È una misteriosa colorata magica terra da esplorare, un pianeta al di là dal tempo e dallo spazio, una fiaba da ricordare, una canzone da recitare. Ma è anche una confessione che sussurra al passato, un silenzio non più sottaciuto, una nostalgia tagliente in frammenti riaffiorata. Può essere questo Il Gigante e La Valigia (1/2), il primo album di Jeff Sisti, autore e produttore messinese.
In attesa del secondo volume, in circa 17 i minuti Jeff Sisti ci guida nei cunicoli del suo cuore e noi ci lasciamo trasportare. Persino abbracciare, fragilmente raccolti in attimi mai lineari: a tenere il filo della narrazione saranno così i suoni e le sensazioni dell’infanzia coesistenti con uno sguardo sul presente ormai cosciente del suo tempo. E a riaffiorare è così una canzone d’autore che, nell’alveolo della tradizione italiana, parrebbe ripercorrere le esperienze più ibride e istrioniche, da Jannacci a Morgan, e che conferma la felice tendenza degli ultimi anni in cui voce e suono possono ancora amalgamarsi fino a condurre a un ambivalente racconto. Che, come spesso accade, può essere il racconto della vita autore come di chiunque altro.
Ma lasciamo che di questo e d’altro sia Jeff Sisti a parlare.

Partiamo da una domanda più concettuale, diciamo così. C’è una dimensione temporale in questo album a mio parere molto personale e intima. Il passato potrebbe essere la base di partenza su cui sfocia un presente, molto soggettivo, che a sua volta apre a una visione di un futuro prossimo e al contempo imminente.
Ecco, per farla breve: con quali prospettive narrative, temporali e spaziali, hai lavorato durante la scrittura di questo album?
Difficile risponderti, però hai effettivamente coniugato tutti i tempi accaduti nella scrittura e narrati nelle canzoni. Nel senso che ci sono musiche, come per esempio ne Il Gigante e La Valigia, dove la musica esisteva già da dieci anni prima e il testo è arrivato nel futuro; quindi, è una musica dal passato che si rivolge a un’esigenza futura. E altre cose che invece sono state fortemente collocate nel presente. Sofiè.0019 è stata composta subito, nel momento in cui ho avuto il desiderio di volerla comporre. Quindi anche la scrittura stessa ha in qualche modo, raggruppato tutte queste forme temporali.
Anzi, posso approfondire una cosa su Sofiè [Sofiè.0019, ndr] visto che ci pensavo prima, proprio per aggiungere un dettaglio? È un aneddoto che mi piace sempre citare. Ero con Nayt in studio… ce l’hai presente? Super bellino. Ed eravamo in studio e lui a un certo punto mi fa, tipo: «Eh, fratè, se c’hai il dolore e non l’hai sfruttato è dolore perso. Giusto, no?».
E quindi io fino a quel punto effettivamente avevo sempre sentito di poter raccogliere l’emozione che stavo vivendo, per tradurle poi in un secondo momento. Cosa che è risultata sempre falsa: non puoi mai riacciuffare l’emozione dopo, nello stesso modo in cui la stai vivendo in quel momento. Quindi con Sofiè in particolare è stato forse il primo insegnamento che ho messo davvero in campo: di me che ero con il culo sfracassato da questo amore non corrisposto, e come unica forma di dedica è uscita questa canzone, esattamente per come l’hai sentita anche tu.
Nei tuoi brani voce e musica sembrano essere un tutt’uno: non c’è la voce, sovrastante, e sotto la base. È un aspetto spesso dimenticato nelle produzioni contemporanee. Mentre nelle tue canzoni, appunto, appare consapevole la scelta di amalgamare voce e musica in un’unica entità.
Ti chiedo, quindi, se questo è a tutti gli effetti un aspetto voluto e ricercato.
È un fortissimo desiderio, fortemente voluto. Sento che cerco di fare non tanto la musica che mi piace e basta, ma quella che effettivamente cerca, “infantilmente”, di rappresentarmi un po’ di più. E sento nelle parole, proprio umanamente, un vincolo nel quale rifugiarci per riflettere su ogni dittongo, ogni declinazione che possa avere dei significati. Penso che abbiano un valore, come altrettanto lo vedo nella natura del suono, nella ricerca compositiva. Quindi per me musica e parole sono la stessa identica cosa. E se non sfruttassi entrambe parallelamente, sentirei di esprimere veramente ben poco, ecco. Ed è stata anche la prima volta che mi buttavo con i testi, e quindi ho avuto bisogno – e penso che ne avrò sempre – di farli camminare insieme. Insieme, ma proprio per esprimere la stessa identica cosa.

