Se anche a voi capita di rimanere intrappolati in conversazioni la cui tesi è che nella musica emergente italiana c’è poco di interessante, un’ottima antitesi potrebbe essere la raccomandazione di ascoltare Something is changing at home. Nel suo primo album, la salentina Gaia Rollo ha condensato sette brani dal respiro internazionale. Locuzione abusata, certo, per descrivere dischi o live. Spesso, per descrivere dischi e live che, di internazionale, non hanno proprio niente. Ma in questo caso, credetemi, è appropriata. Perché brani come She, Olivia o Mountains potrebbero stare dentro un album di St Vincent o di James Blake, e ci calzerebbero in modo ineccepibile.
In queste sette canzoni, Gaia Rollo racconta l’amore e il disamore con uno stile che rimanda alla poesia inglese del Novecento. Thomas Hardy, per i più nostalgici, Wendy Cope, per i più contemporanei. Frasi corte, taglienti, penetranti. Niente arzigogoli o perifrasi. Anzi, una piena lucidità nel verbalizzare le proprie sensazioni. Accompagnata da una chiarezza nel descriverle, in modo che possano risuonare in tutti quelli che, per qualcuno o qualcuna, possiedono un qualche tipo di benigna ossessione.
Insieme a Matilde Davoli, Gaia Rollo ha optato per una produzione elettronica, dove le incursioni analogiche sono sporadiche e quasi impercettibili. Una scelta inaspettata, se si pensa alla formazione dell’artista, diplomata in canto jazz al conservatorio. Dettata da una volontà di sorprendere, e di scoprirsi.
Something is changing at home è un EP delicato. Ne abbiamo chiacchierato con Gaia Rollo, partendo dalla scelta di comporlo interamente inglese, fino ad arrivare al tour con La Muncipàl in cui ha preso parte nell’ultimo anno e mezzo.

La prima domanda che volevo farti riguarda la scelta di scrivere il disco in inglese. Da un lato, da dove proviene questa volontà. Dall’altro, se magari c’è un po’ di timore che l’album possa non essere compreso del tutto.
Sicuramente è un argomento di cui si è discusso tanto, con le persone con cui lavoro. Da noi c’è questa difficoltà della lingua. Essendo il mio primo disco pubblicato, ci tenevo fosse genuino e spontaneo. Scrivo in inglese perché mi viene più naturale. Ho sempre ascoltato gruppi e dischi di quella derivazione linguistica, e immaginare determinate cose, nel corso degli anni, mi è venuto più facile in inglese. Mio papà è nato lì, spesso mi ha parlato in inglese. Non è stata una scelta forzata, e quindi sono fiduciosa nella spontaneità.
Lo stile letterario a me ha ricordato certa poesia inglese, più che certa musica. Thomas Hardy, Wendy Cope… dal punto di vista lirico, quali sono stati i tuoi riferimenti nel disco?
Joni Mitchelle, Adrienne Lenker. Poi, se andiamo fuori dalla musica, ho letto molto Virginia Woolf. Mi sono comprata quei libri metà in italiano e metà in inglese, perché il suo tipo di scrittura non è troppo intuitivo da tradurre. Tutta la parte del folklore, anche Elliott Smith, per esempio. Mi ha sempre affascinato molto questo universo, e penso che questi siano i miei riferimenti principali, come scrittura.
Li sento però molto meno nella parte musicale, dove risuonano St Vincent, Bon Iver… dal punto di vista della produzione, dove hai pescato le idee?
Quello è stato il connubio perfetto con Matilde Davoli, che ho appositamente cercato. Bon Iver, St Vincent, Björk, anche James Blake per esempio. Abbiamo cercato di creare un’unione tra questi due mondi, apparentemente lontani, ma entrambi che dicono le stesse cose. O almeno, a me arriva così.
Questa volontà di ricercare l’elettronica lascia un po’ sorpresi, pensando alla tua formazione musicale classica, accademica…
Volevo proprio rompere questo schema. Vengo da studi accademici, e da una certa impostazione nell’ascolto. Studio da quando ero piccola, quindi sono molto preparata dal punto di vista classico. Volevo scardinare quest’idea di me come jazzista. Le persone che mi conoscono, si sarebbero aspettati un pezzo di Gaia intimo, acustico. Volevo andare oltre quest’idea.
Sono grata ai miei studi, mi piace molto il jazz, e ho imparato molte cose utili e importanti. Ascolto però tantissime altre cose, e ho reputato fossero più fondamentali, dal punto di vista emotivo. Volevo emergesse questo. Non volevo chiudermi in un cassetto: folk, jazz, pop… non volevo stare dentro nulla di tutto ciò. Matilde sarebbe stata perfetta. Questa era la mia idea, ancor prima di lavorarci insieme.

