissime vedute: il sacro, la santità, l’iconografia sono l’archetipo per il racconto delle sensazioni di tutti i giorni, che in questo modo diventano tangibili e terrene, depurate dal timore reverenziale che ne è antonomasia. I santi e perfino Dio diventano i personaggi del racconto di una ragazza con le sue complessità, i suoi spigoli e le sue risorse. Diventano confidenti accessibili, amici, nemici, destinatari di emozioni e metafore umane.

In questo disco, Maria Antonietta fu narratrice e protagonista
Le disturbanti urla di donne che hanno versato sangue e attraversato morti violente sono l’eco delle sue laiche preghiere. Di essere magra, di essere bellissima, di essere intelligente. Le agiografie, secondo l’artista, sono quanto di più puro rimane nel mondo. Un mondo contaminato, sopraffatto dal dolore. E raccontarle diventa una piccola rivoluzione.
L’inglese dei testi è sbiascicato, gli accenti delle parole sono marcati in maniera ostentata. Lo stile del canto è quello che diventerà inconfondibile, disco dopo disco. Il giro della chitarra di Clean, il brano di apertura, ricorda quello di Questa è la mia festa, che darà il via al debutto in italiano. Hit me hard and make me lose my blood urla la Joan De Arc della seconda traccia. Un disperato grido, affidato a una donna che abita una zona liminale tra il sacro e il profano. Arriva poi Sylvia Plath, il brano più martellante di tutto l’album. Anche in questo pezzo schizza il sangue, nel racconto di una donna che nella vita non si piegò ai cliché, e scelse invece di morire senza lasciar macchie.
I want to be thin è una specie di atto politico
Maria Antonietta guarda all’immenso, ma rivendica a pieno titolo desideri semplici e terreni. I am not clever, il brano che chiude il disco, si muove nel campo dello screamo e del noise. Come qualche anno dopo sarà Santa Caterina. La consapevolezza di essere intelligente attraversa la discografia di Maria Antonietta (Saliva, Ossa). Per sua stessa definizione, però, chi è intelligente può rivendicare di non esserlo, se gli conviene.

Gli archetipi di questo album torneranno, negli anni, nei pezzi di Maria Antonietta
Giovanna D’Arco, ché tanto la vita ti mette al rogo in ogni caso, sarà la protagonista di Stasera ho da fare. Sylvia Plath sarà una delle sette ragazze imperdonabili protagoniste dell’omonimo libro. La rivendicazione di essere intelligente sarà un punto fermo. Sgorgherà sempre meno sangue, e le agiografie medievali lasceranno spazio alle visite al Louvre, ai viaggi su una coupé e alla popstar in Valentino, che mannaggia a loro. Perché evolversi significa anche mutare i registri, conservando l’intenzione. Cercando un lessico che non diventi nostalgia costruita a tavolino, ma accompagni le fasi della vita.
Prima di essere Maria Antonietta, Maria Antonietta fu Maria Antonietta. Senza compromessi, duale, in costante mutamento. Solo così si poteva sopravvivere a questi cazzo di anni Dieci.
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