Tradurre e tradire possono vantare un’etimologia simile. Un’etimo legata al movimento, dove traducere in latino significa letteralmente “trasportare” e tradere invece “consegnare”. Due azioni, se ci pensiamo, consecutive e correlate: si trasporta qualcosa per consegnarla da qualche altra parte. Si traduce una canzone per tradirla. Di traduzioni e tradimenti risuona anche l’ultimo lavoro discografico dei Perturbazione. Un disco capace di trasportarci fra le sonorità che li hanno plasmati come band e di consegnarci dieci brani tradotti, traditi ma in grado ancora di comunicare all’ascoltatore le stesse emozioni di chi li reinterpreta. E non è un caso che, su questo risuonare, lo storico gruppo pop rock italiano abbia voluto costruire il titolo stesso del disco.
Uscito lo scorso 9 ottobre, Risuona contiene tracce pescate dalla memoria e dall’identità dei Perturbazione, che già nel 2024 avevano fatto della reinterpretazione la cifra di un progetto live. Ma se in quel caso La Buona Novella di Fabrizio De André non doveva essere tradotta, con le canzoni scelte per il loro nuovo progetto l’operazione di rilettura si porta ad un livello più profondo e in certi casi stravolgente: quello della traduzione, per l’appunto.

«Quando si inizia a suonare insieme, da ragazzi, si prova a imitare ciò che ci piace. Si fanno le cover come una palestra, un esercizio per conoscere i propri limiti e, allo stesso tempo, i propri punti di forza. – racconta Tommaso Cerasuolo, frontman dei Perturbazione – Con il tempo, però, si comprende che le cover più riuscite non sono necessariamente quelle più fedeli all’originale, ma quelle che riescono a svelare qualcosa di nuovo attraverso le note e le parole di qualcun altro».
Qual è stata, a tal proposito, la cover con cui sentite di esservi esercitati di più, magari proprio ai vostri esordi?
Se devo pensare ad una canzone soltanto, farei sicuramente torto a tutte le altre. A livello di gruppo a cui guardavamo con grande ispirazione, oltre che a sonorità che sentivamo affini a noi già dagli inizi, posso citare i Roxy Music. Però, come dicevo, si tratta sempre di esplorare qualcosa, metterla via e trovare poi il proprio modo di sviluppare il suono.
Allo stesso tempo però quell’esplorazione continuate a portarla avanti, da La Buona Novella a quest’ultimo disco. Come avete iniziato, negli ultimi anni, questo percorso di riappropriazione delle cover e soprattutto di traduzione dall’inglese all’italiano?
Si è trattato di un viaggio lungo. Le prime cose che facevamo, come quasi tutte le band, erano cover di gruppi anglosassoni. Ma anche le prime canzoni che abbiamo provato a scrivere noi erano in inglese e lo sono state per tanti anni. Con questo album penso che abbiamo voluto tracciare la chiusura di un cerchio, aperto da decenni. Si tratta di brani che sono stati per noi una palestra, nel mio caso anche “vocale”. Dieci canzoni con cui abbiamo non soltanto familiarità, ma per le quali proviamo anche molta curiosità.
Una familiarità anche tematica forse. Già in “(Dis)amore”, vostro ultimo album di inediti, avevate esplorato il tema della fine di una storia d’amore attraverso il racconto quasi cronologico del suo sviluppo. E tutte le canzoni di questo disco – da “Only you” a “Consequence”, passando per “Stranger” – affrontano un tema simile: l’amore che prima si sceglie e poi si scioglie. È un caso?
No, non credo lo sia. Anche se l’ho capito meglio alla fine, a processo creativo concluso: quando sei in mezzo all’acqua non ti rendi conto di che cosa sia l’acqua. La fragilità è un topos per noi, ci interessano i vuoti. E il nostro percorso artistico e musicale si è mosso spesso nella direzione della sottrazione, della perdita. La vita, d’altronde, è una perdita da abitare. Sono sempre stato affascinato da questo: dall’imparare ad abitare i vuoti, dal cantare i pezzi mancanti rendendosi poi conto che ognuno è quel pezzo, all’interno della propria esistenza.