A tal proposito, questa è la prima volta in cui alla musica hai inserito voci e testi.
Com’è stato questo passaggio? Hai avuto per caso quel momento critico da foglio bianco in cui ti chiedevi cosa e come a scrivere, o, per esempio “e ora, come faccio a legare le due parti?”. Cioè, raccontaci un po’ tutto questo.
Ti devo dire: è stato un fortissimo, glaciale, imbarazzo. Sia adesso nel parlarne – certo un pochettino meno – ma soprattutto all’inizio. Di fatto, prima di pubblicare l’album, ogni mio testo lo consideravo con mediocrità, come se avessero solo un senso infantile, non lo vedevo adatto per una canzone. Poi, però, ho visto che nel momento in cui quel testo riesce effettivamente a farsi amare e abbracciare, allora a quel punto sì che lo ricevo il sentimento del “questo testo può essere valido per qualcuno”.
E allora anche la formula del prendersi più sul serio non passa da me e da quanto io valuti corretta, bella e splendida, ma dal fatto che qualcun altro possa effettivamente lasciarsi attraversare da quelle parole. Però, certo: tutta la fase prima è stata fatta con grandissimo imbarazzo. Era un periodo di “provo a fare delle cose che non mi rappresentano”, di “provo a scrivere delle rime”, o “provo a prendere esempio da altri capisaldi”, mi angosciavo perché sentivo che niente mi rappresentava.
A un certo punto ho voluto convincermi di desiderare davvero di raccontare qualcosa. E allora lì qualcosa è partito in automatico, ecco.
E il disco, invece, rispetta un ordine preciso?
Esiste ed è satanicamente voluto, ecco, maliziosamente. Nel senso che io, o forse noi, probabilmente soffriamo un pochettino il mondo in cui ci troviamo in questo momento. Anche in questo momento che noi stiamo parlando, c’è un po’ di sofferenza anche in questo. E di fatto, per uno slancio umano, artistico, o quasi spirituale, ho il desiderio di creare altri piccoli mondi, altri piccoli… “caseifici” di qualcosa, dove si costruisce qualcosa.
Quindi sì, c’è un ordine in tutto: sono molto affezionato all’immagine dell’album, che è un concept album, e che abbia un percorso che dall’inizio alla fine ti possa accompagnare. Di fatto è questa la cosa che ha anche aiutato proprio la composizione delle singole tracce. Sono sempre tornato a ricomporre le tracce proprio nell’idea che fossero una in parallelo all’altra e che l’inizio dell’album potesse dirti qualcosa anche della fine. Non riesco a vedere nessun altro modo se non quello cinematografico, teatrale: c’è un atto primo, un secondo e una fine.
E a tal proposito allora, questa è una domanda più da messinese [sia il sottoscritto che Jeff sono messinesi. Perdonate quindi il campanilismo: vi assicuro, anzi, che la nostra cittadina c’entra anche con l’album in questione]. Cavallotti: parli proprio del Capolinea della stazione di Messina Cavallotti?
Sì, Cavallotti è Cavallotti. Poi ho anche cercato chi fosse Cavallotti e non mi ricordo se un generale di Napoleone o di Garibaldi… qualcuno che ha ucciso qualcun altro, insomma. Non voglio bene al signor Cavallotti, comunque. Cavallotti è una zona di Messina che in qualche modo mi dava quel senso angoscia che cercavo di controbilanciare con una musica un po’ da giostra e più giocosa. Per me, comunque, è un brano che angoscia molto.

Ti chiederei più proprio come riesci a gestire queste sensazioni nella scrittura e nella produzione, tra testi più riflessivi e un tipo di sonorità e di atmosfere, appunto, più giocose.
