Tra vecchie, vecchissime note sul mio cellulare trovo questa parola: nostalmagico. Chissà a cosa stessi pensando quando l’ho scritto, ma ascoltando Bianco – e in particolare il suo ultimo lavoro “Camaleonte” – ne trovo un senso quasi tangibile.
L’artista torinese, infatti, è avvezzo a raccontare pezzi dell’esistenza in maniera commovente, leggera e profonda ad intervalli e soprattutto sempre sincera. Fino al punto che l’essenza stessa si nasconde per la sua delicata fragilità; si mimetizza come un camaleonte e il suo cuore è imperscrutabile a chiunque, tranne a chi non si sofferma a “pestare l’orizzonte” ma va più giù.
Mettere in cuffia questo disco, per quasi mezz’ora, è stato come leggere un romanzo di Natalia Ginzburg, in cui i fitti legami umani, famigliari o no, occupano un peso specifico, involontario a tratti ma necessario. E così anche la naturalezza dell’incontro con Roberto Angelini e Andrea Pesce che ha dato vita agli undici brani in una settimana, tra la campagna reatina.
L’analogico e il richiamo al passato avvolgono questo disco anche sfrontato, per le sue numerose tracce strumentali, e denso di una sensibilità accurata. Il tempo come elemento protagonista, che ci illude di poter guarire mentre continuiamo a cercare, ma se ce la facciamo prendere bene possiamo scorgerne angoli smussati e immagine nitide.
In tour ancora per qualche data (18 aprile a Firenze e il 19 a Cesena), Bianco partirà come bassista per accompagnare Niccolò Fabi, e noi non vediamo l’ora di commuoverci ancora.

Com’è nato Camaleonte?
Un po’ per caso. Ho incontrato Roberto Angelini, come spesso mi succede perché siamo molto amici. Abbiamo iniziato a chiacchierare sulla nostra musica, su quello che stavamo facendo in quel momento. Io gli stavo raccontando un momento di disorientamento musicale, in cui non sapevo esattamente che cosa volevo fare e che direzione dare alla mia musica. Lui dall’altra parte mi ha raccontato che si stava appassionando al Tascam. Un metodo di registrazione analogico a 4 piste su cassetta, che si è portato dietro al festival che organizzo e di cui era ospite. Me lo ha fatto provare e sono impazzito! Tanto che gli ho chiesto di poterlo usare non appena avessi avuto musica nuova.
Poi abbiamo scoperto che poco dopo avremmo avuto la stessa settimana libera, così ci siamo trovati a casa sua in campagna, a Torri in Sabina, e abbiamo iniziato a tirar giù musica. Un paio di idee le avevo già, tutto il resto invece è nato lì sul momento. Poi è venuto a trovarci Andrea Pesce, che ha sentito quello che stavamo facendo e ha deciso di fermarsi con noi a registrare. Da lì è partito il flusso creativo e quindi ci siamo ritrovati dopo una settimana con il disco fatto. Per me è stato un onore ritrovarmi nella stessa stanza con loro, che considero due supereroi della musica italiana.
Ascoltando il disco sembra di leggere un romanzo di Natalia Ginzburg, in cui sono vividi gli intrecci di vita familiare/amicale. Che peso hanno avuto i legami in fase di creazione?
Importantissimo. L’incontro con Angelini e Fish è stato meraviglioso. Per i testi sono andato a scavare nel passato, nei ricordi. È come se fosse un album fotografico della mia vita e di conseguenza anche dei legami che mi hanno formato. Dai primi amori alle prime amicizie, alle amicizie adolescenziali, ai familiari, a persone con cui sto passando la vita. C’è tutto. Ci sono tutti. Anche mio figlio Ettore, seppur non in maniera esplicita. Perché se una persona ha l’onestà di raccontare ciò che è, pur sforzandosi di ricordare magari un preciso episodio, quello che viene fuori è anche tutto il resto. Perciò i legami vengono fuori forti.
“Camaleonte” parla di te e del tuo momento di smarrimento, della paura di buttarsi. Ma mi pare che tu sia sempre molto sincero, che non voglia nasconderti…
Sì, tutto il disco è super autobiografico dal punto di vista testuale. Il momento di crisi è nato quando ho iniziato a chiedermi come mantenere la mia identità in maniera integra. Mi sono chiesto se ci fosse spazio per questo tipo di linguaggio, o se alla fine in qualche modo avessimo finito per adattarci al filtro. Far vedere quello che non siamo, solo la parte divertita e serena, ché altrimenti rischiamo di annoiare chi vorremmo conquistare.
A quarantadue anni mi sono detto che questo gioco non mi interessava. Volevo rimanere il più possibile “puro”, senza radicalismo e dentro alla contemporaneità, ma facendo musica come piace a me senza scendere a qualche compromesso strano. In un mondo in cui il livello musicale mainstream è imbarazzante, chissà dove possiamo infilarci noi piccolini

