Non c’è la fine, c’è solo la strada. O, parafrasando proprio uno dei brani di “Rive”, il primo disco da solista di Ilaria Graziano, c’è solo un fiume, e il suo continuo essere. Ma con degli argini robusti, frutto dell’esperienza e della delicatezza che tutta appartiene all’artista campana. Un album rarefatto, morbido, che non è un inizio o un ritorno, ma una fase, in cui si susseguono storie e dialoghi intra ed extra personali con l’agnizione, quasi sempre, come unico tema, non solo verso l’origine, anche verso le radici.
Un viaggio profondo e a tratti mistico, in perfetta sospensione tra realtà e favola, così come sono l’universo e la scrittura di Ilaria Graziano, che questa volta compone anche in napoletano. Un disco ulteriormente connotato in questo senso dall’attenta produzione di Gnut, “traghettatore dal silenzio al suono” – dopo un momento di pausa dalla musica in cui si è trasferita in campagna e dedicata alla pittura – e Simone De Filippis, che contribuisce anche con la contaminazione elettronica a trovare altre vie, ogni volta nuove, ogni volta in essere. Quelle che cerca di continuo Ilaria Graziano e che in questo momento, dopo anni di intense e numerose collaborazioni intorno al mondo, dal folk con Francesco Forni, passando per il cinema d’animazione insieme alla compositrice Yoko Kanno e il duetto con Marianne Faithfull nel film “The Girl from Nagasaki”, l’hanno portata ad attraversare questo intenso progetto solista.
L’abbiamo incontrata qualche ora prima del suo live all’Auditorium Novecento di Napoli e questo e quello che ci ha raccontato!

Il primo disco da solista, lo desideravamo anche noi! Mi dici che effetto fa e come è maturata l’idea?
Grazie per l’affetto! In effetti sto sperimentando proprio in questo momento che fa un effetto diverso quando sei tu il veicolo unico di questo lavoro, anche se poi si avvale della collaborazione e della produzione di Simone De Filippis e di Gnut. E diciamo che è venuto anche dopo una lunga pausa dalla musica. Mi sono dedicata alla pittura, sono andata a vivere in campagna, aprendomi al mondo delle piante, della natura. Ma Claudio (Gnut) mi ha traghettato dal silenzio meditativo al suono, coinvolgendomi nel suo disco e registrando le voci di “Nun te ne fa’” e poi nel tour. Da lì mi sono riaffacciata alla musica.
Quindi anche la scelta della produzione è stata spontanea?
Assolutamente sì. Stare al fianco di un artista così autentico e genuino come Claudio, che ha un rapporto sano con la musica, ha riacceso una scintilla. Senza che neanche me ne accorgessi sono passata dal tavolo su cui dipingevo al tavolo su cui scrivevo. Intanto mi confrontavo con Simone De Filippis e poi facevo sentire a Claudio. Prima del disco non si conoscevano, abbiamo creato una squadra inedita che ha funzionato alla grande, lavorando sempre in totale armonia e davvero con molta naturalezza, senza doverci spiegare troppo. È stato molto bello.
Come mai è proprio “Rive” il titolo?
Si chiama Rive perché è arrivato alla fine, quando avevo tutto più chiaro. È un po’ una metafora del periodo meditativo vissuto in questi anni lontana dalla musica. Un periodo fatto di un ascolto completamente diverso, rispetto al mondo, rispetto a me stessa, rispetto proprio al mio rapporto con il mondo. Il fiume, per me, è come se avesse rappresentato questo: la vita che scorre con le rive che sono le esperienze, che si depositano lungo gli argini. Sono quelle che danno forma ai tuoi pensieri, a quello che sei: un essere che è, a sua volta, in continuo mutamento. Divenire sempre è quello che mi auguro.
Un po’ come un fiume che tocca tanti luoghi, anche a te piace esplorare dei generi diversi. Il folk, la tua voce come colonna sonora, adesso anche l’elettronica…ma qual è il genere in cui ti senti più a tuo agio?
Anche qui per me la musica è un flusso. Mi piace molto sperimentare il flusso del momento. Ho un tipo di scrittura più vicino al folk e al cantautorato, però mi piace uscire da certi canoni preimpostati. Motivo per cui sapevo che Simone De Filippis avrebbe portato la contaminazione che cercavo. Sento la necessità di esplorare il nuovo, oltre i generi. Non riesco a stare sempre dentro a qualcosa di uguale, anche se ha funzionato bene e so che potrebbe funzionare bene, ma devo anche trovare qualcosa di diverso.