Sì, anche infantili. Non è un problema gestirla, nel senso che sarebbe più un problema separarle. Penso che questo mini-album abbia una sua geografia, abbia dei miei personaggi: penso alla Sicilia anche quando non ne parlo o non la racconto. Per me è anche l’ambiente in cui noi siamo cresciuti e un ambiente che mi provoca proprio un senso di entusiasmo quasi motivato dalle bellezze che ci circondano – il mare, gli arancini, i pidoni, cose straordinarie – immerso però in una depressione, una tristezza, una rabbia, un senso d’incapacità comunicativa. E quindi l’idea di far convivere qualcosa di più concreto, drammatico e serio con la festa, l’esasperazione della felicità, in realtà è qualcosa che sento visceralmente dentro. Che penso che mi sia stata anche insegnata.
Invece, la canzone da cui prende anche il titolo il disco, Il Gigante e La Valigia, è l’unica scritta e cantata in dialetto. Come nasce questa scelta e in quale contesto?
Vorrei dire, tornando dieci anni prima, che la musica è nata mentre, meravigliosamente nudi, io e la mia ex fidanzata, il mio amore passato, l’abbiamo cantata e suonata insieme. Io gliela suonavo e lei aggiungeva anche la sua voce. Insomma, è un qualcosa che è nato nell’insieme. È nata nel momento in cui, come prima ti dicevo, ho deciso di rappresentare qualcosa. E quindi riformulo dicendo: se tu mi becchi con lo sguardo sospeso verso il mare, verso un arancino, probabilmente sto pensando a mia madre. Quando provavo a scrivere il testo [de Il Gigante e La Valigia, brano omonimo dell’album], ho semplicemente dato il pugno finale al muro che divideva me dal racconto di mamma, e quindi mi è venuto abbastanza naturale scriverlo, e scriverlo nella forma in cui penso mia madre, ovvero in dialetto.
Ripercorrendo altre fasi raccontate nel tuo disco, c’è una canzone, “QuandoEravamoIn3che” parla di un legame nato nell’adolescenza e che dura ancora oggi, quello dell’amicizia tra te, Mario e Giampiero. Lo avete celebrato anche con una clip con in sottofondo proprio questo brano.
Il brano nasce mentre ero completamente fatto di marijuana ed è un’improvvisazione dall’inizio alla fine, in un momento in cui sento loro molto distanti nel mondo. Io mi ritrovo da una parte e loro in altre e sento che, al di là del concetto della casa, mi manca proprio un sentimento di “casa mobile” che si forma nel momento in cui tu e altri umani riuscite effettivamente ad alzare delle mura con la quale vi difendete nel mondo.
Con la nostra disgregazione fisica ho sentito che queste mura sono cadute, e quindi sono entrate altre cose che l’amicizia proteggeva in qualche modo. Ed è un tipo di mancanza che sono felice di provare, perché magari in un senso maturo riesci anche a fronteggiare il mondo e scoprire delle cose da individuo in completa solitudine. Questo, comunque, non mi fa abbandonare quel senso di mancanza di stupore della vita e di crescita comune, per quanto probabilmente non tornerà mai più.

Quindi è stato più un modo per cristallizzare quei momenti e quelle emozioni, o è servito per esorcizzarli?
Molto più la seconda, indubbiamente per esorcizzarli. E non riuscirei a trovare, in certi casi, altre forme. Mi sento molto bloccato nella trasmissione dei miei sentimenti nei confronti di qualcuno, anche con l’utilizzo delle parole di cui parlavamo prima. Ma io li amo moltissimo e mi sembrava il minimo per me e per loro, riuscire a farlo in questo modo.
La reazione loro qual è stata?
È stata patetica, nel senso di orribilmente commovente e meravigliosa. Mi dà quasi fastidio parlarne. Bellissima, ecco, sì bella. Son commossi. Giampi era così tanto affascinato dal brano che non pensava stesse parlando di noi. Quindi ha voluto poi l’autorizzazione per iniziare forse a piangere come un bastardo, probabilmente. Bello. E infatti il video l’ha montato lui in pochissimo tempo. Mario invece neanche a raccontarlo, lo ha ascoltato e ha reagito live durante le sue dirette.
E, invece, com’è stata ideata la copertina dell’album?
La copertina l’ha fatto l’amorino della mia vita. E ci tengo tantissimo a specificare che non è poiché io faccio l’amore con questa signora – un po’ sì e un po’ no – e allora le arti hanno deciso di unirsi perché tanto siamo in casa assieme. Fortunatamente ho molta stima di Silvia Maruccio, salviettaxilculo in arte. Ha uno stile che sento collegato al modo in cui compongo e scrivo i testi. È un soggeto molto infantile, quello della cover, però penso che sia anche molto drammatica.