E quindi perché mimetizzarsi come il camaleonte?
La metafora del camaleonte arriva dal fatto che dopo tanti anni di questa attività, ma anche a livello personale, l’ambiente circostante cambia, si evolve, migliora, peggiora. Ma c’è il fatto di mantenere comunque le mie caratteristiche. Come fa il camaleonte, che cambia il colore della pelle, ma poi quelle caratteristiche che lo contraddistinguono rimangono, tipo sapere guardare in direzioni diverse…
Finché qualcuno gli riesce a vedere il cuore, no?
Esatto! Non è facile, ma poi c’è qualcuno che ce la fa.
In barba a tutte le richieste dell’industria musicale nel disco ci sono quattro tracce strumentali. é un modo per invitarci a fermarci?
La musica parla anche senza parole. Scrivendo anche la parte musicale e non solo i testi, quando con Roberto e Andrea abbiamo buttato giù queste tracce ci siamo resi conto che avevano dentro già un significato, un linguaggio forte, per cui non c’era bisogno di dover aggiungere un testo per spiegare che cosa volessero dire. E poi perché ci sono testi che mi piacerebbe che la gente in qualche maniera facesse sedimentare. Quindi lasciare uno spazio strumentale a chi ascolta per fare meglio metabolizzare le parole del pezzo precedente.
Hanno dei titoli emblematici, che significato hanno?
“A casa di Mimì” perché è fisicamente il luogo dove ho registrato l’arpeggio di chitarra, nonché di fianco a quella dove abbiamo abbiamo registrato il disco, quindi ha un valore molto romantico e molto affettivo. Mimì è una persona molto anziana che ho conosciuto per poco, e abitava lì. C’era ancora la sua la sua anima in quel luogo, per cui mi piaceva l’idea di dedicarle un pensiero che portassimo dentro anche lei questo progetto. Il secondo atto del brano in realtà apparteneva al primo, ma essendo lunghissimo lo abbiamo spezzato.
“Il serpente maculato dei cespugli” perché è uno dei pochi predatori del camaleonte, e mi piaceva l’idea che dopo il camaleonte ci fosse il suo predatore, con un pezzo che diventa un pochino più rock, più elettrico e distorto. Mi piaceva che fosse del “cattivo” tra i due.
Poi c’è “4.32 AM“. È semplicemente l’orario in cui è stata salvata e mi faceva ridere. Un’ora piccola in cui io e Bob siamo andati avanti ad oltranza a suonare, ma che dentro porta la perseveranza di suonare fino a notte fonda, dimenticandosi un po’ di tutto quello che sta intorno e fare la propria cosa.

In questo lavoro più che in altri c’è un forte sguardo al passato. Hai fatto i conti con il fatto che “il tempo è un bastardo” o è stato un caso?
Avevo voglia di affrontare un passato sereno, e anche lì dove il tempo è un bastardo sono momenti che ricordo con leggerezza. E poi uscendo da un momento non facile avevo voglia di andare un po’ in un porto sicuro, che è quel passato che è già guarito dall’essere presente e non ha più spigoli, o magari non te ne ricordi più.
É come quando guardi le foto passate, magari anche dell’altro ieri e dici “mi sa che ero più felice prima di adesso”, il che è incredibile. Ma è anche il motivo per cui mi sento di poter insultare il tempo, sempre con affetto, perché è un bastardo che non guarda in faccia nessuno e corre. E di conseguenza ti fa correre. Però è un po’ la vita stessa. E la cosa più divertente della vita è che non hai la tregua.
Beh, sì, tra bestemmie e acrobazie, insomma, si prova a sopravvivere in questo mare in tempesta.
Letteralmente!
Ma a proposito di cose che sembrano successe qualche giorno fa, hai scritto che ricordi il momento esatto in cui da bambino hai capito che volevi fare musica. Me lo racconti meglio?
Sì, ma guarda mi sembra anche assurdo che abbia un ricordo così nitido che potrei dirti anche cosa stavano facendo gli altri intorno a me, perchè è uno di quelli che passano mentre te li vivi e non ti rendi conto che è una di quelle cose che ti si incollano addosso per tutta la vita.
Sarà successo quando avevo sei anni, ero in vacanza da mia nonna, in uno dei classici momenti noiosetti dopo pranzo, in cui i vecchi vanno a fare il pisolino e ti ritrovi un po’ da solo perché è ancora presto per uscire con gli amichetti. Avevo la chitarra lì, prendevo qualche lezioncina in cui mi chiedevano di imparare Battisti o le grandi hit.
Ma in quel momento mi ricordo benissimo che ho inventato una cosa che non avevo ancora sentito e che la chitarra aveva dentro questa possibilità di qualcosa di diverso. E quindi, come dicono i Tre allegri ragazzi morti che mi piace tanto citare “hai mai provato una chitarra? A urlarci dentro il tuo tormento?” ho provato. Nonostante figurati che tormento puoi avere a sei anni, va be’! E mi sono accorto che poteva essere un’ottima compagna di giochi.
Da lì per una serie di innumerevoli situazioni emotive che non sono assolutamente metterti in fila, mi sono ritrovato a fare questa vita e avere questa attitudine alla vita. Ormai sono abbastanza grandicello, per cui mi è entrata anche dove non volevo che entrasse.
E quindi c’è qualche traccia a cui sei più legato?
Guarda forse proprio “Assiere“, una borgata in montagna a cui è legato proprio quel ricordo con la chitarra. Ed è una canzone che dal vivo ci regalando emozioni fortissime, sgomitando e guadagnando punti per risalire. E poi “Camaleonte“. Ma magari se me lo chiedi di nuovo la prossima settimana avrò cambiato idea. Ma adesso sono quelle che sento più vicine.
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