Il dolore è facile da cantare. Ma utilizzarlo per trasformarne gli effetti in un’autentica rivalsa, attraverso brani capaci di far sentire tutti un po’ meno soli, è veramente “dono di pochi”. Fra quei pochi, gli Zen Circus, giunti al loro tredicesimo album in studio: Il Male, uscito lo scorso 26 settembre per Carosello Records.
Per farcelo raccontare, raggiungiamo Andrea Appino al telefono, mentre è intento a testare, in estasi, la nuova Rickenbacker 330 appena arrivatagli. Chitarra che subito traghetta la memoria musicale di chi scrive al John Lennon dei primi Beatles, con la sua 325 appesa al collo ed impugnata con sguardo fiero, quasi felino. E proprio i due felini di cui Appino si definisce “schiavo” – Braulio e Beluga, che possono vantare anche una nuova pagina Instagram personalizzata – sono stati parte integrante di quest’ultimo disco, a cominciare dalla loro presenza imprescindibile durante le prove, nello studio casalingo di Andrea.

«Sono un gattaro da sempre, l’ho ereditato forse da mia madre» – ci racconta – «Ma lo sono diventato in maniera decisamente più spinta negli ultimi sei anni. Tant’è che l’unico tatuaggio che avevo, prima di essermi impresso sulla pelle il titolo di È solo un momento durante la registrazione del videoclip, era il ritratto di Freddy, il micio che ha caratterizzato la mia infanzia e che forse mi ha introdotto per primo alla parola morte, quando è venuto a mancare. Braulio e Beluga sono invece nati, letteralmente, mentre suonavamo al Festival di Sanremo, nel 2019, e da allora sono diventati la mia famiglia, in grado di curarmi anche dal mal d’amore».
Oltre che di svegliarti giusto in tempo per farti scrivere un pezzo.
«Sì, Meglio di niente è nata proprio così. Braulio mi ha svegliato all’improvviso dal sonno con una testata, probabilmente mentre era impegnato nell’egotica ricerca di croccantini, rendendosi però inconsapevolmente complice della prima stesura di quel brano. Era il 14 agosto 2024 e ho subito registrato in una nota del telefono la musica che proprio in quel momento stavo sognando di suonare dal vivo in uno studio televisivo, insieme alla band. Un po’ come McCartney con Yesterday, lo dico anche nel testo».
Anche McCartney nella sua canzone parla di una relazione finita. Prima accennavi alle ferite d’amore, un tema che fa sostrato a quasi tutto il disco, spalancando poi la riflessione sul concetto di male.
«Sì, solitamente funziono così: mi piace utilizzare la musica come veicolo di espressione personale che si apre poi a temi più ampi. In questo caso, la fine di una relazione piuttosto lunga ha portato a galla un redivivo cinismo, insieme alla necessità di fare due conti con me stesso. Perché diciamocelo: non ho più vent’anni. La prospettiva privilegiata di un cuore infranto mi ha permesso di incazzarmi nei confronti di alcuni controsensi dei quali prima percepivo la portata solo fino ad un certo punto.
L’avvento dei social, per esempio, e il modo in cui ha trasformato le nostre vite con l’intento iniziale di renderle più profonde ed informate, in contrasto con la società iperplastica e pubblicitaria che aveva caratterizzato la mia infanzia, fra gli anni Ottanta e Novanta. Lì, a farla da padrone, era una cultura pop vivacissima, uno scenario dove il male come concetto veniva bandito e sostituito dal perbenismo di maniera, colorato ed irresistibile. Ecco, nonostante in un primo momento la società di oggi si sia distaccata da questo, trovo che nell’ultimo periodo vi sia stato un enorme ritorno a dinamiche simili. Siamo di nuovo in balia delle hit, viviamo in un mondo psicologizzato, ma soltanto a parole, perché forse non è davvero in grado di analizzarsi nel profondo, di fare i conti con il male senza doverlo esorcizzare subito o nascondere ad ogni costo».