Quel personaggino che vedete al centro, che a molti ricorda un Piccolo Principe in un certo senso, fa parte di un mondo suo in realtà molto più ampio di quello che è stato rappresentato nella copertina e dal quale sono stato sempre molto affascinato. E dal momento in cui l’ho incontrata è come se entrambi stessimo già lavorando ad alcuni aspetti che sono poi finiti anche nell’album. Anche la cover di Sofiè.0019 è sua.
Come stai gestendo la distribuzione e la promozione del disco da indipendente?
Ho deciso momentaneamente di rifiutare di aprire live alcuni concerti. Non per… oddio, spero non per spocchia o per altro, ma perché sono molto immerso in questo momento nella scrittura del secondo album. Sto arrivando alla conclusione della scrittura, poi inizierò la fase della produzione, di rifinitura e in certi brani sarà un ripartire proprio da capo, da zero.
E quindi per i CD che sto producendo – non i vinili, la SIAE è una mafia, è pauroso, vogliono soldi dappertutto! Ovvero, lo farò dopo, ora sono uno straccione – devo confessare, lo sto facendo più che altro spinto dall’amore. Non lo volevo fare! Però effettivamente ho avuto tanto amore, tanto ascolto ed è un’emozione unica questa. È incredibile pubblicare, cazzo, le proprie cose per la prima volta e vedere gente che fa i mini-gadget, che l’ascolta in macchina, sapendo che tu stai parlando di tua madre che piange e cose così. Quindi sì, sto producendo i CD e, insomma, con i soldi che potrò prendere sponsorizzerò tutto il secondo volume, lavorerò su quello, pagherò le persone necessarie per poter fare un buon lavoro.
E sul fronte video, invece?
Sono previsti due video, se non di più; sto per andare a Milano a produrre con Marco Merrino. Vuole fare il regista dei video perché si è molto innamorato e affezionato all’album. Ci vogliamo bene, produciamo insieme. E quindi sì, lui farà il regista di Cavallotti, anche per riscattarla, perché è ancora la meno ascoltata. Per [suoni onomatopeici, ndr] Non cercarmi mai+. Poi andiamo in Thailandia e faremo Cavalloni, probabilmente.

Mi sento in dovere di chiederti così qualche piccola anticipazione sul volume 2 dell’album.
Una cosa ti posso dire: un commento che mi è stato fatto su questo primo album è che, al di là dell’amore e della bellezza, è, come si suol dire al nord, “uno sciugone”, un piagnisteo: sono tutte molto tendenti alla ballad, molto lente, molto più intime. Il secondo indubbiamente, nel carattere della produzione musicale, vorrei che fosse un album di minutaggio molto più ampio, molto più completo, anche a livello numerico ci saranno più tracce, e sarà molto variegato nella produzione. Quindi quello che ti posso dire è che applicherò anche quella mia parte di produzione che nella prima ho deciso di non inserire. Non voglio dirti altro!
Per concludere, quali sono stati i riferimenti con cui sei cresciuto e ti sei orientato in questi anni e per l’album?
Sono religiosamente affezionato a Charles Mingus per il suo modo di scrivere e per la sua idea di fare musica. A Duke Ellington per il suo stile di fare musica e quel senso proprio della ricerca della melodia è qualcosa che forse, spero, di applicare nella mia forma. Però vorrei anche citarti degli artisti contemporanei: sono molto innamorato di Castello, Marco: penso che sia un regalo per la musica contemporanea, tanto nella forma intima della scrittura che nella sua estetica ricercata; di Andrea Laszlo De Simone, Daniela Pes, Iosonouncane.
Esempi che sono, per quanto mi riguarda, baluardi del coraggio di fare un certo tipo di musica. Può succedere che prima di pubblicare musica, e di ricevere amore delle persone, si possa incappare in persone, in suggerimenti che non credono in quella cosa, perché magari non ha i connotati di “riconoscibilità”. Quindi, questi e altri sono artisti coraggiosi: amo il coraggio in musica, ecco.
Un grazie a Jeff Sisti e alla prossima!
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