Artù, Dani, Franky, Giova, Pino e Sguanda sono I Patagarri, la band che ha riportato del freschissimo jazz dalle strade alle case italiane con la loro partecipazione ad X-Factor. E noi li ringraziamo per aver fatto scoprire – finalmente – al mainstream che non esiste solo l’electro-swing di Parov Stelar e quel balletto discutibile.
Cresciuti artisticamente attraverso il busking, e le improvvisazioni di jazz manouche e swing tra le piazze e i mercati del milanese, si definiscono una Swag-band. E infatti, di personalità, ne hanno da vendere. E in mezzo alla vacuità di certa musica italiana, o che fatica a prendere posizione, i Patagarri con i loro brani toccano dei particolari temi sociali e non hanno problemi a far sapere da che parte stanno. Lo hanno dimostrato a Roma, sul palco del Primo Maggio, intonando “Free Palestine” sulle note Haha Nagila, brano della tradizione ebraica, per mandare un chiaro messaggio di pace, ma sollevando non poche critiche.
Da qualche mese è uscito il loro ultimo disco “L’ultima ruota del Caravan”, per Warner e prodotto da Taketo Gohara, lo stesso produttore di Vicinio Capossela, registrando in presa diretta alcuni brani, per renderlo più “vero”. Infatti, accanto alla costante ricerca musicale, l’autenticità è qualcosa a cui non vogliono proprio rinunciare. Oltre ad essere una delle caratteristiche più belle che li definisce. Insomma, è come se nella loro musica e nei loro testi viaggiassero perfettamente insieme l’attenzione e la leggerezza, l’abnegazione e la nonchalance. E non è proprio roba da tutti.
Mentre stanno facendo su e giù per l’Italia per un tour fittissimo, Jacopo, uno dei due chitarristi, ha trovato un momento risponderci al telefono per qualche domanda a nome di tutta la band. Una chiacchierata sul loro incontro, romantico come solo la musica sa esserlo, ma anche su sogni, dubbi, scelte e paure, in una dimensione extra-generazionale. E per farci sapere che non è importante arrivare per primi, ma piuttosto prendersela sempre bene.

Ciao Jacopo! Come state e come sta procedendo il tour?
Benissimo! Si suona e tutto è veramente bellissimo!
Come vi siete conosciuti tutti e cinque e com’è che avete iniziato a fare musica insieme?
Jacopo e Dani vivevano insieme e dopo qualche soldino fatto con due chitarre classiche al mercato ci abbiamo preso gusto a suonare per strada. Poi si è aggiunto Franky con la tromba e soprattutto alla voce, prima si cantava un po’ tutti. Alla fine si sono aggiunti Arturo, Giovanni e Sguanda conoscendosi in conservatorio. In generale ci siamo appassionati singolarmente allo swing, e studiando già il jazz anni ’20. Studiamo tutti jazz, a parte Giovanni che ha studiato clarinetto classico. Ma in verità c’è una storia molto romantica dietro un altro incontro…
E allora vogliamo saperla per forza!
In pratica Arturo un po’ di anni fa era stato cacciato da una di quelle jam session che si fanno alla Corte dei Miracoli a Milano. E Franky era solito andare in giro a beccare persone suonando, cioè proprio camminando e suonando, va be’! Fatto sta che quel giorno, sotto la pioggia, mentre si stavano riparando, il trombone di Arturo ha iniziato a suonare sulla melodia della tromba di Franky, che era qualche metro più distante, per incontrarsi dietro l’angolo. Da lì, si sono riconosciuti i tra i volti del conservatorio che frequentavano e Arturo è venuto a suonare con noi.
Da qualche parte avete definito il vostro genere swag swing. Ma certo che l’attenzione con cui fate musica è tutt’altro dalla semplicità con cui vi approcciate, avete scelto Taketo Gohara come produttore. Raccontateci com’è andata
La scelta di Taketo è stata un po’ basata sui gusti musicali, sapevamo che aveva già prodotto Vinicio Capossela, quindi era garanzia! Lo abbiamo conosciuto ed è andata molto bene! E poi è stata davvero la nostra prima volta con un produttore. Il primo disco è stato registrato in una cantina con i microfoni in mezzo.
Alcuni brani dell’ultimo disco sono registrati in presa diretta. Questo stride un po’ con tutto un sistema musicale sempre alla ricerca dell’estetica perfetta, no? Come la gestite?
Quella di registrare così è stata una scelta…non è su tutti i brani, ma soprattutto per la ritmica e alcuni fiati. Volevamo dare un timbro più vecchio ai pezzi. Forse sembra più più sporco sì, ma è più autentico, ed è quello che ci interessava.

