Il punto non è avere trent’anni. Il punto è accorgersi, quasi senza rendersene conto, che la promessa implicita di quegli anni non si è compiuta nel modo in cui avevamo immaginato. Non c’è stato un momento preciso in cui qualcuno ha acceso la luce e tutto è diventato chiaro. Nessuna svolta netta, nessuna linea di confine tra prima e dopo. Piuttosto una deriva lenta, quasi impercettibile. Le amicizie che cambiano consistenza senza dichiararlo; l’amore che ritorna ogni volta con un volto diverso, le scelte che invece di chiarire la strada finiscono per renderla più intricata. Così ti ritrovi lì, in mezzo. In quella zona sospesa tra ciò che eri e ciò che avresti dovuto diventare. Con la sensazione ostinata di essere sempre leggermente fuori tempo: troppo tardi per certe possibilità, troppo presto per sentirti davvero arrivato da qualche parte. “Gimcana“, il nuovo disco di Nuvolari, fuori il 10 aprile, nove tracce – nasce esattamente dentro questo spazio scomodo.
“Gimcana” è un disco per chi ha imparato a incassare
Non in modo eroico, che è spesso una finzione, ma con una forma di dignità silenziosa. Per chi prende i colpi e non li restituisce, non perché non ne sia capace, ma perché non è nella sua natura. Per chi rimane a terra qualche secondo in più del necessario, il tempo minimo per capire cosa è successo, e poi si rialza senza farne una questione.
È un disco per chi in amore ha sempre avuto la tendenza a concedere troppo, a esporsi male, a fidarsi con un margine di ingenuità e incoscienza che ogni volta promette di correggere — salvo poi ripetere lo stesso errore. Per chi si sente leggermente fuori posto, impreparato, come se gli mancasse sempre una frase del discorso.
Per chi la notte alza lo sguardo verso il cielo senza sapere cosa aspettarsi. E per chi, in certi momenti, con la luna ci parla davvero: non per superstizione, ma per quella forma elementare di consolazione che nasce dal rivolgersi a qualcosa che resta lì, anche quando noi cambiamo. Per chi riesce a raccontare tutto di sé a qualcuno che non ha posto nessuna domanda precisa, ma era lì e questo, in fondo, bastava.
E sì, anche per chi si sente un po’ randagio. Non libero (parola ormai consumata dall’uso) ma randagio nel senso più concreto del termine: senza una traiettoria definita, senza un luogo definitivo in cui fermarsi, eppure con quella ostinazione quieta di continuare a muoversi. Con la consapevolezza che chi si ferma rischia di perdersi, ma anche che ogni tanto è necessario fermarsi un attimo, sedersi sul bordo della strada, respirare — e poi riprendere il cammino.
Abbiamo intervistato Nuvolari.

Nella tua vita gimcana, qual è stato l’ostacolo più difficile da superare? E quello più ridicolo?
L’ostacolo più difficile è senza dubbio il passaggio all’età adulta, che è una fase apparentemente scontata ma in realtà molto complessa e stratificata. È il momento in cui tutto cambia contemporaneamente: finisce una struttura, quella dello studio, della crescita guidata, e si entra in una dimensione più indefinita, dove bisogna costruirsi da soli.
Questo implica confrontarsi con il lavoro, con l’indipendenza economica, con relazioni che smettono di essere “naturali” e diventano scelte consapevoli. Anche le amicizie cambiano: alcune si perdono, altre si trasformano, spesso per motivi geografici o semplicemente per tempi di vita diversi.
È un passaggio faticoso perché non ha regole chiare e non ha un tempo definito.
Allo stesso tempo, è anche l’ostacolo più “ridicolo”, nel senso più lucido del termine: è qualcosa che riguarda tutti, che non ha nulla di straordinario in sé. Eppure, proprio perché è universale, spesso viene sottovalutato, quando invece a livello individuale può essere destabilizzante. Quindi la vera gymkhana non è qualcosa di eccezionale, ma la normalità stessa, vissuta in un momento di transizione.
Da dove nasce l’idea della gimcana? Come si è formata questa immagine nella tua scrittura?
È una parola che mi è sempre rimasta impressa, soprattutto per il suo suono e per l’immaginario che porta con sé. La prima volta l’ho incontrata in un contesto completamente diverso: giocavo a ping pong sulle spiagge liguri e si parlava di “gimcana” per indicare una partita a eliminazione, quasi caotica, in cui tutti partecipavano e uscivano uno alla volta. Quell’idea di movimento continuo, di alternanza tra partecipazione ed esclusione, mi è rimasta.
Più avanti ho scoperto il significato più comune, legato alle corse a ostacoli automobilistiche, e lì il termine ha acquisito un altro livello: quello della traiettoria, della difficoltà nel mantenere il controllo, della necessità di adattarsi rapidamente agli ostacoli.
Quando ho scritto il brano, la frase è arrivata in modo molto naturale, quasi automatico: “c’è chi corre tutti i giorni come dentro una grande gymkhana”. In quel momento ho capito che quella parola conteneva esattamente l’immagine che cercavo: una metafora della vita recente, fatta di slalom, cambi di direzione e tentativi continui di equilibrio.