Questo disco sembra invece invitare chi lo ascolta a riconoscersi parte di quel male, a saperlo chiamare per nome dentro di sé prima di denunciarlo negli altri.
«Assolutamente. E per riconoscerlo ci è richiesta una buona dose di dolore, oltre alla capacità di saperlo attraversare. C’è un verso di una canzone di Lucio Dalla, Henna, che ogni volta mi commuove: “Io credo che il dolore / È il dolore che ci cambierà”. Sono del tutto d’accordo».
Ed è quello che con gli Zen non avete mai smesso di fare da tredici dischi a questa parte: rimestare nel vostro dolore per renderlo universale, condiviso e, per questo motivo, in qualche modo gioioso, grazie alle vostre canzoni.
«Ancora non ci credo di essere arrivato al tredicesimo album, quando qualcuno me lo chiede sono convinto di essere ancora al terzo. Il tempo che corre veloce, con noi che lo rincorriamo, è d’altronde un altro tema che da sempre ci accompagna, quasi fosse stato un presentimento già all’inizio delle nostre carriere. Vecchie troie, È solo un momento, forse anche Novecento, hanno lo scorrere del tempo come loro tema centrale. Ogni volta ci fa arrabbiare, ma resistergli è solo controproducente».
Il ritorno a sonorità meno prodotte è comunque una sorta di viaggio nel tempo.
«E una scelta che ci piaceva rimarcare, infatti ne abbiamo parlato nelle note di accompagnamento al disco. Però ci piace ricordare come registrare senza l’ausilio di campioni, senza correzioni sul tempo e senza intonazione digitale non certifichi in alcun modo una qualità superiore. Ci piace lavorare così, ma questo non significa che il nostro approccio sia l’unico possibile o l’unico giusto. Certo, la nostra musica si nutre da sempre di una certa imperfezione che continuiamo a coltivare: d’altronde, come diceva David Lynch, se la vita è imperfetta perché non dovrebbe esserlo l’arte? Questo comunque senza voler entrare necessariamente in guerra con chi la pensa in maniera diversa».

Il tuo ultimo lavoro da solista, “Humanize“, era – al contrario – molto prodotto. Ha in qualche modo influenzato il processo creativo di questo disco?
«Sì, con Humanize avevo fatto un lavoro diverso, già a partire dai contenuti: lì gli aspetti personali della mia vita cedevano il passo a riflessioni più universali sull’essere umano, mentre ne Il Male è evidente che la parte autobiografica torna prepotentemente. Allo stesso modo, se il mio ultimo lavoro solista era incentrato su una produzione certosina, attenta ad ogni sfumatura e che ho impiegato davvero degli anni ad approntare, con questo disco abbiamo cercato di mantenere non soltanto il suono grezzo che ci contraddistingue ma anche i suoi difetti, accettandoli ed esaltandoli come sempre abbiamo fatto. In maniera paradossalmente perfezionista, perché il perfezionismo è anche capire quando l’imperfezione suona meglio».
Com’è tornare a suonare con gli Zen? Queste pause che lasciano spazio ai progetti personali di ognuno sono cambiate nel corso degli anni? O siete cambiati voi e le vivete diversamente?
«In realtà stavolta non si è trattato di una pausa vera e propria. Già mentre portavo avanti e in tour il progetto di Humanize continuavamo comunque a suonare insieme una volta al mese, al massimo una ogni due. La cosa che invece viviamo sempre con grande curiosità e trepidazione è la modalità attraverso cui il nostro pubblico recepisce e fa poi proprio un disco, dal vivo. Sicuramente a Villa Inferno abbiamo capito che un brano come È solo un momento è davvero riuscito a fare breccia: sappiamo già che non ce ne libereremo mai. Però per quanto riguarda le altre canzoni stiamo aspettando il tour, non vediamo l’ora di suonarle sul palco e sentire come risuonano negli altri».
In fondo, non manca molto: le canzoni de Il Male cominceranno a risuonare fra il pubblico proprio domani, 28 novembre, con la prima data di Padova, proseguendo fino alla fine dell’anno e toccando i maggiori club italiani.
Qui sotto le date del tour:
- 28 NOVEMBRE – Padova, Hall (SOLD OUT)
- 29 NOVEMBRE – Padova, Hall
- 3 DICEMBRE – Milano, Alcatraz
- 4 DICEMBRE – Torino, OGR Torino
- 5 DICEMBRE – Firenze, Teatro Cartiere Carrara
- 11 DICEMBRE – Roma, Atlantico
- 12 DICEMBRE – Bologna, Estragon (SOLD OUT)
- 13 DICEMBRE – Bologna, Estragon
- 26 DICEMBRE – Molfetta (BA), Eremo
- 27 DICEMBRE – Senigallia (AN), Mamamia
- 28 DICEMBRE – Napoli, Duel
- 29 DICEMBRE – Perugia, Urban
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