“Mutui” e “Caravan” sono uno spaccato di vita, tra la tristezza della stabilità e la gioia dell’avventura, come sono nate?
Mah un po’ da varie esperienze. Caravan in particolare lo abbiamo scritto un sacco di tempo fa, tornando da un viaggio in Svizzera, suonavamo un pezzo standard jazz di Duke Ellington e poi Franco ci ha messo su questo testo che ci sembrava una fighissimo. Quel brano è l’evasione dalla società, che un po’ sentono tutti a modo loro, ma alla fine scegliamo un mutuo che ci ingabbia e ci distrugge, e che è frutto di un’ansia sociale.
Nei vostri testi ci sono moltissimi temi sociali, è per sensibilità o perché anche voi vi siete sentiti l’ultima ruota del caravan qualche volta?
Suonare per strada può far sembrare che anche noi siamo stati le ultime ruote del caravan, forse in parte è anche vero, ma principalmente è una questione di sensibilità che viene da quello che osserviamo e troviamo intorno: le strade di Milano e di altre altre città che frequentiamo sono davvero piene di persone senza fissa dimora, dimenticate ed ai margini. È impossibile restare impassibili.
Dopo il concerto del Primo Maggio è cambiato qualcosa? Tra pubblico, artisti…
Noi suonavamo Hava Nagila già da un sacco, ci cantavamo su varie cose. Il palco del Primo Maggio, essendo un palco storicamente di protesta, ci sembrava quello giusto da cui urlare Free Palestine a ritmo. Si sta lì su quel palco per un motivo. Tempo fa non conoscevamo l’origine ebraica della canzone, ce lo ha detto una signora un giorno. Siamo contenti di quello che abbiamo fatto sul palco, comunque, e lo abbiamo anche ribadito sui social. La nostra è un’ideologia di pace. Poi sono arrivate delle critiche da parte della comunità ebraica, ma a parte quello il nostro pubblico è stato ed è bellissimo. Tra i colleghi lì per lì non c’è sembrato aver ricevuto particolari gesti di solidarietà o attenzione, ma magari volevano stare un po’ nel loro, o si aspettava che qualcuno facesse la prima mossa.
Quanti “diavoli in giacca e cravatta” avete incontrato a cui avete detto di no? Forse quel “tu” a cui chiedete aiuto è un po’ tutto il vostro gruppo, come se foste uno…
Diavoli è stata scritta quando eravamo dentro il programma e non sapevamo bene cosa aspettarci dalle case discografiche. Era la prima volta con una major, con la Warner. L’idea di dover poi arrivare ad un compromesso tra ciò che sei davvero e se ti devi “vendere” o essere in balìa di qualcuno ci faceva paura. Vivere di musica è quello che abbiamo sempre sognato, anche quando avevamo altri lavori, c’era chi faceva l’insegnante, chi il magazziniere, ed è anche quello per cui abbiamo studiato e continuiamo a studiare assiduamente. Il fatto di essere un gruppo è stato determinante: certe cose non puoi risolverle da solo. Quindi di base questo, ma c’è un riferimento a JJ Johnson, che ha fatto il patto con il diavolo per il blues…

Cantante della gente più disparata che sogna cose e nei modi più disparati, ma per voi quanto conta la dimensione onirica? Quanto si interseca con la vostra realtà, e i vostri desideri…
Eh moltissimo, considerando anche quanto dicevamo prima sul fare della musica il nostro mestiere. X-Factor ci ha dato una mano importante sui numeri e sulla visibilità, ma noi ci abbiamo sempre creduto e ci siamo fatti anche un gran culo a suonare per le strade.
Ultima domanda: ne “Il camionista”, è solo una nostra suggestione, oppure c’è un vero riferimento a “La Locomotiva” di Guccini?
Bello che lo hai chiesto! Sì è assolutamente una citazione alla canzone di Guccini, e scritta proprio come ispirazione a quel brano. Poi questo e altro si scopre ai nostri live, durante cui ci piace sempre spiegare po’ del perché dei testi. Quindi ci becchiamo lì!
Le prossime date del tour dei Patagarri
- 31 luglio – La Spezia – Palio del Golfo
- 2 agosto – Sella Nevea (UD) – No Borders Music Festival
- 5 agosto – Ficarra (ME) – Piazza delle Logge
- 7 agosto – Castiglione della Pescaia (GR) – Popcast Sound Festival
- 8 agosto – Massa (MS) – Palcoscenici Stellati
- 11 agosto – Isola di Albarella (RO) – Arena eventi centro Sportivo
- 16 agosto – Cabbia Di Montereale (AQ) – Piazza S. Rocco
- 22 agosto – VEROLI (FR) – Tarantelliri Festival
- 28 agosto – REGGIO EMILIA – La Festa
- 30 agosto – Arsie (BL) – Dolomiti Arena
- 6 settembre – Rhêmes-Saint-Georges (AO) – Musicastelle
- 12 settembre – Piedimonte Matese (CE) – Piazza Alcide de Gasperi
- 13 settembre – Diamante (CS) – Festival del Peperoncino
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