Bidonville dei 24 Grana, lo diciamo senza esitare, è uno dei migliori dischi di quest’anno. La band partenopea ritorna con undici tracce fatte di cuore e viscere, rabbia e indignazione, poesia e condivisione. Si mettono in sintonia con la parte più vera, più nascosta e più sofferente di Napoli. Un po’ come fecero già ai loro esordi dalle tavole del palco di Officina 99. Lo fanno con una chiarezza e una maturità che non lascia nessuno spiraglio all’ambiguità.
Ci sono tante storie in questo disco che sommate raccontano una storia più grande.
È questa la capacità che Francesco, Armando, Renato e Peppe, hanno sempre avuto: parlarci, fare sentire anche noi parte di questa storia. In Bidonville si sceglie di raccontare il mondo dai margini. Le periferie diventano la postazione impolverata da dove si vede meglio lo sfruttamento violento di esseri umani e cose, che questo pericoloso sistema in declino ogni giorno alimenta sempre di più con ogni tipo di sversamento e devastazione.
Le canzoni forse non cambiano le cose, ma possono cominciare a cambiare noi. Ci fanno vedere quello che la narrazione mediatica nega, come non rassegnarsi e continuare a indignarci.
«‘A raggia serve a nun ce fa stutà».

Ci sono tanti riferimenti alla periferia, a quella parte di Napoli non in hype, da via Stadera a Resina.
Perfino il centro, sacrificato così massicciamente al turismo e al profitto, sta diventando periferia per tanti napoletani. Alla Napoli da cartolina da vendere a turisti e fondi di investimento immobiliare, che passa anche per la vetrina della Coppa America di vela, questo disco risponde mettendo sotto i riflettori altri spazi urbani. Luoghi di fatica e sofferenza che somigliano a mille altre “periferie” anche lontane dal Vesuvio, martoriate da guerre permanenti o genocidi, come in Palestina. In “Gaza (ce chiamma ancora)“, prima di aprici alla speranza, dobbiamo soffermarci sulle prime parole del testo. “Gaza nun ce sta cchiu”, perché in questi ultimissimi anni questo è successo. Questa è la verità che nessuno, da nessuna parte, aveva detto così chiaramente, pur essendo sotto gli occhi di tutti. “Gaza nun ce sta cchiu”, anche se il popolo palestinese, seppure stremato, c’è ancora.
Bidonville è senza dubbio un disco politico, ma nella misura in cui la politica è intesa come impegno sociale e civile, come lotta per riprendersi spazi di vita individuali, collettivi o a difesa di un pianeta sempre più massacrato.
Per raccontare questa “Bidonville” occorreva un suono diretto e crudo
Sembra che la band abbia attinto un po’ anche da quel suono di Seattle con cui la generazione dei cinquantenni è cresciuta (Overdose, e la nirvaniana Bidonville ne sono due esempi). Ma nei suoni e negli arrangiamenti c’è anche tanto altro.
Ci sono le influenze che ognuno di loro si porta dentro da sempre. C’è l’inconfondibile penna di Francesco Di Bella che tratteggia geografie e stati d’animo con una grafia millimetrica. Ci sono arrangiamenti che colorano delle giuste tinte i brani. Questo permette di far venire fuori l’anima più profonda dei 24 Grana, che già ci aveva folgorato in passato. C’è indignazione, la condivisione e la dolcezza nello sguardo sul mondo, cantato e suonato.

L’approccio a questo nuovo disco custodisce e porta nel DNA il meglio di quegli anni Novanta che hanno regalato un momento di grande splendore all’alternative napoletano. Formatosi sugli ascolti “sporchi” e rumorosi e liberatori del punk, del post punk e del grunge, si mosse tra centri sociali e festival indipendenti. Rafforzò la carica creativa che si alimentava anche del racconto e del rapporto conflittuale con la realtà, dello schieramento che raccontava un’appartenenza.
Nell’approccio e nell’intento di raccontare le pieghe e le piaghe della città con tutte le sue piccole e grandi storie in un momento di cambiamento, questo lavoro è in sintonia con l’intento e l’approccio che ebbe Pino Daniele con l’album Terra Mia, nella seconda metà degli anni Settanta, quando Napoli stava vivendo un altro grande periodo di trasformazione.
Non siamo di fronte a un disco nostalgico
Queste sono canzoni che parlano di questo tempo e lo fanno soprattutto a quei giovanissimi che hanno risposto presente da sotto al palco alla chiamata della reunion di qualche anno fa. Già con l’uscita di Stadera, che ha anticipato il lavoro, si intuiva un grande ritorno.
Ha poco senso indicare una canzone o l’altra, è un disco intero che va ascoltato necessariamente per intero. Dentro ogni traccia c’è qualcosa da scoprire: nei suoni, nei testi, nella passione e nell’entusiasmo di tornare ad esserci. È una sorta di concept album che parte da Napoli ma che ci sta raccontando come continuare a lottare per trovare il nostro posto nel mondo. E se dopo qualche giro del vinile sul piatto, all’improvviso, capita che ci scopriamo a cantare a mezza bocca queste nuove canzoni è solo il segno reale di quanto ultimamente ci erano davvero mancati i 24 Grana.
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