I personaggi delle tue canzoni sembrano sospesi: tra partire e restare, dimenticare e insistere. È una dimensione che senti tua?
Sì, perché riflette il modo in cui vivo e interpreto le esperienze. La mia scrittura parte sempre da qualcosa di reale, ma non rimane mai completamente ancorata al dato concreto: tende a spostarsi, a diventare più astratta, più simbolica. Questo crea personaggi che non sono mai del tutto definiti, che stanno in una zona intermedia, dove convivono più possibilità.
Nel caso delle canzoni sentimentali, questa sospensione è ancora più evidente: la relazione diventa quasi un pretesto per parlare di stati interiori più ampi, di tensioni, di desideri non risolti.
Detto ciò, in questo disco ho cercato consapevolmente di ridurre questa distanza, di essere più diretto, più aderente ai fatti, meno “evasivo”. È stato un tentativo di mettere a fuoco meglio la realtà, senza rinunciare però alla dimensione emotiva.
Shojiro è un personaggio molto vivido, quasi cinematografico. È solo fantasia o c’è qualcosa di autobiografico?
Nasce sicuramente come fantasia. È stato quasi un gioco creativo: ero immerso in quel mondo del sumo, guardavo video, mi affascinavano i rituali, la disciplina, ma anche l’aspetto più umano e quotidiano di quei personaggi. Shojiro è venuto fuori da lì, come una figura immaginata.
Però, a posteriori, riconosco che dentro ci sono anche parti di me. Succede spesso: anche quando si crede di inventare, si finisce per raccontarsi. Nel suo modo di stare al mondo, quella lentezza, quella specie di distacco sereno, quella pigrizia quasi consapevole, ci sono elementi che mi appartengono. È come se fosse una proiezione, non intenzionale ma inevitabile.

Nei tuoi brani sembra che tu dia più di quanto ricevi in amore. È una dinamica reale?
Sì, è stata una dinamica reale e abbastanza costante in una fase della mia vita. Tendevo a dare molto, spesso senza filtri e senza condizioni, quasi come se fosse un modo per legittimare la relazione stessa. Col tempo ho capito che non è un equilibrio sostenibile: si rischia di perdere una misura, di sbilanciarsi troppo.
Le canzoni di questo disco riflettono proprio quel periodo, quindi è naturale che emerga questa dinamica. Oggi direi che è qualcosa che ho imparato a gestire meglio, ma resta comunque una parte del mio modo di essere.
Non ti fa paura metterti così a nudo, anche rischiando di metterti in ridicolo?
No, perché non lo percepisco come un rischio, ma come una necessità. Per me la scrittura funziona solo se è autentica. Se provassi a costruire un’immagine diversa, più “forte” o più controllata, non riuscirei a riconoscermi in quello che faccio.
Il punto non è evitare il ridicolo, ma accettarlo come parte dell’esperienza umana. Anzi, spesso sono proprio gli aspetti più fragili o imbarazzanti a creare una connessione più profonda con chi ascolta.
È una forma di esposizione che non cerco di mitigare, perché è ciò che rende le canzoni credibili anche ai miei stessi occhi.
Quali artisti ti hanno insegnato questo tipo di esposizione?
Il cantautorato italiano è stato fondamentale. Lucio Dalla, per esempio, ha questa capacità di raccontare anche dettagli apparentemente banali o surreali, ma con una forza emotiva enorme.
Battisti, attraverso Mogol, ha costruito un immaginario in cui la fragilità è centrale, mai nascosta.
Quello che mi ha colpito di questi artisti è proprio la mancanza di filtri: non c’è una costruzione difensiva, ma un’esposizione totale. Negli ascolti più recenti, anche artisti internazionali come Tame Impala o Toro y Moi lavorano su una struttura simile, anche se con linguaggi diversi. È una linea comune: andare oltre l’immagine e puntare su un racconto personale, diretto.
Nei tuoi brani sembra che le storie arrivino sempre a un momento finale, come ai titoli di coda. È una scelta?
Non è una scelta consapevole. Credo sia semplicemente il punto in cui mi trovo quando scrivo: spesso scrivo dopo, quando qualcosa è già accaduto, quando si è già chiuso o sta per chiudersi.
Quindi le canzoni finiscono per avere quella qualità un po’ sospesa, da epilogo.

