“Regarde les lumières mon amour“, scriveva Annie Ernaux. Il testo pubblicato nel 2012 e giunto oltralpe soltanto dieci anni dopo con l’edizione italiana de L’Orma, è la cronaca antropologica e sentimentale dell’esperienze dell’autrice al centro commerciale Trois-Fontaines di Parigi, luogo in cui era solita fare la spesa. Per Ernaux, il supermercato ha rappresentato la metonimia da cui partire per raccontare il cosmo di un sistema rivolto al consumo e un microcosmo, il suo, in cui era possibile osservare un’umanità silenziosa e antieroica ogni giorno affaccendata tra ripiani e banchi frigo per risolvere quel misero quanto autentico momento che dal desiderio conduce alla consolazione per infine esprimere il più sincero senso di comunità. Guarda le luci amore mio è invece il titolo del quinto album di Dutch Nazari, pubblicato da Woodworm lo scorso 3 ottobre.
La scelta di citare Ernaux è chiaramente consapevole: anche l’album del rapper padovano ci pone di fronte a un’esposizione di fotografie del nostro presente.
Non la definiremmo una mostra dell’orrore, ma certo ci addentriamo in corridoio in cui a essere svelate sono le contraddizioni di ogni giorno: ogni ascolto di radio, tg, playlist e podcast come di ogni secondo trascorso sui social tra un reel d’intrattenimento e il video di un edificio bombardato, tra un genocidio e una risata. Dutch ci conduce così nella visione della nostra zona d’interesse commentando con l’ironia con cui l’abbiamo conosciuto e che continua a sopravvivere al tempo.
Tuttavia, emerge anche un altro lato dell’autore, più intimo e personale. Lo scoviamo lungo l’ascolto, a metà del disco, ed è un bel momento. È, in generale, un disco che spazia volentieri tra le sonorità e i generi con una consapevolezza forse inedita in Dutch. Non saremo noi a dirlo, comunque, ma l’autore stesso col quale abbiamo avuto di recente l’occasione di discutere.

Ciao Dutch Nazari! Qual è stata l’idea di scrivere un disco che forse più dei precedenti intreccia un racconto molto soggettivo, intimo, con una narrazione del presente e una critica sociale piuttosto evidente? Com’è nato questo processo creativo?
La musica che faccio è il risultato di un tentativo costante di trovare un punto di equilibrio tra esigenze diverse, a volte opposte. L’intimità e il pubblico, ad esempio, sono due poli potenzialmente in contrasto, ma è proprio nella tensione tra queste cose che spesso trovo la chiave. È un po’ la mia forma naturale di scrittura: parlare del piccolo per raccontare il grande, e a volte del grande per raccontare il piccolo.
Ogni disco è il risultato delle nuove cose che imparo per posizionarmi in quel centro. C’è poi l’eterna contrapposizione tra melodia e contenuto: una bella melodia richiede pochi accenti, mentre un testo che vuole dire esattamente ciò che deve dire avrebbe bisogno di molti più accenti per argomentare. Le mie canzoni vivono in mezzo, per questo uso spesso forme vicine al rap: mi permettono di dire di più, ma mantenendo la melodia. Ci gioco molto coi flow, ed è sempre una ricerca di compromesso.
Parlando dei contenuti, già dal primo brano, Guarda le luci, i riferimenti sono molto attuali. Quando scegli di raccontare determinati aspetti del presente, come in questo caso, lo fai di getto o costruisci il testo in base a un processo?
Diciamo che quel brano ha sempre una funzione simile nei miei dischi. Inizio sempre con “In senso lato la vita”. È la frase d’apertura dei miei album. Io li chiamo “proemi”: infatti in Amore povero la traccia uno si intitola proprio Proemio, con tanto di invocazione alla musa nel ritornello. E tutti i miei inizi sono in fondo dei proemi: introducono il disco, le atmosfere, gli argomenti, dando così pennellate che poi vengono approfondite nei brani successivi.
Comunque, è sempre l’ultima canzone che scrivo. Quando chiudo il disco e mancano uno o due mesi all’uscita, quella è l’unica traccia a cui manca il testo. Lo faccio apposta: voglio che contenga tematiche recenti. Di solito quando mi siedo a scriverlo, nel giro di un paio di giorni è finito. Magari, nel frattempo, vado a fare la spesa o porto fuori il cane, ma resta comunque una scrittura continua. Mentalmente non mi stacco da lì finché non è tutto pronto.
Passiamo a Sabato sera: è un brano che parla di una società criminalizzante, sia verso la musica (penso ai rave da te citati), sia verso chi protesta, come nelle gallerie d’arte. Si percepisce un intreccio tra dimensione individuale e collettiva, colpa e responsabilità sociale. È questo il messaggio che volevi trasmettere?
Sì, confermo tutto. Aggiungo un dettaglio: c’è anche un piano specifico legato al diritto penale. Io sono un giurista mancato, avendo una laurea in giurisprudenza. Il punto è che c’è un’egemonia culturale che porta a pensare che chi va in carcere sia cattivo e chi sta fuori è il buono. Nel pezzo faccio vari esempi: dimmi tu se è “cattivo” uno che non vuole uccidere in guerra e finisce in carcere per renitenza alla leva. O chi protesta per i suoi ideali. Il brano si chiude con un estratto di Pertini che parla con Biagi in cui spiega che essere stati nel carcere fascista significava aver fatto del bene alle persone. È una prospettiva diversa e affascinante.

