Dovendo cercare un punto di congiunzione tra la vecchia guardia del cantautorato italiano e quello contemporaneo, molte (se non tutte) le linee congiungerebbero ad Amalfitano. Da qualche mese è uscito il suo terzo album “Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è”.
Un disco che celebra l’amore ieratico ma senza fanatismi, e in cui la fine, nel suo senso più intrinseco, è solo un rito di passaggio, legato a doppio filo con la redenzione. Un salto di corda in cui pensi di incastrarti e che, invece, diventa catarsi, anche quando poggi i piedi a terra. E pieno di riferimenti accurati, dall’Iliade, passando per Simone Weil fino a Tarkovskij.
Un canto di 35 minuti da fare a squarciagola, tra garage punk, disco e gospel, come rito apotropaico del dolore che crediamo insostenibile, ma che è esortazione a guardare, cercare oltre la superficie per poi, alla fine, andare a costruire le campane!

Ciao Amalfitano, come stai? Stasera inizia il tour, come ti senti?
Benissimo! Sto bene, sto bene, in questo momento nel traffico di Roma, che leggevo essere proprio la prima città in Italia più trafficata e in cui si perde più tempo in auto, ma va be’, ci sono abituato.
Beh dove sei stato in questi 15 giorni e che cosa è successo per dare vita poi a questo album?
Più o meno dove stavo nell’album precedente. Nel dolore. Diciamo che ho scandagliato delle situazioni di vita un po’ fuori dagli schemi, un po’ di grandi dolori, quelle in cui ti ritrovi alla fine dei vent’anni e la vita comincia a diventare un po’ ruvida, più rigida. Come capita a tanti e non so se dire più beato a chi capita oppure che disgraziato. Può essere una buona educazione per la crescita. Per me questi momenti sono stati anche molto poetici.
Insomma bisogna attraversarlo questo dolore, no?
Sì, bisogna navigarlo. Il dolore è, come spesso veniva identificato, anche un po’ come il mare, no? Quindi tu lo devi saper navigare. È abbastanza caotico, informe come l’acqua.
Perciò lasci al Tevere, come i titoli di coda?
Sì, lo lascio alla mia città che se lo porta via. Viva i fiumi che ci ricordano che le cose passano!
Giusto! Ma il titolo di questo album?
È una frase che ho letto su un muro, ma del metaverso! Nel senso che era in una foto su internet, una scritta con la bomboletta in cui però c’erano vari segnacci. Perciò non so se la “e” finale fosse una congiunzione, ma alla fine ci ho ragionato e ho voluto interpretarla un po’ filosoficamente. Quindi “è”!
Anche perché tu sei laureato in filosofia, giusto?
Sì, giusto

Una cosa che mi ha fatto ridere è stato notare come tu dici di questi 15 giorni e l’Iliade (titolo di uno dei brani) è il racconto di 51 giorni di guerra. Non so se lo avevi notato…ma la cosa dei numeri specchiati mi ha fatto esplodere il cervello.
No, non lo avevo notato. È roba di cabala incredibile! Ci sono messaggi nascosti. Ogni tanto ci penso che siamo un po’ la voce di qualcos’altro…
Non so se poi è perché ci riflettiamo troppo…ma a volte le cose sono più semplici di come ce le immaginiamo, io sono una di quelle
Ma anche! Complicare ogni tanto è divertente, almeno non ti annoi
Va be, prendiamocela così! Tu sei anche l’ illustratore del disco…da quanto tempo nutri anche questo lato artistico?
Sono anni che disegno sui quaderni. Prima facevo proprio quadri, poi ho smesso dedicandomi completamente alla musica senza smettere però di disegnare. Poi degli amici più stretti mi hanno motivato ad usarli, io non volevo usarli. Credo raccontino tanto, perché vengono tutti e due (musica e disegni) dallo stesso calderone. Non è che i disegni parlano delle canzoni o viceversa. Vengono entrambi dallo stessa cosa, da quello che vivi, da come stai, dal tuo processo. Quando si passa attraverso il dolore o le esperienze, allora le disegni, le scrivi e alla fine anche se non in una c’è l’Iliade, in un altro c’è un altro soggetto, in realtà vengono dalla stessa roba. Come se fossero vari punti di vista, vari modi di narrare la stessa cosa
Ma quello in copertina è un tuo autoritratto?