In una canzone dici “quando esco il sabato sera mi sembra tutto già visto e penso già alla domenica”. Che rapporto hai con i rituali, come il sabato sera?
Non mi ci sono mai riconosciuto del tutto. Sono cresciuto in provincia, dove esisteva molto questa ritualità – la discoteca, il weekend come momento “obbligato” di svago. Io e il mio gruppo di amici, però, abbiamo sempre vissuto le cose in modo più libero: senza la necessità di aderire a uno schema.
La frase nasce proprio da una sensazione di saturazione: l’idea che ogni sabato debba essere speciale, diverso, memorabile, a un certo punto diventa stancante. C’è una ripetizione che si nasconde dietro l’idea di novità.
Ti senti più guidato da ciò che desideri o da ciò che ti manca?
Da ciò che mi manca. Perché è la mancanza che genera movimento, che crea tensione verso qualcosa. Il desiderio spesso nasce proprio da lì, quindi in fondo sono due facce della stessa cosa, ma la mancanza ha una forza più attiva.
Hai più paura di sbagliare strada o di restare fermo?
Di sbagliare strada. Questo mi porta a essere molto prudente, a rimandare le decisioni, a restare fermo più del necessario. Ho bisogno di stimoli esterni, di scosse, anche emotive, per attivarmi. Però, quando succede, riesco poi a cambiare anche rapidamente. È l’inizio che è difficile.
Che rapporto hai con la ricerca di un senso, di un “nirvana”?
Non è una ricerca che mi appartiene davvero. Non credo in una risposta definitiva, in un senso unico da trovare. Preferisco l’idea di vivere le cose, senza necessariamente incasellarle in un significato preciso. Questo non vuol dire che il senso non sia importante, ma che non è il centro della mia esperienza.

Se il disco fosse la colonna sonora di un film o una serie?
Direi Better Call Saul, più che altro per affinità emotiva e per il livello della serie. Non è una scelta ragionata in profondità, ma un’associazione spontanea.
Come nasce la collaborazione con Golden Years e Fabio Grande?
Con Golden Years è nata in modo abbastanza organico: ci siamo conosciuti lavorando a un brano per Summertime e da lì abbiamo continuato a incontrarci, a scrivere, senza un progetto preciso all’inizio. Molti di quegli incontri sono diventati poi tracce del disco.
Fabio Grande è entrato successivamente, sempre tramite Golden Years. Anche lì è stato tutto molto naturale: ci siamo trovati bene umanamente e musicalmente, e la collaborazione è partita senza forzature. Il disco riflette proprio questa doppia anima produttiva.
Come nasce la copertina?
È la traduzione visiva del concetto di gimcana. La strada diventa una pista, un percorso a ostacoli, e io sono al centro, dentro questa dinamica. Non è un’immagine casuale: rappresenta esattamente la sensazione che volevo trasmettere, quella di essere immerso in un movimento continuo, in una prova.
La foto è di Mirko Ostuni, con cui avevo già lavorato, e anche in questo caso il processo è stato molto naturale.
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