Nico Arezzo torna con un nuovo album, stavolta con le radici. C’è spazio per raccontarsi, per scoprire la metamorfosi della sua storia artistica ma anche personale. “Non c’è fretta” parla al presente pensando al passato, passaggio inevitabile per guardare avanti. Ci ricorda di rallentare, di smetterla di rincorrere il mondo.
Nico Arezzo siamo noi: predichiamo bene ma razzoliamo male. Nico lo sa che deve rallentare, ce lo canta e ce lo suona, anzi, ci fa proprio un album. Eppure, a lui come a noi, viene così difficile farlo. Corriamo, ci incastriamo in una routine alla quale abbiamo creduto di voler ambire, finché non arriva il momento di ammettere che il mondo va col suo ritmo, siamo noi che acceleriamo. E poi ci ammaliamo (cit.).
Nel suo precedente album “Non c’è mare“, Nico Arezzo ci aveva già anticipato in quali acque avrebbe navigato. E infatti eccolo qui, il disco che si aggrappa alla base, alle origini, alla Sicilia. Il sound è sempre il suo, con un groove soul-funky ricco di contaminazioni e picchi di scomoda malinconia, che ti piace ma un po’ ti fa male.
“Non c’è fretta” è pieno di artiste e artisti, ma soprattutto di persone amiche, che un po’ ci somigliano e ci ricordano tutte le versioni di noi.

A proposito del tuo lavoro ho letto una frase che mi ha colpita ed è “Il senso non si rincorre: arriva quando trovi il coraggio di fermarti”. Tu l’hai trovato questo coraggio?
Io capisco l’importanza di fermarsi, di guardare per un attimo con un’ottica diversa, per osservare le cose come sono realmente, perché di corsa invece sembra tutto sfocato. Io però non ci riesco. Ne capisco l’importanza, come capisco anche la difficoltà nel riuscirci. Sembra paradossale quando dico che bisogna fermarsi, osservare, odorare, e poi ho fatto un album in un mese. Ho fatto delle scelte che mi hanno portato a vivere in contesti stimolanti che mi hanno poi obbligato a fermarmi. “Non c’è fretta” è un po’ un paradosso, un auspicio, per ricordarmi che non riesco a fermarmi, che corro anch’io e spesso non so il motivo per cui lo faccio. Fermarsi sarebbe incredibile, se non si riesce, magari rallentare potrebbe essere abbastanza.
L’album racconta molto di te, di come si sta evolvendo la tua storia artistica e non. Parli del presente attingendo al passato, ma come te la vivi oggi?
Me la vivo bene. Questi giorni sono tosti. Essere arrivato alla pubblicazione di questo disco significa che abbiamo fatto le cose in tempo e con un lavoro incredibilmente importante. Nel mio presente attuale non sto capendo una minchia. Forse posso ritornare alle abitudini di un anno e mezzo fa, prendere un caffè sotto casa, parlare col fruttivendolo, solo che sono chiaramente cambiato e sto ricalibrando. Vivo il presente con tantissima stima del passato e tanta curiosità di quello che ci sarà dopo.
Hai scelto di fare un featuring con Anna Castiglia, siciliana come te.
Con Anna ho un rapporto meraviglioso. Siamo fratello e sorella nonostante la distanza. Lei è una favola, come il suo progetto. Incastrarci per prendere una birra senza per forza parlare di musica è difficile, ma quando succede è sempre bellissimo.
Che rapporto hai con le tue origini? Hai sempre voluto cantare in dialetto?
Fermandomi a rifletterci ho notato un rapporto strano. Ti direi tossico, ma forse sarebbe più corretto dire intenso, potente. Nel primo album c’era una forte nostalgia, sentirsi parte di qualcosa che non riconosci, ne ho parlato in Nicareddu. Adesso ci ho fatto un po’ pace, mi sono reso conto che casa mia rimane quella, ed è rifugio. Con questa consapevolezza riesco a vivermi molto meglio ciò che vivo, anche se a distanza. È molto più presente il siciliano in questo disco, ed è curioso.
Sicuramente sono stato anche invogliato dal fatto che Nicareddu sia stata una delle canzoni più citate, nonostante fosse in una lingua diversa. Credo che il dialetto sia qualcosa di ancestrale, di antico, che va contro le strutture di linguaggio ed è una cosa forte. Quindi diverte me nella scrittura e nella composizione e poi, piacendo al pubblico, mi ha dato una spinta nel renderlo più protagonista nel nuovo album.
