Era il 2013, quando uscì Senontipiacefalostesso, il disco d’esordio de L’officina della camomilla. Erano gli anni di massimo splendore di Garrincha Dischi, sul podio di Sanremo ci arrivavano i Modà, l’indie abitava i sotterranei della musica e se arrivava in superficie, se ne accorgevano in pochi. In quello scenario, la band capitanata da Francesco De Leo svolse un ruolo da precursore.
Il loro primo album, ma anche il secondo, esploravano dei linguaggi diversi rispetto a quello che in quel momento si ascoltava in Italia. C’erano riferimenti specifici e didascalici a fatti e persone realmente esistite (i Beat Happening, Monica Vitti, il Bingo di Via Washington, Marc Augè, per citarne alcuni). C’era la provincia, c’erano i graffiti, ragazze in lacrime perché non riuscivano a confessare di amare il mare, le colline gialle e le piante grasse. L’officina della camomilla, in quegli anni, creò un immaginario che abitava uno spazio liminale tra il reale e l’assurdo. Anzi, dove l’assurdo diventava reale proprio grazie al modo concreto e tangibile – reale, appunto – in cui veniva narrato.
Tredici anni più tardi, con in mezzo un lungo iato e un disco di ritorno, è arrivato VM18, un nuovo disco.
Dieci brani ambientati in un mondo cambiato, non solo dal punto di vista musicale, ma anche sociale. Sovraesposto alla violenza, cresciuto. Ho chiacchierato con Francesco De Leo, per cercare le radici di questo album.

«Quando uscirono i primi dischi avevamo diciassette anni, oggi sono cambiate le nostre priorità. Abbiamo cercato di prendere Senontipiacefalostesso e di trasporlo nel mondo di oggi, più adulto, quasi delirante»
Non è facile, oggi, scrivere un disco de L’Officina Della Camomilla. Da un lato, c’è il rischio di ripiegare esclusivamente su un effetto nostalgia fine a se stesso. Dall’altro, di risultare cringe. «Ho collezionato appunti di anni, metterli insieme è stato anche difficile», continua Francesco De Leo. E in effetti, i concetti, i riferimenti e le citazioni in VM18 sono innumerevoli e disparate. «Ci sono moltissimi personaggi, immaginari, elucubrazioni che sono anche sogni. Stanno tutti insieme. Ѐ un disco in cui i testi sono venuti prima delle musiche. Questo mondo di amore, violenza, videogiochi nasce prima dai testi».
E in effetti, la parte più sorprendente di questo nuovo disco sono proprio i testi: dei puntini da unire alla ricerca di un disegno complessivo. C’è una presenza fissa, nei brani, che è l’Inghilterra. Protagonista assoluta in Madchester, la cui lingua è mutuata in Ellis, comprimaria in Sunny Xanny. Proprio Madchester è un brano che è un omaggio alla scena di Manchester sviluppata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90: una scena fatta di flyer, VHS, pastiglie, notte. Che vede anche la partecipazione di Francesco Mandelli, che è venuta naturale.
L’apparente assenza di fili conduttori che tengano insieme i protagonisti delle canzoni contribuisce a rendere il disco interessante.
In Atene o Las Vegas, compaiono Chopin, Malevich, il Generale Radetsky, Miss Greenwood. In Sunny Xanny, invece, convicono Nosferatu, Caterina Da Siena, Diane Di Prima, personaggi apparentemente lontanissimi. «Chi ascolta, se vuole, può cercare un filo conduttore», racconta Francesco. «Diane Di Prima è una poetessa beat che a me piace molto. Ho messo insieme questi personaggi in una specie di labirinto mentale, quasi un’allucinazione».

«Mettere i suoni alle canzoni non è stato difficile»
«Siamo partiti dal nostro universo di riferimento, dalle nostre radici lo-fi e dream pop, che si ritrovano in gruppi come i Beat Happening o i Beach House», spiega Francesco De Leo in merito alla parte compositiva. «Abbiamo deciso di sperimentare un po’, nell’intro, ad esempio, che è più rockabilly. Ma il sound dell’Officina, alla fine, è sempre riconoscibile». Una scelta intelligente, che ha permesso ai fan della band di ritrovarsi anche anni dopo. Sapere che la decisione di riunirsi non è una scelta di marketing o commerciale, ma è giustificata dal fatto di riconoscersi in quelle sonorità con cui si è nati. Comprendere che il desiderio di sperimentare altro era lecito, ma c’è un punto a cui tornare che nonostante tutto si percepisce ancora come sincero.
Ascoltando questo disco viene da chiedersi che cosa può rimanere, oggi, di chi per primo cercò di portare nella musica italiana la scena indipendente.
«Oggi l’indie non è più nel sottosuolo, tutto finisce nel grande calderone della musica pop», continua De Leo. «Il sottosuolo c’è, ma si trova in alcuni festival di cui non c’è traccia nemmeno sui social media. L’indie ormai è penetrato nella musica commerciale, mainstream. Per trovare l’indie, bisogna andare a scavare in alcuni cartelloni, trovare band di cui non c’è traccia online». Si potrebbe argomentare che questa commercializzazione dell’indie abbia alzato la qualità della musica pop. Dall’altra parte, però, è inevitabile che abbia generato pigrizia, rendendo paradossalmente più difficile scoprire le band oggi rispetto a quindici anni fa.
Pubblicare un disco ad ottobre chiama da sé la domanda su Sanremo.
«Sanremo è una cosa molto italiana, è qualcosa che abbiamo solo noi», riflette Francesco De Leo. «Certo, ci sono artisti che appartengono alla nostra scena che ci sono andati. Per esempio Fausto Cigarini, che è un nostro amico, è stato il direttore d’orchestra per Chiello. Ma anche Maria Antonietta e Colombre ci sono andati». Più che il dubbio se Sanremo possa essere o meno un universo in cui sentirsi rappresentati, la domanda è più su che cosa potrebbe fare, a Sanremo, L’Officina Della Camomilla. Sicuramente, ecco, non snaturarsi: «se mai ci andassimo, lo faremmo a modo nostro. Arriviamo lì e ci facciamo esplodere sul palco. Ci ammazziamo sul palco direttamente». In senso figurato, si spera.
No Comment! Be the first one.