E le prime demo, ancor prima di incontrare Matilde Davoli, come le hai composte?
Alla chitarra. Poi ho una MPK mini da qualche anno, che utilizzo per registrare suoni diversi. Tutto molto minimal, nello scheletro.
Qual è, secondo te, la dimensione ideale per suonare questo disco? Qualunque dimensione, da uno scantinato a uno stadio…
Sicuramente non uno stadio, ecco! Sarebbe fighissimo sotto l’acqua, non lo so, un luogo strambo, secondo me.
In Mountains parli di una persona che ha un albero di montagna tatuato sul braccio. Mi sembra una cosa agli antipodi rispetto a te, che vieni dal Salento. C’era qualche volontà di creare un alter ego?
In realtà, è una cosa incredibilmente banale. Ero innamorata di una persona che vive su una montagna. Stavo completamente sotto! Sono andata a trovare questa persona più volte, e quando ho smesso di parlarci, scrivere questa canzone è stato l’unico modo per esorcizzare il dispiacere. Per questo mi riferisco spesso alle montagne.
Vedi, uno si fa i film sugli alter ego, poi alla fine finisce sempre lì, che siamo sotto un treno per qualcuno.
Eh sì…
Lo so che fare l’esegesi delle canzoni che si scrivono è un’opera spiacevole. Però nel brano conclusivo del disco, Remember to eat, c’è questa frase, in epilogo: thanks to you I remember to eat. È da intendere letteralmente?
Parlo di prendersi cura di sé. Io ho un po’ di problemi con l’alimentazione, ma in realtà quasi tutte le persone che conosco. Il cibo modifica anche il nostro stato emotivo. Questa cosa, io, l’ho capita tardissimo. Tantissime persone mi dicono di ricordarmi di mangiare, perché io davvero mi dimentico. Quindi, è da prendere in entrambi i modi.
Io me ne dimentico perché sono presa da altre cose, o perché mi sono abituata male. Ma allo stesso tempo, non è solo con il cibo, ma con tutto. Ricordati che esisti, e prenditene cura. Negli ultimi anni, per essere sempre pronta, brava, disponibile, per far vedere che ci credi, finiva che ti dimenticavi di stare bene. E altrimenti, non riesci a fare niente.
È una frase molto coraggiosa, che ti aiuta a metabolizzare tutto il disco, secondo me. Parlando invece del tour con La Municipal, a cui hai partecipato nell’ultimo anno e mezzo. È una band che ha una fanbase molto fedele, ai concerti vedi spesso le stesse persone. Quando hai iniziato a sostituire Isabella, avevi timore di essere accolta con un po’ di diffidenza?
In realtà non ci ho pensato molto. Ho avuto modo di conoscere Isa, e c’è stato un bell’imprinting, mi sono divertita tantissimo. Non ho dato spazio ad altre preoccupazioni, oltre a quella di essere qualificata. Ho conosciuto la fanbase, ed è stata molto accogliente. È andata bene!

C’è una canzone che più di tutte ti divertiti a suonare, e una che invece proprio no?
Mi diverte molto suonare Finirà tutto quanto, ma anche Interrotti. Mi piacciono molto le ballate, sempre per il discorso di prima, perché sono una sottona…
Forse è anche perché stavi componendo un disco che era molto diverso?
Sì, fare due cose così diverse insieme stimola molto la creatività, le idee. A me è servito molto. Anche George (Il mio ex penfriend) mi diverte molto, è il momento in cui ci divertiamo di più, saltelliamo.
Non mi hai detto quella che ti piaceva di meno…
Va bene, lo dico! I tuoi bellissimi difetti. La odio!
Sai che me l’ha detto anche Carmine, quando l’ho intervistato? Gli avevo detto che su Spotify ogni volta che ascolti un pezzo de La Municipàl, dopo parte sempre questa…
Eh sì, la detesto. Mi dispiace. Carmine lo sa!
Ne stavamo parlando prima: questo tour cosa ha dato alla Gaia Rollo solista, che stava componendo e registrando il suo disco?
La prima cosa sono i musicisti! Poi, anche un po’ di cazzimma in più. È come se avessi fatto un training di un anno e mezzo. Ho visto palchi, situazioni, conosciuto addetti ai lavori, persone che sono nel circuito. Sicuramente, è arrivato nel momento giusto, ho fatto il pre-accademico. Mi sono sciolta, ho suonato davanti a molte persone. Mi ha dato un bel po’ di grinta. Credo di essere cambiata molto negli ultimi due anni, artisticamente e personalmente.
Tra poco inizia Sanremo. Mi diverte sempre chiedere che cover porteresti, se fossi in gara…
Forse Questa donna insopportabile di Mina.
Il disco è uscito. Nei prossimi mesi, cosa succederà?
Ora sto scrivendo, per il mio ipotetico secondo disco. Abbiamo due tre date tra fine febbraio e inizio marzo, a Bologna, Roma e Milano. Poi dovrei fare un piccolo tour quest’anno, non abbiamo ancora le date.
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