Mazzariello mi piace da sempre, cioè dal duemilaventi, perché scrive come se non dovesse dimostrare nulla. In un tempo in cui l’eccesso è spesso scambiato per intensità, lui sceglie la misura, la nonchalance, tipo quando sta per caderti il telefono e riesci a salvarlo all’ultimo. E alla 76ª edizione del Festival di Sanremo è arrivato fino alla semifinale delle Nuove Proposte, così senza sovrastrutture, senza ricicli, senza calcoli con una scrittura che ti strappa un sorriso mentre devi stare serio stile compagno di banco delle superiori.
Antonio non si prende troppo sul serio, ma prende sul serio quello che sente. È un equilibrio sottile: può parlare di una giornata storta, di un’auto che frena a un metro dal disastro, di una città “amara”, e farlo senza retorica, senza autocommiserazione, senza mai mettersi al centro come eroe tragico. C’è sempre uno scarto, un mezzo sorriso, un dettaglio che alleggerisce senza svuotare.
È delicatamente poetico, ma non evanescente.
I suoi versi non cercano l’effetto, cercano la verità del momento: una telefonata fatta perché “mi sono sentito morire”, il desiderio di dormire dopo sedici ore, la voglia di sparire “per finta”. Sono immagini concrete, quasi domestiche, che diventano universali senza bisogno di dichiararlo.
È da qui che parte questa intervista: da un ragazzo che usa l’autoironia come filtro, la delicatezza come scelta stilistica e le parole come qualcosa da maneggiare con cura. Non per sembrare profondo. Per esserlo, senza farlo pesare.
Lo abbiamo intervistato prima della semi-finale.

Prima domanda, per sciogliere un po’ il ghiaccio, come stai? Come ti senti rispetto a dove sei arrivato? Te l’aspettavi?
Allora, io sono molto, molto, molto emozionato. Sto provando veramente tutte le emozioni mai conosciute, mai incontrate all’essere umano. Penso che settimana prossima, quando sarà finito tutto , me ne andrò su un’isola deserta da solo per un mese.
E cosa porterai con te?
Porterò con me una Playstation 5 che non potrò attaccare da nessuna parte, perché non ci sarà elettricità.
Qual è la più grande manifestazione dell’amore che hai fatto nella tua vita e non vale dire una canzone?
Allora, la mia più grande manifestazione, guarda, di grande, grande, non me ne vengono in mente, se non di banali, tipo prendere un treno, fare questo, fare quello. Secondo me sono più cose da ricercare nel quotidiano, sono molto più piccole, tipo andiamo in pizzeria, io piglio una Margherita con le patatine, tu un’ortolana e facciamo a metà tutte e due.
A proposito di quotidianità, quello che mi colpisce nella tua scrittura è la tua capacità di rendere poetici dei dettagli che sembrano minuscoli all’apparenza. Da dove nasce questa ossessione per te di queste piccole?
Ma semplicemente perché nell’ultimo periodo sono le cose a cui faccio, cioè sono le cose a me più vicine banalmente, cioè certe volte sembra più, è molto più facile andare a cercare delle soluzioni più metaforiche, etere, quando secondo me rendere delle cose piccole più universali è una capacità da dover sviluppare se si vuole scrivere.

Quello che mi diverte di te è che sei molto autoironico. ti chiedo, per te l’autoironia è una forma di libertà o di protezione?
Guarda, posso dire entrambe le cose, dipende dal momento, certe volte me la cavo con l’autoironia quando mi sento più vulnerabile, però c’è anche molta libertà in questo, nel decidere come difendersi e poi è proprio il filtro attraverso il quale guardo le cose, quindi è questo.
Ti voglio fare una domanda su un termine che oggi è spesso abusato, ovvero si parla tanto di artisti giovani, un disco generazionale, sempre generazionale. Io ti voglio chiedere, in cosa tu senti di essere vicino alla tua generazione e invece diverso?
No, sono d’accordo con questa visione che pare che nella musica a livello di artisti emergenti qualsiasi cosa esca sia una cosa generazionale, ma perché? Ma chi l’ha decisa questa cosa? Però inevitabilmente sono accomunato a tutti i ragazzi e ragazze della mia generazione perché secondo me è proprio il filtro con cui ci approcciamo alle cose che ci accomuna.
Comunque appartenere alla mia generazione significa esprimersi in un certo modo, quindi nel linguaggio sicuramente mi sento appartenente a quel tipo di estetica.
Come ti senti cambiato rispetto ai tuoi esordi?
Ma per me sono esordi pure questi, quindi in realtà non mi sento per nulla cambiato, sono sempre lo stesso, ho fatto varie esperienze, mi sento fortunatissimo e contentissimo di poterne fare, però sono tranquillissimo sempre.

C’è il tuo disco in uscita che si intitola “Grandi Successi”, dove finalmente potremo ascoltare “Piangi dal vivo”. Allora voglio che tu mi spieghi il perché di questo titolo.
Grandi Successi perché racconta della musica, del mio approccio alla musica negli ultimi due anni dove saremmo stato parecchio presenti e quindi ho pensato: porterò un EP a Sanremo per raccontare quello che ho fatto fino ad oggi, quale titolo migliore di Grandi Successi, cioè i miei piccoli Grandi Successi?
Una domanda invece sui Big del Festival, per chi ti piace?
Allora, ascoltando i pezzi mi piace un sacco il brano di Tredici Pietro, quindi faccio il tifo per lui.
Ti chiedo che rapporto hai con i social invece? Vedo che sei uno che si presta anche a interagire con la community in modo ironico.
Sì sì, è il mio più grande sogno diventare un meme prima o poi. i social sono un mezzo potentissimo che io uso da quando sono piccolissimo, quindi esprimermi attraverso i social è una cosa che mi è sempre piaciuta fare con degli alti e bassi ovviamente perché non è sempre semplice e naturale come appare però sono fan dei social, se è usati con moderazione.
In “Manifestazione d’amore” dici il cielo che cade è solo una manifestazione d’amore, io ti chiedo invece nella vita vera quando tutto ti crolla addosso che fai?
Allora quando tutto mi crolla addosso vado dalle persone che amo poi mi ritiro a casa la sera e gioco alla Playstation 5.
Insomma il prossimo pezzo come lo intitolerai?
Playstation 5 probabilmente.
Grazie Mazzariello, ti faccio un in bocca al lupo.
Viva il lupo, grazie.
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