Di Cesare Cremonini, a quanto pare, non si può parlare senza prendere posizione. O è un genio del pop italiano, un musicista finalmente libero dalle convenzioni, oppure è un prodotto sovradimensionato dall’industria discografica, uno che confonde le ambizioni artistiche con la grandeur. La critica sembra essersi divisa in due tifoserie, entrambe piuttosto impegnate a dimostrare di aver capito tutto prima ancora di ascoltare fino in fondo il suo ultimo lavoro.
La parola scelta per dare un titolo al disco è già un buon punto di partenza.
Amateur deriva dal francese e risale al latino amator, “colui che ama”, da amare. Nell’uso comune, però, il termine ha subito una trasformazione curiosa: dilettante è diventato spesso sinonimo di incompetente, di qualcuno che non sa fare abbastanza bene il proprio mestiere. L’etimologia racconta un’altra storia. L’amatore è colui che fa qualcosa perché la ama, non necessariamente perché deve ricavarne un risultato, una ricompensa o una conferma.
Naturalmente, applicare questa definizione a un artista che ha venduto dischi, riempito stadi e costruito un’identità riconoscibile nell’industria musicale richiede una certa cautela. Cremonini non è un dilettante, né potrebbe realisticamente tornare a esserlo. Ma forse è proprio questa contraddizione a rendere interessante il titolo: che cosa significa recuperare la libertà di chi ama fare qualcosa quando si è diventati professionisti del proprio talento?

Il fallimento: quando diventa una strategia
Nella presentazione di AMATEUR, Cremonini ha insistito sull’idea di sottrarsi alle formule consolidate, di tornare in studio senza sapere esattamente dove sarebbero arrivate le canzoni e di non trasformare i successi precedenti in un modello da replicare. Dopo il percorso che lo ha portato dagli esordi con i Lunapop agli stadi, l’artista vuole concedersi la curiosità di scoprire che cosa può ancora diventare.
È un discorso che ha una sua coerenza. La maturità artistica, del resto, non consiste necessariamente nel perfezionare all’infinito ciò che ha già funzionato ma anche nel mettere in discussione le proprie certezze, nel cambiare linguaggio, nell’accettare che un’opera non coincida perfettamente con le aspettative del pubblico.
Eppure, quando un artista racconta pubblicamente il proprio desiderio di fallire, vale la pena soffermarsi sulla portata di certe frasi.
Il fallimento è una condizione che, nella vita ordinaria, comporta spesso conseguenze concrete: perdita di denaro, opportunità mancate, reputazione compromessa, impossibilità di ricominciare alle stesse condizioni. Nel mondo dello spettacolo, invece, il fallimento può diventare un racconto seducente, soprattutto quando viene messo in scena da chi dispone già delle risorse necessarie per attraversarlo senza perdere tutto.
Cremonini può permettersi di rivendicare il diritto di sbagliare proprio perché ha costruito una carriera che gli consente di farlo. Il rischio artistico esiste, ma non coincide con il rischio di chi non ha un pubblico, una distribuzione, una struttura produttiva e un nome riconoscibile. La libertà di sottrarsi al successo è anche un privilegio che il successo stesso rende possibile.
Ciò non rende falsa la sua dichiarazione a priori. La rende, semmai, più interessante da osservare. Perché ci costringe a distinguere tra l’esperienza personale dell’artista e il modo in cui quell’esperienza viene trasformata in un prodotto culturale, comunicata, confezionata e venduta.
Il paradosso è evidente: un album che rivendica il ritorno a una condizione di libertà viene accompagnato da un’operazione promozionale in pompa magna. La scelta di Londra per la presentazione dal vivo, l’O2 Shepherd’s Bush Empire come luogo carico di storia musicale, le collaborazioni con Salmo, Fabri Fibra e Malika Ayane, la presenza di musicisti internazionali, il personaggio di SIG e le dichiarazioni sul rapporto tra arte, ego e industria dello spettacolo concorrono a costruire un universo narrativo coerente.

Non si tratta soltanto di promuovere undici canzoni. Si tratta di dare loro una cornice, una mitologia, una chiave di lettura.
E neppure lo Shepherd’s Bush Empire, teatro di varietà nato nel 1903 e diventato uno dei luoghi della musica dal vivo londinese, è una location neutra. La sua dimensione raccolta, soprattutto se confrontata con gli stadi riempiti da Cremonini negli ultimi anni, suggerisce un ritorno a una prossimità diversa con la musica.
Del resto, anche SIG, il personaggio dal teschio dorato che accompagna Cremonini, partecipa a questa costruzione simbolica. Nelle dichiarazioni dell’artista, la figura rimanda al desiderio di mettere in discussione il rapporto tra morte, lusso discografico, ambizione e comunicazione, sottraendosi almeno temporaneamente al peso del sistema dello spettacolo.
