Sta per calare il sipario sul 2025 e, come oramai accade da parecchi anni, arriva Spotify Wrapped. Per un paio di settimane, il mondo si paralizza per la liturgia della condivisione. Migliaia di stories si illuminano con i nostri “top artist”, i “generi di nicchia” e, soprattutto, l’immancabile cifra: i minuti totali di ascolto.
Ecco la grande, scomoda verità: Spotify Wrapped è un capolavoro di marketing, ma è anche il sintomo più acuto di una malattia culturale che sta riducendo le nostre passioni più intime a una performance sociale vuota ed egoriferita. È il sintomo più subdolo della grande malattia che attanaglia noi bambini degli anni ‘20: la folle e ingiustificata esigenza di dover trasformare tutto in metriche per valutare le performance. Ma davvero vogliamo vivere così anche la musica?
L’ossessione per le metriche: se non performi allora non sei nessuno
Sia chiaro: qualsiasi cosa ci renda felici – finanche la condivisione di una storia con il nostro minutaggio di ascolto annuale – è ok, e mai può essere oggetto di giudizio altrui (a meno che non sia nociva per altri). Premesso ciò, è importante porsi una domanda: questa cosa del Wrapped, mi rende davvero felice?
L’impressione è che siamo tutti orgogliosi di mostrare al mondo ciò che ascoltiamo (e quanto lo ascoltiamo), ma che al mondo intero non freghi assolutamente nulla. È il grande inganno dei social: siamo convinti che la nostra opinione interessi a qualcuno. Ma voi, oltre al vostro Wrapped, leggete davvero quello che i vostri amici pubblicano sui social?

Si perchè dopo anni di pseudo-rivelazioni sulla nostra identità musicale a colpi di schede colorate, sembra abbastanza palese che la corsa sia lunga e solo con noi stessi (volendo citare un grande film). Spotify Wrapped assomiglia più a un omologante urlo di accettazione popolare, perchè se non dimostri di aver ascoltato tot minuti, allora è come se fossi escluso da qualche club sociale.
E così quei 60.000, 80.000, o 100.000 minuti di ascolto non sono più una testimonianza di amore, ma una metrica di efficienza del consumo. È il consumismo col turbo, quello brutto brutto, che arriva a intaccare anche le cose che più amiamo, come la musica. Ci trasformiamo, senza accorgercene, in atleti dell’audio, ossessionati dal punteggio finale. E in questo scenario il Wrapped non è tanto un riassunto di ciò che abbiamo amato, ma una classifica di cui vantarsi.
Se la cifra è alta, ci sentiamo validati: siamo veri appassionati, non semplici ascoltatori casuali. Se è bassa, proviamo una sottile, ridicola vergogna. Ho ascoltato abbastanza? Sono un fan abbastanza impegnato?
E qui sta il paradosso: l’obiettivo non è più la gioia di una melodia, ma l’ottimizzazione del proprio punteggio, in vista della successiva condivisione pubblica.