A proposito di pezzi mancanti, vi sono brani che volevate inserire in questo lavoro ma che per un motivo o per l’altro non siete riusciti ad includere?
Quattro pezzi non hanno ricevuto l’autorizzazione degli autori originali e abbiamo dovuto escluderli. Per i tentativi e i desideri sicuramente ci sono state decine di canzoni che volevamo inserire ma che alla fine non si prestavano al progetto. Canzoni per cui magari provavamo affetto ma che non risuonavano, all’interno del disco. Tradurre è un mestiere piuttosto duro: lo è già in poesia, nella letteratura e nel teatro. In musica il gioco deve tener conto anche della melodia e della metrica, sacrificando a volte la sintassi o cercando modalità attraverso le quali dire la stessa cosa con giri diversi di parole. Se qualcosa in questo processo non funziona si rischia di trovarsi davanti ad un suono ridicolo e posticcio, oltre che di non rendere giustizia al brano in sé.
Quanto allora riarrangiare questi brani è dipeso dal testo tradotto e quanto invece la traduzione si è plasmata sui nuovi arrangiamenti?
Più la prima cosa che hai detto. Si è trattato di tingere una traduzione, proprio per non rischiare di stravolgere i significati del testo originale. Per esempio con Vieni qua, traduzione di C-mere degli Interpol, abbiamo voluto ricercare un sound più anni Sessanta dell’originale. E l’effetto è proprio quello che volevamo ottenere: un ritorno alle sale prove, agli entusiasmi delle reinterpretazioni e alla purezza che ne deriva.
Avete vissuto la nascita dell’indie rock a inizio millennio e l’innegabile sviluppo di questi quasi trent’anni. Che cosa è rimasto, appunto in termini di purezza, di tutto quel movimento lì?
La percezione che ne abbiamo noi oggi è che gran parte della purezza se ne vada via quando ti spiegano l’avventura prima ancora di viverla. Il precipitato dell’esperienza che abbiamo avuto noi era la creazione di un’identità nel semplice fatto di salire su un furgone e andare a fare concerti. Eravamo disarmati, accettavamo il mistero. Ed è un mistero che passa necessariamente dalla condivisione dell’incertezza con gli altri, dal fare musica insieme agli altri.
Allora era scontato che per fare della musica dovevi trovare qualcuno che, banalmente, suonasse con te gli altri strumenti. Ora moltissimi giovani, grazie alla tecnologia, riescono a fare tutto per conto proprio: è un vantaggio, per certi versi, perché apre alle possibilità individuali in modi che non potevamo prevedere. Ma d’altro canto è limitante, come ogni isolamento: per capire te stesso ti servono gli altri.

Attraverso gli altri e anche attraverso queste cover siete riusciti a capire meglio voi stessi. Ma quando arriverà un nuovo disco di inediti?
Dopo (Dis)amore abbiamo provato a fare qualcosina, però siamo riusciti a rinascere davvero come band grazie al progetto de La Buona Novella. Lì ho capito, anche se già lo sapevo, che il nostro viaggio è sempre stato ambizioso e concentrato. Lavorare su singoli progetti ci stimola parecchio, non produciamo una mole di canzoni tale da potersi inserire nel percorso di sottrazione che dicevamo prima e che ci appartiene molto, come gruppo. Ridurre all’essenziale è uno stile che cerchiamo di portare avanti.
E c’è anche da dire che siamo rimasti in quattro dopo essere stati per tanti anni in sei, gli equilibri sono fisiologicamente cambiati. Il lavoro di produzione che ha portato avanti Cris (Cristiano Lo Mele, chitarrista e tastierista dei Perturbazione, ndr) è stato speciale in tal senso e improntato proprio all’essenzialità: vogliamo essere semplici ed incisivi, senza affrettare le cose.
Tornando al mondo delle cover, c’è una canzone in particolare del vostro repertorio che vorreste ascoltare tradotta e reinterpretata in un’altra lingua? E soprattutto da quale artista?
Mi piacerebbe ascoltare Dieci fazzolettini tradotta e reinterpretata dai Cure. Quello che Robert Smith ha fatto per le nostre anime e la nostra musica è inquantificabile e spesso mi sono chiesto se mi sarebbe piaciuto incontrarlo. A vincere è sempre un timore referenziale, la paura di conoscere quegli idoli che ci hanno plasmato: sono preziosi e devono vivere del proprio mistero. Quindi non so nemmeno se vorrei sentirlo cantare una nostra canzone. Ma chissà, forse in un’altra vita.
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