Tutto questo è marketing? Certamente sì. Ma fermarsi a questa constatazione sarebbe riduttivo. Il marketing non è necessariamente il contrario dell’arte: è il sistema attraverso cui un’opera viene resa riconoscibile, raccontata e portata al pubblico. La questione è un’altra: quando la narrazione che accompagna un disco diventa così importante, riusciamo ancora a distinguere ciò che la musica ci fa sentire da ciò che ci viene suggerito di sentire?
Il narcisismo non è una recensione
C’è poi il tema dell’ego, che Cremonini sembra aver incorporato consapevolmente nell’immaginario di AMATEUR. Cremonini costruisce un universo in cui la propria immagine, la propria storia e il proprio rapporto con il successo diventano materia narrativa. Ma questo, da solo, non ci dice granché sulla qualità delle canzoni.
In fondo, l’industria musicale contemporanea chiede agli artisti di essere contemporaneamente autori, interpreti, personaggi e narratori di se stessi. Devono produrre musica, ma anche fornire continuamente interpretazioni della propria musica. Devono mostrarsi vulnerabili, purché la vulnerabilità sia comunicabile. Mettere in discussione il successo, purché il dubbio diventi una storia interessante da raccontare; denunciare le regole del sistema senza perdere la capacità di stare dentro quel sistema.
Il narcisismo, in questo iperuranio è anche una condizione strutturale dello spettacolo, che trasforma la persona in un racconto permanente. La differenza sta nel modo in cui un artista riesce a utilizzare questa esposizione: se per nascondersi dietro un personaggio oppure per trovare una forma espressiva che vada oltre il personaggio stesso.
Nel caso di Cremonini, la questione mi interessa fino a un certo punto.
Non devo necessariamente condividere la sua idea di sé per riconoscere ciò che riesce a fare con la musica. Né la sua ambizione mi sembra un argomento sufficiente per negargli una qualità artistica che, ascoltando il disco, è difficile liquidare in blocco.
Penso semplicemente ci sia una differenza tra riconoscere la qualità di un progetto e considerare ogni sua scelta artistica necessaria, ogni collaborazione illuminata, ogni ambizione riuscita.
La critica dovrebbe servire a capire meglio ciò che ascoltiamo, non a dimostrare quanto sia intelligente chi scrive.

Da 50 Special a AMATEUR
Io, per esempio, non riesco ad avvicinarmi a Cremonini fingendo di non avere una storia con la sua musica. Sono cresciuta con i Lunapop, avevo il diario della band e ho seguito le trasformazioni di un artista che, da ragazzo diventato celebre con canzoni capaci di raccontare l’adolescenza, si è progressivamente costruito un’identità autoriale più complessa.
Non è una posizione neutrale. Ma la neutralità, quando si parla di musica, è spesso un’illusione. Ascoltiamo attraverso la nostra memoria, le esperienze, le persone che siamo stati e quelle che non siamo più. Una canzone può sembrarci importante non soltanto per ciò che contiene, ma per ciò che riporta alla superficie.
La cosa interessante, nel caso di Cremonini, è che questa memoria non basta a spiegare la sua permanenza.
La nostalgia può certamente favorire l’ascolto, soprattutto quando un artista ha accompagnato una parte significativa della nostra vita. Ma non è sufficiente a mantenere viva l’attenzione per quasi trent’anni. Il passato non è per tutti un cesto che straborda e ti permette di campare di rendita, ma è anche e soprattutto un termine di confronto: bisogna capire che cosa l’artista stia facendo nel presente.
Pensiamo a colleghi della sua generazione, come i Negramaro o Tiziano Ferro. Sono percorsi differenti, con identità musicali e modalità espressive che non avrebbe senso ridurre a una graduatoria. Ma Cremonini ha conservato una capacità particolare di riaprire il discorso intorno a ciò che fa. Non soltanto perché è un nome popolare, ma perché continua a presentare i propri lavori come capitoli di una ricerca, cercando di modificare il rapporto tra canzone, immagine pubblica e racconto personale.
Questo non significa che ogni svolta sia necessariamente riuscita o che ogni disco debba rappresentare un avanzamento rispetto al precedente. Significa che il suo percorso conserva una tensione, una curiosità che rende interessante ascoltarlo anche quando non si condividono tutte le sue scelte.
AMATEUR mi interessa soprattutto perché mostra un artista che, pur lavorando dentro una macchina promozionale molto strutturata, continua a cercare nuove combinazioni sonore e nuove possibilità di racconto.
L’amore non è una cosa da tutti
Tra le critiche che vengono rivolte a Cremonini c’è anche quella di parlare troppo d’amore, come se l’insistenza su questo tema fosse il segno di una limitatezza intellettuale o di una poetica rimasta prigioniera delle proprie formule.