E se credete che il problema riguardi solo gli ascoltatori, vi sbagliate di grosso. Dei danni psicologici che la teoria dell’efficienza ha creato sugli artisti ci sarebbe da condurre studi psicologici. Se non raggiungi tot numeri, allora non vali nulla. E se non vali nulla che senso ha continuare a produrre musica? Ma chi fa musica ama la musica, non i numeri. Altrimenti non avrebbe fatto il musicista, ma il ragioniere.
Saresti disposto a pubblicare il tuo Spotify Wrapped dei dischi comprati o dei concerti?
Il Wrapped ci dà una medaglia per aver consumato un servizio. Punto. La provocazione è brutale, ma necessaria: saremmo così orgogliosi di pubblicare quante volte abbiamo sostenuto davvero l’artista?
Se Wrapped ci chiedesse di mostrare:
- Quanti dischi in vinile o CD abbiamo comprato (sostenendo il guadagno diretto)?
- Quanti biglietti per concerti nei piccoli club abbiamo acquistato?
- Quanto abbiamo donato a band emergenti?
La maggior parte dei nostri feed resterebbe desolatamente vuota.
Questo è il punto di rottura: l’ascolto in streaming è a costo (quasi) zero per l’utente e offre un ritorno economico irrisorio all’artista. E così Wrapped celebra il nostro consumo passivo e autocelebrativo, mentre ignora totalmente il nostro impegno attivo. E nel frattempo la musica muore, e sempre più artisti si trasformano in ragionieri.
Ma la medaglia che ostentiamo è fatta di fumo. È il vanto di chi ha mangiato gratis al banchetto, fingendo sui social di essere lo chef.
Dimmi che musica ascolti e l’algoritmo ti dirà chi sei (e tu potrai dire a tutti di fare lo stesso)
L’aspetto più subdolo di Wrapped è come distorce la nozione di “buon gusto”. Spoiler: il buon gusto in musica non esiste, dato che “buono” e “cattivo” sono giudizi e il gusto, essendo soggettivo, è avulso da giudizio. La selezione dei generi e degli artisti, nell’ottica malata di Spotify Wrapped, non è solo un resoconto: è un posizionamento strategico nella gerarchia sociale.
Cose del tipo: “non voglio che il mio Wrapped sia dominato dall’artista pop più popolare, devo mostrare che sono un ascoltatore eclettico”. Oppure “devo essere nel top 1% di una band obscure per dimostrare che sono un vero scopritore”. In questo Spotify è bravissimo, dato che utilizza termini molto specifici: “Hey, sei proprio un trendsetter!”. O ancora: “sei parte dell’1%!”. A una certa viene da chiedersi: hey, ma sbaglio o ci siamo un po’ tutti in questo 1%?

Insomma la passione, da esperienza interiore e soggettiva, si trasforma in un elemento di branding. È marketing puro, roba che con la musica non ha nulla a che fare. La domanda non è più “questa musica mi piace?”, ma “questa musica mi fa apparire interessante agli occhi degli altri?”.
E se fossimo in un film di Nanni Moretti di sicuro qualcuno si starebbe chiedendo: “Mi si nota di più se pubblico il Wrapped o se non lo faccio?”
Il mondo è ormai tutto uno Spotify Wrapped
Viviamo in un mondo in cui ogni cosa – dal fitness (gli anelli da chiudere) alla lettura (libri letti) – è stata ridotta a una metrica di performance. Siamo costantemente spinti, in modo diretto o meno, a trasformare la gioia di vivere in un curriculum da esibire. La sfida, dunque, non è boicottare Spotify, ma boicottare la metrica.
Dobbiamo chiederci: vogliamo davvero che la profondità e l’emozione delle nostre passioni siano ridotte a un grafico a barre? Vogliamo vivere in un mondo in cui ci sentiamo in difetto se non performiamo abbastanza bene nel nostro tempo libero?
La vera passione non ha bisogno di un punteggio. Non cerca l’approvazione del feed (o peggio dell’algoritmo). La musica è fatta di ricordi, brividi, lacrime versate in macchina, balli sfrenati nel salotto vuoto e voci perse sotto la doccia. Tutte cose che un algoritmo non potrà mai misurare, e che noi dovremmo smettere di tentare di quantificare per il giudizio altrui.

La prossima volta che Wrapped apparirà, godetevelo come un promemoria personale e intimo. Ma se sentite la tentazione di condividerlo, fermatevi e chiedetevi: sto pubblicando il mio amore per la musica o mi sto vantando pubblicamente delle mie performance di ascolto per cercare l’approvazione altrui?
La musica merita di più del nostro bisogno di vanto. Merita il nostro silenzio, la nostra attenzione, e, soprattutto, il nostro sostegno concreto. I live club di tutt’Italia stanno morendo, ma Spotify continuerà a dirvi che la musica vive grazie a voi.
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