E quindi “Fuje”…
Eh sì, fuggo da quello che conosco. Lo devo come forma di rispetto alla musica, che vivo come canale di ricerca.

Nell’album, infatti, c’è tanto del tuo passato artistico, ma insieme ad una versione del tutto nuova. Attraversi non solo i generi, ma anche diverse lingue e qui canti in napoletano. Dove collocheresti, allora, questo album? È un inizio o, in qualche modo, un ritorno?
Direi che è una tappa. È esattamente in mezzo ad una cosa che è successa, che però non puoi fermare perché sei un fiume. Ed è una tappa, in cui ho sentito anche un legame con la lingua. Avevo un progetto in inglese, ma volevo cantare e scrivere nella mia lingua. Ho azzerato tutto, riscritto ogni cosa in italiano, consegnando, in qualche modo, una fotografia di quel mio momento di vita.
“Fuje” è nata proprio a Napoli, dove mi trovavo per alcuni giorni. Dopo una riflessione sulla città, il mio rapporto con certe dinamiche: un’osservazione che mi ha fatto proprio pensare e scrivere in napoletano. “Spirito d’ ‘o viento” invece è nata durante una passeggiata nel bosco, in cui volevo liberarmi da certi pensieri. Ho sentito il vento come una presenza, ci sono entrata in dialogo davvero. Un momento quasi mistico ed ancestrale, che poteva essere raccontato solo nella lingua che è nelle mie radici.
Adesso comprendo perché hai scelto la campagna alla città. Ma credi ci sia il rischio di perdersi tra la natura e perdere il contatto con la socialità, isolandosi dal caos cittadino, o che questo allontanamento permetta una visione più chiara delle cose?
Penso dipenda da come filtriamo le cose. Se sei alla ricerca di un equilibrio vai nella natura perché senti questo richiamo, perché c’è tanto di noi, allo stato puro dell’essere umano. Io sto riconoscendo una relazione con la natura. Mi insegna ad avere calma, e a farmi godere di più i momenti in cui sono nella città, anche quelli più caotici. Scappare in natura per sopperire a qualcosa forse non è del tutto sano. In rapporto con cui stai in natura ti posiziona, e non è sempre tutto così bucolico. Apprendi il rispetto: ti collochi diversamente e diventi parte di un ecosistema, tra piante e insetti, in cui tu umano non sei più al centro come hai sempre pensato.
La città eccede nel farci sentire padroni di tutto e ci distacca, ma non siamo mai autonomi dalla natura. Ho iniziato anche a fare delle cose da me, so riconoscere le piante selvatiche, quelle edibili. Godo di un’abbondanza tanto semplice, che mi riempie. In natura inizi a ribaltare le priorità, tutto il resto è superfluo. Quando sto in natura sorrido, anche se ho da lavorare, se hai da mantenere l’equilibrio dell’ecosistema di cui ti dicevo, io sono felice e ho il mio centro.
La tua musica è come sospesa tra la realtà e la favola, e anche nel disco c’è un rapporto spesso duale, amori e sensazioni che a volte si legano, altre vanno in contrasto. Riconosci questa cosa? E in caso affermativo, è una tua capacità naturale o hai compreso questa tua abilità riuscendone a dare forma plastica nel tuo modo di comporre?
Beh io penso che la mia musica è il risultato di certe percezioni, osservazioni. Mi rendo conto che c’è sempre un dualismo, anche quando abbiamo le migliori intenzioni. Il mondo stesso ce lo manifesta, dipende da dove si posa lo sguardo. Io forse cerco di posarlo in mezzo a queste cose. Siamo fatti di contraddizioni, e accoglierle senza puntare ad una in particolare ci rende più reali e coerenti, seppur incoerenti, appunto.
Ultima domanda allora: ma se dovessi scegliere tra una sala di registrazione e un boschetto?
[ci pensa un po’…] Devo proprio scegliere, eh?! Scusa ma una sala di registrazione in mezzo al boschetto?!
Ilaria Graziano in tour
25 Ottobre – Monk – ROMA7 Novembre – Auditorium Novecento – Napoli- 13 Dicembre – Spazio Lomellini – GENOVA
- 14 Dicembre – Arci Bellezza – MILANO
- 15 Gennaio – Teatro Bibiena – Sant’Agata Bolognese
- 6 Marzo – Casa del Popolo Il Progresso – FIRENZE
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