È un’obiezione che trovo poco convincente, almeno quando viene formulata in questi termini. L’amore è uno dei nuclei ricorrenti della scrittura di Cremonini e, come ogni tema che attraversa un’intera produzione artistica, può diventare tanto una risorsa quanto un limite. Ma il fatto che un argomento ritorni non significa che abbia esaurito ciò che può raccontare.
Il punto non è quante volte un artista parli d’amore, ma che cosa riesca a vedere ogni volta che ne parla.
L’amore non è soltanto l’innamoramento, la dichiarazione, la promessa o la separazione. È una forma di relazione con il tempo, con la memoria, con il corpo, con la paura di perdere qualcuno e con la difficoltà di riconoscere chi siamo quando ci troviamo davanti a un’altra persona. È fatto di desiderio, certo, ma anche di abitudini, compromessi, incomprensioni e gesti talmente piccoli da diventare invisibili.
In “Cose molto piccole” uno dei pezzi più riusciti in cui non a caso torna a duettare con una sua ex, il rapporto sentimentale si misura proprio con questa dimensione quotidiana. Non siamo davanti a un amore idealizzato, sospeso fuori dal mondo, ma a una relazione che si consuma nei gesti ripetuti, nelle parole che perdono sapore, nelle incombenze condivise. La quotidianità non è il contrario del sentimento: è il luogo in cui il sentimento viene messo alla prova.
È una prospettiva che trovo interessante perché restituisce all’amore la sua natura ambivalente. Le relazioni non si esauriscono nel momento in cui smettono di somigliare all’idea che avevamo di loro. Continuano a esistere anche quando diventano opache, quando la familiarità rischia di trasformarsi in indifferenza, quando ci si accorge di conoscere una persona e, nello stesso tempo, di non sapere più come raggiungerla.

La scrittura di Cremonini ha una componente poetica riconoscibile.
Sa costruire immagini, accostamenti e situazioni che trasformano esperienze comuni in qualcosa che può essere condiviso da chi ascolta.
Del resto, che cosa vale la pena raccontare, se non ciò che ci lega agli altri e ci rende vulnerabili? Non soltanto l’amore romantico, naturalmente. Ma anche l’amicizia, la perdita, il rancore, il bisogno di essere riconosciuti, la difficoltà di vivere insieme. Tutte esperienze che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con la relazione.
Mi viene in mente Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia, scrittore e intellettuale italiano che nel 1993 pubblicò una raccolta di diciotto profili biografici dedicati a esistenze ordinarie. Pontiggia ricostruisce le vite dei suoi personaggi attraverso i passaggi cruciali che vanno dalla nascita alla morte, con uno sguardo ironico, preciso e spesso tagliente. Non ha bisogno di eroi eccezionali per raccontare qualcosa di essenziale. Gli basta osservare come una vita si costruisca attraverso eventi, desideri, errori, occasioni perdute e sentimenti.
In quelle esistenze non c’è una trama unica e rassicurante, né l’illusione che ogni esperienza conduca necessariamente a una rivelazione. C’è piuttosto il groviglio di motivazioni e circostanze attraverso cui le persone cercano di dare un senso a ciò che accade loro. L’amore, in questo quadro è una delle forze che la attraversano, che orientano le decisioni e che, talvolta, le rendono incomprensibili persino a chi le prende.
Nelle canzoni come nelle vite raccontate da Pontiggia, il sentimento diventa interessante quando smette di essere un concetto astratto e torna a essere un’esperienza concreta, contraddittoria, spesso persino ridicola.
L’amore può essere sublime, ma può anche essere meschino. Può dare senso a una vita e, nello stesso tempo, farci prendere decisioni assurde. Può renderci migliori oppure semplicemente più esposti. Non ha bisogno di essere nobilitato per meritare di essere raccontato.
La parola amateur ci riporta, almeno nella sua origine, a una forma di amore che precede il calcolo del risultato.
Non vuol dire negare il ruolo del mercato che o che la musica possa sottrarsi alle strategie che la rendono visibile. Più semplicemente, è una scelta linguistica che ci permette di ricordare che all’inizio di tutto c’è una relazione. Qualcuno fa qualcosa perché ne sente il bisogno, qualcun altro ascolta e, per ragioni che non sempre sa spiegare, riconosce in quel gesto qualcosa di proprio.
Forse non è necessario credere fino in fondo al racconto del fallimento di Cremonini. Basta riconoscere che, dopo tutti questi anni, ha ancora voglia di cercare una forma per raccontarsi e che noi, nel bene e nel male, abbiamo ancora voglia di ascoltare.
Alla fine, la vera prova per un artista non è sopravvivere al proprio successo, ma non diventarne prigioniero.
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