Quella in copertina è una cosa strana, perché praticamente è un Pan. Una sorta di figura mitologica, disegno che però è venuto fuori passando dall’altra parte del foglio. Avevo una carta molto fine e la matita molto grassa e i segni sono arrivati nella pagina dietro. Era rimasta questa barba, queste corna così. Allora ho continuato su quell’altra pagina, ripassando dove stavano gli occhi, il naso e la bocca e ci ho fratto sopra il ritratto di mio figlio. Lui che è stato uno dei grandi motivi per cui cavalcare “quei” momenti della propria vita. Un figlio è sempre qualcuno diverso da te, ma che ti ricorda chi sei. E mio figlio mi rappresenta, in qualche modo. Quindi per risponderti: è il ritratto di mio figlio, ma anche un mio ritratto.
Una sorta di calco…
Sì esatto. E poi questa figura del Pan, che una figura eterna con le sembianze di un bambino, che invece ha appena iniziato a capire il mondo, mi ha aperto ad un dialogo profondo. Anche sul discorso dei 15 giorni del dolore. Sono situazioni che puoi vedere in termini eterni, oppure complicandoli o in maniera assoluta. Oppure ancora renderli semplici come sono, come dicevamo prima. E alla fine cercare di raccontare la vita con un po’ più di innocenza. Il dialogo con mio figlio mi aiutato moltissimo. Avere un dialogo con un bambino fa sempre molto bene.
Quindi niente, questo titolo di rinascita, con il doppio ritratto di un Pan e mio figli in cui lui si vede di più ovviamente, ma dietro appunto si vedono la barba, le corna, ecc. Mi piaceva l’idea di raccontare che dietro di noi c’è sempre una figura un po’ eterna. Un po’ come dicevamo prima sui numeri: fai delle cose e non sai che stai mettendo dei significati. Ci sono, ma non li noti. Poi a posteriori, senza troppi ragionamenti, ritrovi tutto lì. Mi verrebbe da dire che è un po’ magico

Anche secondo me lo è! Ma in queste forme artistiche che esplori, così come i tanti generi che attraversi in questo disco, il cantautorato è quello più vicino a te. Hai imparato la chitarra a 14 anni e poi com’è andata?
Da ragazzino sono stato letteralmente folgorato dal rock and roll. Poi ovviamente conoscendo un po’ meglio questo mondo, che mi ha affascinato perché era estremamente vitale, esagerato, fuori dagli schemi, esuberante, straripante e perché vedevo che alcuni personaggi leggendari tipo Bob Dylan con una chitarra facevano passare plasticamente questo concetto. Ero proprio rimasto ammaliato dal saper fare una canzone in questo modo. Quindi è venuto un po’ tutto da sé.
A te che hai studiato storia delle religioni: per te l’amore è più dogma o più visione mistica?
Visione mistica. No, ma non può essere un dogma. Cioè, dipende da cosa si intende per dogma: a livello teologico il dogma è un mistero, che accetti su una base profondamente carica di fede e questo ha un piccolo grado di misticismo. Quindi il dogma un po’ si riconnette alla mistica.
Ora scusa se irrompo nel tecnico, ma per esempio la mistica islamica si basa sui 99 nomi di Allah perché sono dei dettagli di Allah. Ogni nome è un dettaglio, la potenza, l’amore, il dolore, la bellezza ecc, quindi ogni scuola di Sufi si affidava o cercava di raggiungere quel grado di bellezza attraverso una connessione con Dio solo attraverso quel tipo di riferimento. E non è troppo dissimile dalla mistica che puoi trovare davanti a un dogma. Quindi l’amore, detta così, è sicuramente più mistico. Però il fatto che l’amore abbia dei dogmi è interessante. Dei misteri che non puoi scandagliare.
Forse in questo album l’amore sembra prendere più le forme della redenzione, anche personale…
L’idea della redenzione è una cosa che mi è sempre piaciuta. Il rock and roll l’ho sempre visto come una forma di redenzione. Poi mi sono avvicinato attraverso la filosofia e gli studi anche ad altre questioni legate alla redenzione. Comunque il fatto che uno ha un dialogo con delle cose più grandi di sé, un dialogo anche più grande di te, è una cosa che mi ha sempre affascinato. Non sono credente, ma questa cosa mi affascina davvero. E lo storico delle religioni ogni tanto è questo materialista che sa che il materialismo un po’ non basta: affascinato da realtà che si affidano a qualcosa che non è materialista, ma sapendo di rimanere materialista. Un po’ come uno che perde in partenza.

Ne l’Iliade citi Simone Weil, “tutte quelle lacrime piegliate dalla forza”, che nel suo saggio parla di come la forza abbia il potere di trasformare chiunque le è sottomesso ad una cosa. Ne l’Iliade ne capiamo l’accezione negativa parlando di guerre: credi che a volte anche l’amore sia in grado di fare lo stesso?