Invece come hai conosciuto Laurino?
Noi siamo amici, ci siamo conosciuti a Bologna, lì ho scoperto tutto il suo mondo e credo che sia tra gli artisti emergenti più forti. Lo stimo molto, sia per come canta, sia per come scrive. Il pezzo lo abbiamo scritto insieme a casa sua ed è curioso che sia l’unico brano dell’album dove canto tutto il tempo col feat. Sicuramente anche la nostra amicizia contribuisce a rendere il brano ancora più autentico.
“Senza paura” è un brano che sembra un auto-incoraggiamento, che rapporto hai con le tue paure?
Ci convivo. Non credo di farmi sovrastare, ho imparato a conoscerle meglio. L’aspetto della felicità è una cosa molto potente, però penso che la tristezza e la paura siano molto più interessanti, hanno molte più sfumature. Penso che non si debbano eliminare le paure, perché torneranno, quindi bisognerebbe viversele come ci va, capire cosa ci serva e cosa no, scoprirsi anche attraverso di esse.
Rimanendo in tema paure: in “Anche Eugenio piange” da dove nasce questo bisogno di paragonarsi, anzi, confrontarsi con lui?
Ti avviso che Eugenio potrebbe entrare da un momento all’altro perché, dopo essere stato mio vicino di casa, adesso è diventato il mio coinquilino. Come spiego nel brano, è una persona con una sensibilità incredibile. Sensibilità che apparentemente sembrava fargli vivere la vita con estrema tranquillità, ma sapevi perfettamente che nel suo mondo invece se la viveva in modo diverso.
Un giorno gli era successa “la qualsiasi” e gli ho chiesto come stesse davvero, e lui mi ha detto “ieri sera ho pianto”. Ed è stata una botta inaspettata, avevo difficoltà a immaginare la sua espressione. Da un lato è stato una sorta di tranquillante sapere che anche lui lo faccia. È uno sfogo da non nascondere e che ci serve. Tra l’altro il coro in quella canzone è fatto da tutti i miei amici. Uno sfogo corale.

Verso la fine del disco arriva il canto straziante de ‘U pisci spada di Domenico Modugno, che sappiamo narrare della leggenda del pesce spada tramandata dai pescatori siciliani e calabresi. Com’è stato lavorarci?
In realtà non è una leggenda, è una cosa vera: se i pescatori prendono il pesce spada femmina, di conseguenza prenderanno anche il suo partner maschio che non la abbandona, la segue fino alla fine. La cosa divertente è che invece, al contrario, se pescano prima il maschio, la femmina se ne andrà via cercandosi una nuova relazione. Lavorare al brano è stata una cosa molto naturale. Una sera sono tornato a casa e mi sono messo a improvvisare sul beat.
Non vorrei fare troppo il romantico, ma credo che la Sicilia torni da me in modi che non capisco, e di cui poi mi rendo conto dopo. In quel momento dovevo tornare a casa con la testa, e così è venuta fuori. Non ho voluto cambiare nulla della struttura o degli accordi, ho scelto di mantenere la complessità teatrale e drammatica del pezzo. Non so se ci sono riuscito, ma lo sento molto potente e ci tengo molto a questa riuscita. La scelta di pubblicarlo è stata anche un modo per annunciare che canterò più spesso in siciliano, iniziando con qualcosa di qualcun altro, perché farlo mi spaventa ancora un po’.
Il tour di Nico Arezzo
- 12 Marzo 2026 – Milano, Arci Bellezza
- 13 Marzo 2026 – Torino, Magazzino sul Po
- 19 Marzo 2026 – Bologna, Locomotiv Club
- 20 Marzo 2026 – Roma, Largo Venue
- 21 Marzo 2026 – Conversano (BA), Casa delle Arti
- 3 Aprile 2026 – Palermo, I Candelai
- 4 Aprile 2026 – Catania, ZŌ Centro Culture Contemporanee
- 6 Aprile 2026 – Ragusa, BAM
- 10 Aprile 2026 – Rende (CS), Mood Social Club
No Comment! Be the first one.