La direzione artistica del Festival di Sanremo di Carlo Conti non si cura del giudizio della gente. E anche se la percentuale della popolazione che ricorda chi ha vinto Sanremo Giovani lo scorso anno è più o meno pari a quella dei voti ricevuti dal partito popolare alle regionali del Veneto, il conduttore ha deciso di riproporre il format tale e quale.
Lo scorso anno, quando questa scelta rappresentò un punto di rottura verso il quinquennio Amadeus, avevamo rilevato gli evidenti limiti dell’idea. Dalla collocazione nel palinsesto, ai partecipanti selezionati, fino alle decisioni di una giuria di “esperti”, nel migliore dei casi, o addirittura a monte delle major, nel peggiore. Avevamo però lasciato un piccolo barlume di speranza. Al netto dell’exploit di Mahmood, eccezione e certo non regola, i giovani in gara tra i Big non hanno mai ottenuto piazzamenti nelle parti alte della classifica. E allora, forse, riportare in vita la gara parallela poteva offrire un’opportunità.
È bastata una sola edizione per congedare ogni spiraglio di ottimismo.
Né Settembre (il vincitore, vi dice niente?), né Alex Wyse, il secondo classificato, sono riusciti a entrare nel numerosissimo roster dei Big in gara quest’anno. Che pur ha attinto da TikTok, da Le Iene, dai reel, dalle ereditiere, dai talent show. Ma non da un bacino che pareva essere scontato. Già questo, di per sé, poteva essere sufficiente per decretare la non necessità di ripetere la gara anche quest’anno. E invece, la decisione è stata opposta.
Riproporre il format esattamente come fu, cambiando soltanto il conduttore. Al posto di Alessandro Cattelan, Gianluca Gazzoli. Notoriamente non la persona più empatica del paese. Però anche Michael Jordan ha fallito qualche volta nella vita. Potrai riprovarci il prossimo anno.
Quanto al resto: intatto. La struttura. 524 candidati, diventati poi 34. Poi 24 che si sono battagliati su Rai 2 fino a diventare 12 semifinalisti, 6 finalisti e, domenica prossima, 2 vincitori. La giuria. In alcuni casi, perfino i cantanti che ci partecipano sono i medesimi della passata edizione. Che proprio è inconcepibile, per alcune major, che il loro talento di punta non riesca a sfondare. Se errare è umano, perseverare è effettivamente diabolico. E alla vigilia della finale, possiamo dire che Sanremo Giovani quest’anno ha perseverato almeno su questi quattro punti. Più uno.

Il bacino di utenza dei finalisti, ovvero vivere la vita schivando l’eliminazione
Ecco i sei finalisti di quest’anno. Angelica Bove, X Factor 2023 (e Sanremo Giovani 2024). Senza Cri, Amici 24 (e Sanremo Giovani 2021). Antonia, Amici 24. Nicolò Filippucci, Amici 24. Seltsam, audizioni X Factor 2025. E poi Welo – l’eccezione, niente talent show. Una situazione analoga a quella della passata edizione. Addirittura, i quattro partecipanti alla vera gara di febbraio avevano tutti alle spalle l’esperienza talent show. Tanto i selezionati tramite questo hunger game, quanto quelli provenienti da Area Sanremo.
E questo apre a due riflessioni. Da un lato, mette in luce il meccanismo mortale dei talent. Dentro Amici o dentro X Factor sei una star. Con un pubblico fedele. Suoni su palchi enormi davanti a migliaia di persone. Quasi ti ci abitui. E poi in un attimo a nessuno interessa più della tua musica. Ché sono arrivati altri. E tra lo sgomento delle etichette discografiche e dei giudici del programma, tocca correre ai ripari. E cercare di cavalcare quel poco che rimane dell’onda in altri lidi, prima che la gente si dimentichi chi sei.
Ma più di tutto, questi finalisti rivelano qualcosa di più triste. Che a buona parte di chi partecipa ai talent, della musica, importa molto poco. Dello studio, della ricerca, dell’ispirazione. Una volta scoppiata la bolla, c’è una minoranza che sceglie di ripartire dai piccoli club. Dagli ARCI, dai luoghi dove la musica, la si fa per davvero. Perché quello è l’importante. Stare in mezzo alla gente, condividere una cosa bella. E poi invece c’è la maggioranza di chi cerca solo un’altra scorciatoia per provare ad affermarsi. Che non è essere un musicista, il fine. È avere un seguito, autoproclamarsi trendsetter, diventare brand ambassador delle piastre per i capelli.