No, in realtà non credo. La forza in Simon Weil è quella forza che ha bisogno, appunto, di materialismo, cioè di qualcosa che vince su qualcos’altro. È un po’ la legge del cambriano – una volta mi ero intrippato di biologia – in cui cioè gli animali si inventano una cosa che dura da 500 milioni di anni, che è il mangiare l’altro, cioè che è chi vince sull’altro. E nasce proprio l’idea di forza, anche a livello naturalistico, nel senso biologico. L’amore non ha bisogno di vincere su qualcos’altro, quindi non può oggettificare un’altra cosa. Rendere un oggetto significa che ti puoi cibare di quell’oggetto, puoi utilizzare quell’oggetto, lo puoi abbandonare. Quell’oggetto di per sé non deve più esistere, lo rendi inesistente, lo rendi privo di soggettività. Invece l’amore secondo me innalza la soggettività. È qualcosa che deve assolutamente far rivivere la soggettività.
È un po’ la base della vita, quella parte che brilla della vita, non solo l’amore relazionale tra due persone, ed è salvifico per quello, perché anche in una situazione in cui tu pensi di essere oggetto, come ti salvi? È qui entra di nuovo in gioco Simon Weil e il suo lato mistico: dall’essere sotto assedio della forza ti salvi con l’amore. Che lei vedeva assolutamente in questa attesa di Dio, nel misticismo e tutto quanto. Però appunto era questa idea di amore, questa essenza di essere salvati da qualcosa, questo senso di essere perdonati, di essere che qualcosa ti può donare, anche se la vita ti sta dicendo che tu non te lo meriti.
Ok, quindi solo amore per l’amore
Di per sé è solo un carico di positività. Poi l’esperienza di passarci attraverso è sicuramente super sballottante, piena di dolori, piena di situazioni, al livello filosofico è così. In una canzone dell’altro disco mi è piaciuto molto un titolo che avevo messo “Quanto dolore ci servirà per smettere di amare”. A un certo punto uno soffre talmente tanto perché certo, amari ti fa soffrire anche, e di nuovo c’è una cosa di Simon Weil, autrice che negli ultimi anni mi ha accompagnato e che si basava moltissimo nella lettura di Cristo, sulla passione, più che nella resurrezione. L’amore è passione, è patema, è doloroso, ma questo non significa che si oggettifichi.
Potremmo dire, collegandolo al concetto di religione, che diventa distruttivo quando sfocia nel fanatismo
Lì sì, ma perché quello è quello è un iper legalismo. Il fanatismo è un iper legalismo: rende tutto il discorso oggettificato, il dogma diventa legge senza spiegazioni piuttosto che un mistero. Come se fosse un manto di giurisprudenza, una cappa di regole e di leggi che ti opprimono e sono quelle e punto e basta. Il fanatismo religioso è fuori dalla libertà. Perché è come se fosse proprio legge, è il mondo della legge. Chi è sotto un enorme fanatismo religioso in realtà è costretto dalle regole ferree.
Perde proprio la ragione…
Sì. Paradossalmente capovolge tutto il concetto di amore, che è un’idea di grande libertà, di il perdono di chi ha peccato, nonostante non abbia rispettato la legge. L’amore è libero, va al di là della legge. Quando in realtà questa cosa non la vedi più, e la legge è più forte del perdono…o il perdono deve essere applicato tramite una legge o comunque è una legge che è l’ultima ad avere la parola.

A proposito di queste cose un po’ capovolte, che vanno un po’ al contrario, in “Siamo tutti cattivi” parli di doppio standard, soprattutto occidentale comunque di come l’ego spesso ci distrugge. Come nasce questa canzone?
Un po’ di tempo fa c’era Los Angeles in fiamme e per il mondo occidentale non era unanime l’indignazione per la questione palestinese. Si liquidava tutto con una serie di citazioni ed opinioni che sappiamo e c’era questa altezzosità, questo enorme egocentrismo nel leggere le situazioni del mondo che io vedevo completamente prive di amore. Chi è privo di legge si fa la legge da solo, il suo ego è la sua regola e quindi deve far vincere la sua visione delle cose, è quello che noto spesso intorno a me. Un intellettualismo privo di qualsiasi tipo di empatia.
È ridicolo indignarsi perché brucia Los Angeles, ma sono queste cose che ti fanno un po’ vedere che siamo un po’ in un mondo particolare. Sono anche a modo loro truffe della loro stranezza. E mi rendevo conto che anche che chi parla molto di bene, di bontà, e a volte mi ci metto anche io, spesso mette tutto sotto la cappa di intellettualismo. È come se non conoscessimo più in realtà quel mondo, come se l’amore non lo conoscessimo proprio più. È l’unica canzone che critica un po’ le situazioni sociali. Anche il più buono è cattivo, perché comunque ci si deve nascondere dietro a dei discorsi comunque sempre intellettuali
Ma perché tra tutte le cose possibili da costruire, proprio le campane? Un richiamo al risveglio o c’è dell’altro?
