Rbsn, al secolo Alessandro Rebesani, è tornato lo scorso 28 novembre con un nuovo disco di inediti, HERE (ODD Clique/The Orchard), capace di traghettare le atmosfere del precedente album – Stranger Days, uscito nel 2022 per Ropeadope – verso una dimensione musicale più profonda e al contempo sperimentale.
Classe 1996, Rbsn non è un outsider, anche se forse, agli occhi del caotico panorama musicale italiano in cui siamo immersi, potrebbe sembrarlo. Forte di una formazione in chitarra jazz che gli ha permesso di entrare precocemente in contatto con una floridissima scena internazionale, nel 2022 è stato notato dalla già menzionata Ropeadope, diventando il primo italiano e il più giovane artista ad entrare nella rosa di quest’etichetta. Nel mezzo, l’esperienza live fra i club di Londra e Leeds, oltre alle collaborazioni con artisti provenienti da varie parti d’Europa e con etichette quali Tight Lines, Sofar London e Tate Modern.
L’esigenza di tornare a casa l’ha portato ad entrare recentemente nell’ODD Clique, un collettivo nato a Roma con l’obiettivo di diffondere anche in Italia i prodotti di una scena musicale dal respiro fortemente internazionale, come quella alla quale Rbsn di certo appartiene.

«HERE è il mio nuovo punto di partenza, oltre che un modo per farmi trovare. – racconta Rbsn – Sono convinto che il mio bisogno principale sia quello di creare una community incentrata su un suono. Mi sento ancora lontano e devo lavorare in primis su me stesso per conseguire questo obiettivo, ma il disco nasce proprio da questa urgenza: mandare un segnale fuori per scoprire cosa torna indietro».
Che cosa è tornato, finora, indietro?
Sicuramente ho ricevuto feedback molto positivi con l’uscita dei tre singoli che hanno anticipato il disco. Ma che dal disco, nella sua interezza, comunque si distinguono.
In che senso?
HERE è pensato alla vecchia maniera: ha un lato A e un lato B, divisi da una linee di demarcazione piuttosto netta. Le prime canzoni, compresi i singoli, sono le meno introspettive ed urgenti, anche se tracciano un luogo sonoro nel cui spazio possono muoversi anche gli altri brani. Sicuramente questo ha portato ad una maggiore precisione nella ricerca di una mia identità musicale.
Se da un lato “Stranger Days” era un discorso sulla dissociazione, su un certo modo di decentrarsi, con “HERE”, già a partire dal titolo, sembri ricollocare invece te stesso. Ma dove, di preciso?
Sì, è un lavoro geografico ed iconografico: dà delle coordinate alla mia musica e procede per immagini, anche e soprattutto nel songwriting. Forse la risposta alla tua domanda è nella quotidianità. Si tratta di un album che intende riscoprire la dimensione della quotidianità e della relazione. Come ho detto mi piace immaginare questo disco come un segnale, sparato con una pistola razzo a chiunque, là fuori, voglia percepirlo.
Questo segnale lo spari comunque in inglese, con dei testi che nonostante la barriera linguistica riflettono un lavoro più puntuale rispetto a “Stranger Days”, dove forse vi era una prevalenza di suono.
Senz’altro. Credo sia molto importante, per il mio attuale percorso creativo, riscoprire la liricità della mia musica. Le sonorità restano fondamentali, ma mi sento di poter affermare che la strada che sto percorrendo cerca un autentico equilibro fra scrittura e suono: nessuno dei due elementi deve essere al servizio dell’altro.

