Musica da Bere 2025 ha confermato che c’è ancora un modo di vivere la musica che non passa unicamente dall’istantaneità. Un modo che mette al centro la relazione, l’incontro, la ricerca. I due vincitori di quest’anno, Sandri e Dalila Kayros (Premio Live), ne sono l’esempio più evidente: due artisti lontani tra loro per estetica e linguaggio, ma uniti da una visione non negoziabile dell’arte come processo umano, non come prodotto da ottimizzare.
Sandri nasce come un organismo musicale mutevole: Michele Alessandri si muove tra cantautorato e distorsioni, tra delicatezza e derive aliene. Dopo l’esordio con “Opet” (2022) e l’EP “Esposizione” (2024), nel 2025 pubblica “Divertimenti”, un album che affronta fratture, trasformazioni e linguaggi nuovi. Accanto a lui una formazione stabile – Andrea Cola, Jacopo Casadei, Simone Bartoletti Stella, Dino Bellardi – che contribuisce a definire un’identità sonora compatta.
Dalila Kayros lavora invece sulla voce come corpo totale: tecnica estesa, elettronica, psicologia della voce. In “Khthonie” uscito nel 2025, immagina un mondo post-apocalittico dove la voce non sembra quasi appartenerle, ma la attraversa come un’entità che si impossessa di lei per dare quasi vita ad un inconscio collettivo. Le sue performance, spesso in duo con il musicista elettronico Danilo Casti, sono rituali sonori in cui timbri multiottava, ritmi distorti e paesaggi elettronici costruiscono un ecosistema ipnotico.
Con loro ho parlato di identità, territorio, coraggio e lavoro artistico, provando a capire cosa significhi oggi resistere alla tentazione dell’omologazione. Osservando entrambi dal vivo emerge una forte tensione verso la trasformazione. Identità non come etichetta, ma come processo.
Dalila lo esprime con chiarezza: «L’identità non è mai una sola. Per me è plurima e non vuole essere chiusa in una categoria definita. L’identità fissa crea stereotipi e gabbie, mentre la mia è mutevole, è una ricerca continua».
Michele riconosce la stessa dinamica nella musica: «A livello artistico, non stare nelle regole è fondamentale. Le strutture rigide – strofa, ritornello, bridge – rischiano di spegnerti. Uscire dai recinti non è semplice, ma è lì che succede qualcosa». Per entrambi, quindi, la forma non è un codice da rispettare, ma un territorio aperto.

Il rapporto tra musica e società appare in netta dissonanza: mentre la musica sembra avanzare verso aperture e contaminazioni, la società tende a irrigidirsi.
Dalila Kayros osserva: «La società ha paura dell’estraneo, dell’incertezza. Quando ti mescoli con qualcuno diverso da te entri in un territorio sconosciuto, e il confronto spaventa perché ti trasforma». Michele aggiunge una dinamica che ha a che fare col quotidiano: «Le persone cercano sempre il comfort. Vogliono stare al sicuro. E quando incontrano qualcosa fuori dai propri schemi vanno in crash. Ma proprio lì c’è la ricchezza».
La musica, in questo senso, sembra il contrario della paura: è uno spazio dove ciò che non conosciamo ha diritto di esistere.
Quando riflettiamo su dove li abbia portati questa ricerca continua, le loro risposte diventano rivelatrici del modo in cui intendono esprimersi. Michele dice: «Il non essere convenzionale prima o poi dà risposte, anche se ci vogliono dieci anni. Trovi una fetta di pubblico che resta con te. Non voglio fare musica che si consuma in un minuto: voglio che chi ascolta si immerga. L’immersione richiede impegno. La musica ridotta alle storie di Instagram per me è la morte».
Dalila Kayros concentra la riflessione sulla propria pratica: «Ora sto seguendo il flusso senza pensare a cosa “dovrei” fare. Lascio parlare il suono, il desiderio, l’immaginazione di un mondo possibile. Io sono Kairos, non Chronos: sentire il proprio tempo invece delle regole del mercato». La ricerca, per entrambi, non è un’estetica, ma una postura.
Il territorio ha un ruolo altrettanto decisivo. Michele racconta il suo legame con la Romagna: «Ho un legame forte con il selvatico, con la collina. Lo ritrovo nel modo in cui vivo e scrivo. Quest’estate sono stato in Sardegna e me ne sono innamorato, ci tornerei solo per scrivere un disco».
Dalila chiarisce che la sua relazione con l’isola non passa dai cliché: «Io traggo ispirazione dalla natura primordiale: le rocce, il vento fastidioso, le scogliere, i luoghi abbandonati. È lì che sento la mia voce. La tradizione che arriva dall’esterno è spesso costruita: non è quella che mi appartiene. Le camminate solitarie con la mia cagnolina Kira sono una delle mie principali fonti di ispirazione perché in quei momenti di silenzio e natura, ho il tempo di elaborare tutto ciò che studio e tutto ciò che ascolto». Per entrambi il paesaggio non è sfondo, ma materiale sonoro.

Arriviamo così alla domanda che attraversa ogni percorso emergente: cosa serve oggi per fare musica? Coraggio o strategia?
Michele vede una priorità: «Serve coraggio. Tanto. La musica è una giungla. La strategia può servire solo se intesa come incontri giusti. Non parlo di piani calcolati, ma di persone che credono nel tuo progetto quanto te: serve qualcuno che si innamori di quello che fai».
Dalila Kayros aggiunge la variabile sociale ed economica: «Il coraggio da solo non basta, la strategia da sola nemmeno. Conta anche il contesto: dove nasci, cosa puoi permetterti, chi hai intorno. Io vengo da una famiglia operaia del Sud Sardegna: le possibilità me le sono dovute scavare. Nessuno ce la fa completamente da solo. Servono soldi, serve un team. Molti iniziano senza nessun aggancio e trovano strada facendo luoghi fertili e persone che ti supportano. E la gavetta è fondamentale. Devi passare per tutte le fasi: come un elettricista che prima mette le lampadine, poi le prese, poi i circuiti. Vale anche per la musica».
Musica da Bere, nel suo insieme, restituisce un modo di fare arte, un’espressività che non ha come obiettivo la fama.
Una musica fatta di palchi, trasferte, province, chilometri, amicizie, sudore, scrittura, ostinazione. E di artisti che non cercano di “funzionare”, ma di dire qualcosa. In un passaggio Michele sintetizza una delle ragioni profonde per cui la gente continua a cercare musica: «Le persone vogliono immergersi. Vogliono essere sorprese. Vogliono pensare. Vogliono respirare». Dalila completa questo pensiero: «La voce non deve essere per forza piacevole. Deve essere vera. Deve raccontare ciò che accade intorno, svegliarci dal tepore».
Forse è questo che resta quando si spengono le luci di un contest: la sensazione che la musica possa ancora essere un luogo di possibilità, non un contenuto da consumare. E in questo Sandri e Dalila Kayros non sono solo due vincitori: sono due visioni del futuro.
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