Le canzoni in gara, ovvero ben poco di nuovo sotto il sole
In fondo, è lecito aspettarsi che le sei canzoni selezionate tra 524 siano valide. Del resto, ne hanno sconfitte cinquecentodiciotto! A sentire i finalisti, però, qualche dubbio rimane.
Qualche pezzo interessante c’è. Mattone di Angelica Bove è un brano molto sincero, che rimane orecchiabile e che esalta l’intensità commovente del timbro vocale dell’artista. La prima strofa di Scusa mamma di Seltsam, prima che si perda nella ricerca di un ritornello da trend di Tiktok, cattura l’attenzione. Nicolò Filippucci rappresenta la quota super-pop, e la sua Laguna è un pezzo ben scritto e ben cantato, che in finale non è affatto fuori luogo. Sul resto, c’è bisogno di lavorare un po’ di più. Il rap di Welo a tratti è un po’ forzato nel flow, e manca qualche barra che rimanga ben impressa. Antonia è magnetica e ha una bellissima voce, ma forse si poteva aspettare un po’ di più dopo l’esperienza Amici, in ottica di costruzione di un’identità personale. Spiagge di Senza Cri insegue le seducenti produzioni contemporanee, ma al brano qua e là manca qualcosa.

La giuria di esperti, ovvero dovevamo leggere Aristotele più attentamente
L’aristocrazia, il governo dei migliori, era per Aristotele una delle tre forme “rette” di governo. Che poi può degenerare in oligarchia, una forma di governo dannosa. Perché quei pochi che governano non sono necessariamente i migliori, come invece nell’aristocrazia. Sono individui che non hanno alcun titolo per esercitare il potere.
Sanremo Giovani ha uno strano meccanismo di votazione. Non c’è televoto, nonostante vada in onda in diretta. Non c’è giuria demoscopica né sala stampa. Ci sono sei oligarchi capitanati da Carlo Conti. Ema Stokholma, Manola Moslehi, Daniele Battaglia, Enrico Cremonesi, Carolina Rey, Claudio Fasulo. Che decidono, univocamente, il destino di questi talenti. Mah.
La musica emergente italiana, ovvero bastava guardarsi un attimo attorno
Con un po’ di buona volontà, in Italia, non è complesso andare a sentire artisti e band emergenti. Ci sono delle rassegne dedicate, come Musica da Bere, il Premio Alberto Dubito o Rock Contest. O realtà come Rockit che offrono molte occasioni, quali la notte dei CBCR, o King of Provincia. Ci sono, in molte città, i piccoli club con un cartellone fitto. Eppure, la maggior parte dei 24 finalisti, se non aveva alle spalle un talent, aveva un management di punta o un’etichetta discografica. Ormai è il secondo anno, e possiamo essere sereni nel constatare che non si tratti di una casualità. Chi partecipa a Sanremo Giovani non appartiene alla scena musicale underground ed emergente. Sta in panchina nel mainstream, per sfortuna o per talento incerto. E scalpita affinché qualche titolare si infortuni, così da prendere il posto e provare a segnare.
Alla fine, la verità è che, di Sanremo Giovani, ce ne facciamo ben poco.
Non offre alcuna possibilità agli artisti emergenti. Che sono i primi a tenersene alla larga. E a ragione, visti i meccanismi. Non offre nemmeno una reale possibilità a chi vi partecipa e sopravvive a questa lunga partita di dodgeball. Perfino chi arriva primo tra 524 più Area Sanremo, poi, deve ripartire da capo.
Dal punto di vista dello spettacolo, ammesso che qualcuno sveglio il martedì sera a mezzanotte opti per Rai Due, nulla da segnalare. E se Eddie Brock può gareggiare tra i Big, mi sento di dire che allora vale tutto. Quindi, per il prossimo anno, l’auspicio è la gara sia una sola. Senza mascherare il panegirico del mainstream in una finestra sulla scena emergente italiana. Chi vorrà andare veramente a scoprirla, avrà cinquantuno settimane l’anno per farlo. La cinquantaduesima, la dedicheremo ad ascoltare i Big battagliarsi a suon di ritornelli. E in fondo, va bene così.
La finale andrà in onda il 14 dicembre in prima serata su Rai 1
No Comment! Be the first one.