A livello di contenuto, spicca anche una certa spiritualità, in brani come il più didascalico “Spiritualized” ma anche in “You (Hallelujah)”.
In quest’ultima canzone l’hallelujah non è più il grido tradizionalmente trionfale della religione quanto piuttosto un urlo disperato, che nella sua universalità ci rende umani. Detto questo, la spiritualità ha una sua cifra nel mio processo creativo, questo sì. Mi piace risponderti con una frase pronunciata da Jack White dei White Stripes qualche settimana fa, in occasione della loro inclusione nella Rock and Roll Hall of Fame. White ha affermato di aver soltanto immaginato mondi nuovi, mostrandoli ad un estraneo che gli ha sorriso. Quell’estraneo, alla fine, era dio.
La reputo una bellissima immagine per comprendere come lo spirituale entri nel quotidiano senza troppo sfarzo. E in questo la spiritualità è del tutto simile alla musica. Spiritualized è stata costruita su una linea di basso che lavorava come un mantra, cullandomi. Emanuele Triglia qui ha fatto un ottimo lavoro. E mi sento di dire che a livello di produzione e di concetto è proprio questa la falsariga che intendo continuare a seguire.
Allo stesso modo, “Down & Out” sembra ridurre un po’ il gap fra l’umano e il trascendente. Ed è in definitiva un appello a conservare la propria umanità in un mondo che pare escluderla dal suo orizzonte di senso. Che ruolo ha la musica in tutto questo?
Il discorso da fare è molto difficile. Partendo dalla musica come prodotto, penso che al giorno d’oggi sia complicato fare davvero quello che le aziende chiamano ricerca e sviluppo. Si salta immediatamente alla fase dello sviluppo, senza palesare il bisogno di ricercare, far decantare, lavorare su più step successivi per creare qualcosa che sia in grado di avere sul serio un impatto. Le etichette hanno una loro responsabilità in questo. Ed è difficile pensare che veicolare temi importanti, attraverso una canzone, sia di per sé sufficiente, quando quei temi non hanno avuto la lentezza che meritavano per svilupparsi genuinamente.
Un tema che hai genuinamente sviluppato nel tuo lavoro è quello del dolore e della vulnerabilità. Lo affronti per esempio nel brano “The Drought”, dove canti di come la mancanza sappia anche far rifiorire e dunque di come il dolore serbi in sé il privilegio di poterlo infine superare.
Esattamente. La lirica di The Drought è di certo più parabolica di quanto lo sia in altre canzoni: il brano è relativamente breve e possiede una certa fluidità. In ogni caso, fa parte di quel lato B caratterizzato da pezzi che sono stati molto con me e che, riallacciandomi al discorso di prima, sono riusciti a decantare e a fiorire, per l’appunto. A livello tematico, sì: il dolore e la sofferenza li canto molto spesso e forse con la consapevolezza di non conoscere una sola ricetta capace di indirizzarmi nell’affrontarli. Se l’album è comunque quel segnale lanciato da una pistola razzo, mi piace immaginare le ultime canzoni come l’arrivo di una persona che risponde all’appello. Una sola, non una moltitudine.

In questo rivolgerti all’ascoltatore in una sorta di tête-à-tête vi leggo anche l’intimità di una ricerca strumentale, e di testo, che si affida tanto al passato. Le tue sonorità, in questi brani, sembrano molto vintage.
Lo sono, rispecchiano una mia fascinazione per strumentazioni meno contemporanee. Come, nel caso del brano che chiude il disco, Beautiful Unknown, la scelta delle due chitarre: una chitarra slide e una Fender Jazzmaster. In realtà sono tre, se teniamo conto di come per il secondo solo di questa canzone, oltre alla Jazzmaster, abbia usato anche una Mustang.
Ecco, a proposito di “Beautiful Unknown”, le sonorità di questo brano mi ricordano molto Mk.Gee.
Sicuramente è una mia reference e mi fa molto piacere che tu l’abbia notato. Ho masticato Mk.Gee come pane quotidiano, cercando al contempo di smarcarmene per quanto riguardava lo sviluppo di un sound mio. Lo stesso vale per l’innegabile influenza che hanno avuto Mac DeMarco o D’Angelo. Il loro ascendente è stato cruciale per le sonorità che ho sviluppato in questo disco.
L’ultima domanda riguarda i live. Porterai il disco dal vivo? In che modalità?
Nel modo più semplice: quattro persone sul palco e un fonico, come lo abbiamo registrato. Le prime date saranno a Bologna, Milano e Firenze, rispettivamente il 29, 30 e 31 gennaio. Sono molto curioso di tastare con mano come verrà recepito il progetto. E di scoprire chi risponderà al mio segnale razzo
Lo sapevi che Rbsn ha collaborato con Marco Castello nel 2024 in questo brano?
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