Per quella mi sono ispirato ad un film Tarkovski su Andrej Rubliev, visto per un Capodanno con quaranta di febbre. Erano, banalmente, i consigli che volevo dare a mio figlio. Cioè fai qualcosa, buttati nella vita, vai oltre te stesso. Il film parla di questo pittore del medioevo russo che faceva icone, le più belle mai esistite, ma nel corso del film capisce che deve smettere di dipingere.
L’ultimo capitolo del film in realtà non parla più di lui, ma di un ragazzino che è il figlio del campanaro, che possedeva un’arte ingegneristica altissima, che muore. Il ragazzino decide allora di voler costruire questa campana del villaggio, perché in fondo suo padre custodiva, in qualche modo, il segreto della costruzione, che si trasmetteva di padre in figlio. Quindi davvero la costruzione di questa enorme campana viene affidata a questo adolescente con tantissime persone all’opera, e in questo momento ricompare il pittore, che si fa spettatore della vicenda… Finita di costruire si doveva far suonare, e se no avesse funzionato, senza mezzi termini, si sarebbe dovuto uccidere il campanaro, motivo per cui il ragazzino fa suonare un’altra campana, e il film va sul finire.
Va be’ scusa, te l’ho spoilerato, ma io non ci credo negli spoiler per le opere d’arte. Se una cosa è bella è bella sempre, non perde la sua forza poetica. Sai perfettamente che Achille muore nell’Iliade. Non è che non leggi l’Odissea perché sai come va a finire. Mica è una serie Netflix.
Tranquillo, anche io la penso come te, e Lukáck lo diceva sulle opere letterarie
Ecco, appunto, meno male.
Allora ‘sta fine?
E alla fine il pittore va da questo ragazzino che sta piangendo e il pittore gli chiede il perché. Lui gli confessa che suo padre non gli ha mai detto il segreto delle campane. Allora lo invoglia ad andare insieme a Mosca, dove lui torna a dipingere e il ragazzo a fare campane. Boom, io così davanti allo schermo. Il simbolo della campana scelto dal regista è bellissimo, è scelto benissimo dal regista, perché è un simbolo già sacro, quindi è già ultra-mondano. Cioè per costruirla deve fare un’impresa materiale, di lavoro, di fatica, ma per qualche cosa che serve per comunicare al di là. Un fatto sacro. Perciò ho pensato a qualcosa da voler dire a mio figlio.
Però insieme allo sprone a tentare, a credere a qualcos’altro, parli anche di ultimi concerti, il tuo ultimo concerto, l’ultimo di Elvis…
Il disco permea tutto il concetto di fine, non è un concept ma ho scelto varie canzoni che ne parlassero. Questa era stata inizialmente scritta in inglese, ma ho cambiato dopo il testo in italiano. L’idea di un ultimo concerto, l’idea di interrompere qualcosa, di importantissimo per me, come la musica e soprattutto i live. Quindi provare ad immaginare questa fine e dedicarla al palco, al fatto che forse questo amore non ci ha realmente salvato, un certo tipo di amore, come quello per la musica continuerà uguale. È un dialogo con la fine.
Noi alla fine noi scegliamo sempre il cuore che riparte, anche dopo l’ansia delle 5 e il bicchiere delle 7. Alla fine si riparte sempre e ritorna sempre la primavera! Viviamo il tempo sia in linea retta che in linea, che in modo circolare. Paradossale e bellissimo
Grazie, Amalfitano! Spero sia arrivato finalmente a casa fuori dal traffico. In bocca al lupo per il tour!
Arrivato! Viva il lupo!
Il tour di Amalfitano
- 18 dicembre – ROMA – Monk
- 9 gennaio – NAPOLI – Duel Club
- 10 gennaio – BARI – Officina degli Esordi
- 16 gennaio – MILANO – Santeria Toscana 31
- 17 gennaio – TORINO – Spazio 211
- 30 gennaio – FIRENZE -Glue
- 31 gennaio – BOLOGNA – Locomotiv Club
- 5 febbraio – RENDE (CS) – Mood Social Club
- 6 febbraio – TARANTO – Mercato Nuovo
- 20 febbraio – FONTANAFREDDA (PN) – Astro Club
- 21 febbraio – CESENA (FC) – Spazio Marte
Abbiamo parlato del precedente disco di Amalfitano qui.
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