Anime storte, il primo disco dei Santamarea, è un inno per chiunque non si riconosca nei canoni che impone la società. Che ci vuole di corsa, performativi, allineati a ritmi imposti da non si capisce bene chi. È lì che arriva la musica. A darci il conforto necessario e, a volte, qualche conferma del fatto che va bene così: la necessità di adeguarci non ce la impone nessuno.
La storia dei Santamarea era iniziata con un singolo omonimo, e un verso dirompente in apertura: il mio torace è una chiesa sconsacrata. Un tunnel di luce, la certezza che di fronte c’era una band che forse non aveva le idee chiare (e meno male, se no a che cosa servono i vent’anni?), ma aveva un talento cristallino. E una visione, forse non ancora canalizzata, ma certamente presente.
Qualche anno dopo è arrivato Anime storte. Che suona alt pop, senza perdere quelle reminiscenze ancestrali degli inizi. Che svela la voce di Stella, che è l’anima dei brani, e che impreziosisce tanto i pezzi più prodotti, quanto quelli resi così come erano stati scritti, piano e voce – come La casa delle streghe.
Abbiamo incontrato Stella, che ci ha raccontato di quello che ha portato alla realizzazione del disco. E del fatto che fa un po’ paura non sapere quello che sarà. Ma con un po’ di fiducia nel flusso delle cose (e la capacità di fare musica in questo modo, aggiungo io), si riesce ad andare avanti.

È uscito Anime storte, il vostro primo disco. È questa, quella cosa che vi ha fatto capire che volete davvero vivere di questo nella vita?
Già con i nostri primi tre pezzi l’avevamo capito, in realtà. Lavorare a questo disco è stata un’attività intensiva, durata un anno. Non ci ha materialmente consentito di fare altro. È stata una scelta dura, anche dal punto di vista economico, ma era doveroso dedicarci totalmente per riuscire a dar vita a un disco che fosse esattamente come lo volevamo. Di solito, gli album si fanno in meno tempo. Ma avevamo una forte esigenza di lavorare sull’identità musicale, sulla poetica, che ha richiesto molto tempo.
A proposito dell’identità sonora. Rispetto ai vostri primi pezzi, qua c’è più alt pop, ci sono richiami più contemporanei rispetto alla veste ancestrale che avevano Santamarea, Acqua bagnami…
Alcune canzoni del disco, in realtà, le avevamo scritte ancora prima. Tornado, ad esempio, è stata scritta prima di Santamarea. Quei tre pezzi erano stati un flusso, nati uno dopo l’altro, e avevamo quindi messo un po’ in standby la parte alt pop. Una volta esaurito questo flusso, siamo ritornati lì, a quella ricerca iniziale. Mantenendo, però, quell’aura magica che avevamo scoperto, che abbiamo cercato di portare anche nei synth e negli archi che sono presenti nel disco. Non è stata una cosa cronologica, ma quasi contemporanea.
Tornando un po’ indietro al vostro inizio. Quand’è che tu e i tuoi fratelli avete suonato insieme, e avete capito che, in effetti, funzionava?
È stata la partecipazione a Musicultura [2023]. Lì abbiamo provato a suonare insieme, e abbiamo vinto quattro premi su cinque, incluso quello assoluto, che è stata una sorta di conferma. Ci ha fatto capire che qualcuno guarda a noi come qualcosa di interessante, e lì abbiamo iniziato a crederci anche noi.
E l’equilibrio tra voi tre fratelli e Noemi, come funziona? Lei da esterna fa da paciere e vi bilancia in qualche modo?
All’inizio era così, soprattutto perché eravamo più piccoli. Michele era minorenne, io uscivo dall’adolescenza. Avevamo caratteri accesi, e Noemi, da persona esterna, mediava. Ora non abbiamo più bisogno di questa mediazione, la musica ci ha uniti tanto, e ora riusciamo a comunicare bene. Non ci serve più un guardiano.

Andiamo al disco, e partiamo dal titolo (e dalla title track). Chi sono queste “Anime storte”, come le avete contemplate?
Per me sono tutte quelle persone che si sono stancate di stare all’interno di una definizione di normalità che non appartiene loro. Non riguarda solo l’identità, ma proprio lo stare in una società che corre, che ci vuole performativi, che vuole che facciamo dei percorsi di studio prefissati, che crediamo alle stesse cose. Le anime storte sono quelle che a un certo punto trovano la propria voce, e la seguono. Riconoscendo se stessi.
E voi la vostra voce l’avete trovata?
Questa domanda ce l’hanno fatta l’altro giorno e ci hanno spiazzati, quindi adesso so risponderti in un modo più strutturato, perché ci ho riflettuto! Il nostro elemento è l’acqua, e quindi noi siamo in costante ricerca. In questo momento, Anime storte è la cosa più vicina a quello che vogliamo che la gente conosca come la nostra voce. Ma la ricerca continua: non si è fermata con l’album. E quindi chissà cosa diventerà la nostra voce, magari in un secondo album…
Tra l’altro, alla presentazione del disco a Milano, avete raccontato che qualcosa di questo secondo album la state già scrivendo. C’è già una nuova voce, che magari anticiperete nei live?
In qualche modo, abbiamo trovato degli elementi nuovi con cui inizieremo a sperimentare in futuro, magari con delle live session. I concerti, vorremmo che fossero molto fedeli al disco. Con qualche eccezione: vorremmo che fossero molto suonati, mentre il disco ha tante parti elettroniche. Però sicuramente questa nuova voce che stiamo ricercando, la sperimenteremo nel futuro prossimo, mano a mano che la scopriamo anche noi…
Mi chiedevo in effetti: il disco ha molte parti elettroniche, e se penso alla formazione di voi quattro, mi domandavo come avreste reso la parte elettronica dal vivo.
Il problema è che Michele, il batterista, ha registrato il pianoforte e i sintetizzatori. Quindi abbiamo chiamato un quinto musicista, che ci seguirà in tour, e che suonerà le tastiere e i synth, per andare a riempire quella parte che in quattro non avremmo potuto riempire, e che ci tenevamo che ci fosse.