Nel brano Gasati un mondo con Willie Peyote vi concentrate su consumismo e ambientalismo, due temi contrapposti ma spesso legati, contraddittoriamente, nel nostro sistema.
Ho voluto parlare di quel consumismo esaltato dal linguaggio pubblicitario, dove tutto è straordinario, pazzesco, imperdibile. Mentre l’ambientalismo l’ho ripreso nel titolo stesso: ci siamo “gasati” un mondo. Letteralmente: un mondo pieno di gas.
Willie Peyote ma anche Levante in Passeggeri. Come sono nati i due featuring del disco?
Ogni collaborazione segue dinamiche diverse, ma quando si tratta del mio disco la scelta è sempre al servizio del brano. Su Gasati un mondo volevo la penna affilata di Willie: lui dice esattamente ciò che vuole dire. Per Levante, invece, quella ballata dolce aveva bisogno sia della sua scrittura sia del suo timbro. La mia parte preferita è il ritornello successivo alla sua strofa, quando la sua voce si appoggia alla mia. Mi piace tantissimo.
Una ballata, appunto, non propriamente nei tuoi canoni. Com’è nata dal punto di vista sonoro?
Manipolando la musica da anni arrivi a risultati che sembrano diversi ma nascono da cose semplici: io ho scritto delle barre, una strofa rap. Solo che i BPM sono lenti, la canticchio un po’, e così è diventata una ballad. Alla fine, abbiamo aggiunto anche il bellissimo assolo di piano di Zangirolami, che abbiamo lasciato per 30 secondi dopo la fine del testo: una cosa piuttosto insolita per noi e per questo tipo di brani nella canzone italiana di questi tempi.
Potremmo dire che da Contrappunto e il duetto con Levante si entra in una fase più intimistica del disco? E se sì, è stato deciso da principio o in un secondo momento?
Quelle canzoni sono state scritte in momenti diversi. La canzone per Giada [Contrappunto, ndr] è una delle ultime che ho scritto. Poi quando fai la scaletta del disco ci ragioni, costruisci un percorso. E sì, si è creato un momento più intimo. In Contrappunto non volevo resistere a questa cosa: l’amore, nei miei dischi, l’ho concentrato in un brano d’amore vero e proprio, che parla della mia relazione con Giada, della persona con cui vivo. Parla dei miei sentimenti, di Giada: è inevitabile che sia più intimo.

Invece, molti ti hanno inserito nella categoria dei “rapper intellettuali”. Che ne pensi di questa etichetta?
Ti ringrazio per avermelo chiesto. Una domanda simile fu chiesta proprio a Willie Peyote un po’ di tempo fa e diede modo di pensare anche a me, perciò sono contento di poterti rispondere. Lui mandò a quel paese l’idea di chi ci categorizza così; io però vorrei proporre una sfumatura, e cioè: l’intelletto è qualcosa che fa bene a tutti se viene coltivato. Se lottiamo per una cultura condivisa, per un’istruzione pubblica di qualità è proprio per evitare che esista un’élite che si chiude nella sua torre d’avorio. È normale che ci stiano sul cazzo gli intellettuali, in una situazione così. Io ce l’ho fisicamente con gli intellettuali, quelli che occupano quel ruolo oggi. Non con l’intellettualità, che anzi dovrebbe essere diffusa, condivisa, accessibile. In quel senso sì, sarebbe bello se fosse più presente nel rap e non solo.
E adesso c’è il tour.
Il tour è partito, i biglietti stanno andando bene. Per quanto riguarda la ricezione del disco, aspetto ancora a sbilanciarmi: voglio sentire il rapporto dialettico tra la band live e il pubblico. Sarà quello a completare davvero la mia impressione.
Perfetto. Ti auguriamo che vada tutto benissimo!
Il tour di Dutch Nazari
21/11 PERUGIA – Urban22/11 PADOVA – CSO Pedro25/11 MILANO – Santeria Toscana27/11 TORINO – Spazio211- 06/12 LIVORNO – The Cage
- 17/12 ROMA – Monk
- 18/12 BOLOGNA – Locomotiv club
- 19/12 BARI – Officina degli esordi
- 20/12 LECCE – Officine Cantelmo
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