Un altro pezzo del disco molto interessante è Palermo x sempre, che tra l’altro mi ha ricordato S. Rosalia di Giulia Mei, nel racconto di una relazione conflittuale con la città di Palermo. Voi avete scelto di rimanere a vivere lì, in Sicilia: cosa vi fa restare lì, nonostante questa relazione?
È una città che ci dà molto. Roberto Cammarata, il nostro produttore, ha lo studio qui, e noi abbiamo la sala prove qui. È una città dove ci troviamo a vivere anche per necessità logistica. A me piace l’idea di uscire, di frequentare di più Milano, l’idea del tour mi piace. L’idea di rimanere fermi in un posto non è mai sana. A prescindere da Palermo, che è una città bellissima. È un bisogno personale di uscire, esplorare nuovi posti e nuove versioni di se stessi.
Se penso ad artisti contemporanei della Sicilia, Giulia Mei appunto, Carmen Consoli, Delia, mi vengono in mente artisti che portano molta Sicilia anche nei testi, nei vocaboli utilizzati. È una scelta consapevole, la vostra, di non farlo?
Non è stata una necessità, quella di scrivere in siciliano, nonostante io sia una fan della musica tradizionale – mi piace molto Rosa Balistrieri. Avevo pensato di creare un piccolo immaginario che non fosse per forza geograficamente conoscibile. Quest’album potrebbe parlare a qualsiasi persona che viene da qualsiasi posto. Ho voluto raccontare un mio mondo, che prescinde dalla mia regionalità.
Con questo disco, avete fatto un bel salto di popolarità. Da palchi più piccoli e dimensioni più intime, a un’esposizione maggiore, alla rotazione radiofonica. Vi fa un po’ paura?
Sì: soprattutto, fa paura non sapere dove stai andando. Puoi vedere il lavoro che hai fatto, ma non sappiamo cosa succederà nel futuro. L’instabilità di questo lavoro ti fa paura. Soprattutto nei tuoi vent’anni, quando ti chiedi chi sarò domani, chi sarò da grande, cosa farò da grande. E non ne hai idea. Fa paura il fatto che sia un salto nel vuoto.
E cosa vi fa affrontare questa paura?
La determinazione di portare avanti un lavoro per cui abbiamo lottato tantissimo. Ho avuto un piccolo momento di vuoto dopo la pubblicazione dell’album, ma ho pensato che adesso c’è il tour. La missione adesso è suonare il disco. Poi ci sarà un’altra missione. Io ho fiducia nel flusso, ed è questo che mi dà conforto.

Cosa ci si deve aspettare dal tour?
Una versione un po’ più suonata dell’album. Cercheremo di giocare molto sull’emozione. Molti brani sono stati scritti piano e voce. Ci siamo chiesti: come facciamo a riportare quella condizione quando siamo in cinque a suonare, e con tante persone che ascoltano? Questa è la domanda che ci stiamo ponendo mentre studiamo gli arrangiamenti. Punteremo sul suonato, e sul creare un’atmosfera accogliente per chi ci verrà ad ascoltare.
Puoi scegliere qualunque posto dal garage di casa al Madison Square Garden: dove sogneresti di suonare questo disco?
Un posto con un’acustica pazzesca. Mi piacerebbe un teatro, un tour nei teatri dopo il tour nei club. Un vero e proprio spettacolo con narrative, scenografie, luci. Ma un posto preciso al momento non ce l’ho in mente.
L’ultima domanda mi diverte sempre, e ora è particolarmente attuale: quale cover porterebbero i Santamarea nella serata cover di Sanremo?
Al momento siamo ossessionati da Ritornerai di Bruno Lauzi, l’abbiamo cantata anche a Capital Jam. Probabilmente, ad oggi sarebbe quella.
E con chi la duettereste?
O con Dimartino o con Carmen Consoli.
Vedi che alla fine la Sicilia torna!
Beh, le radici sono chiare!
Il tour dei Santamarea
- 12 marzo – Retronouveau – Messina
- 13 marzo – I Candelai – Palermo
- 22 marzo SEI Festival c/o Officine Cantelmo – Lecce
- 24 marzo – Locomotiv Club – Bologna
- 25 marzo – Monk – Roma
- 26 marzo – Spazio211 – Torino
- 27 marzo – Spazio Teatro 89 – Milano
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