“Blooom”, il nuovo lavoro discografico dei Planet Funk, contiene ben visibili nel nome tutti gli elementi di decodifica necessari. Giunto a distanza di quindici anni da The Great Shake, rappresenta il giusto compromesso tra l’azione del rifiorire e la pianificazione dell’esplosione.
Il rifiorire è sempre legato ad un bocciolo precedente: il ricordo, la memoria, il contapassi di Sergio Della Monica e Domenico “Gigi” Canu. A loro è dedicato il disco: forti radici nel passato, splendente visione del futuro. L’esplosione è invece figlia del percorso musicale dei Planet Funk: la loro elettronica “combattente” evolve ed esplode. Da 25 anni chiunque abbia ballato, pianto, saltato, celebrato l’amore nei prati dei loro concerti (io ero fisso in qualunque loro tappa napoletana) ne riconosce l’estasi danzereccia e la malinconia di testi sempre attuali, sempre graffianti.
Anche in Blooom, i testi sono moglie e marito della musica: le parole tracciano il percorso che resta dopo l’energia della danza, quando si torna a casa e si accende la tv, si scende in strada, si guarda negli occhi chi dorme accanto a noi. Un disco che serve a comprendere ciò che siamo stati per riconoscerli e riconoscerci allo specchio, emblema di una macchina con tanti chilometri ma dal motore intatto. Il tour europeo ne è la riprova. La loro fanbase è solida e vuole sudare, sporcarsi le mani. I nuovi ascoltatori saranno incuriositi e pronti a rimboccarsi maniche e pantaloni. La strada è cambiata, le rivoluzioni ed il mondo musicali sono cambiati ma tutto è rimescolamento, fusione, rinascita. Blooom!
Noi gli abbiamo rivolto qualche domanda, qualche riflessione da condividere per conoscere meglio il disco.

Come si è evoluto e cosa è oggi il progetto Planet Funk
Planet Funk è sempre stato un organismo vivo più che un gruppo nel senso classico. È nato come collettivo, come luogo di incontro tra sensibilità diverse, e col tempo ha imparato a cambiare pelle senza perdere identità. Di certo la perdita di due fratelli come Sergio e Gigi ci hanno messo di fronte a periodi veramente difficili, sia dal punto di vista umano che come gruppo .
Oggi è un progetto più consapevole, forse meno ingenuo, ma più libero: non rincorre più il tempo, dialoga con lui. È ancora elettronica, ma filtrata dall’esperienza, dalla perdita, dall’urgenza di dire qualcosa che resti.
Avete vissuto tante stagioni e rivoluzioni musicali. Un rimpianto del passato e un auspicio per il futuro
Più che rimpianti, abbiamo qualche occasione che col senno di poi avremmo difeso con più ostinazione. Ma ogni stagione ha avuto il suo perché. L’auspicio per il futuro è semplice e ambizioso allo stesso tempo: continuare a sorprenderci. Non diventare mai la copia di noi stessi.
Da tutto questo percorso nasce Blooom. È una fioritura, ma ricorda anche il suono di una esplosione?
Entrambe le cose. Blooom è una fioritura tardiva, ma anche un’esplosione interna. È il suono di qualcosa che cresce dopo una lunga compressione. C’è la bellezza della rinascita, ma anche l’eco dello strappo che l’ha resa necessaria.

Il disco pesca da tantissime influenze. Ad un ascolto di getto, l’elettronica di BLOOOM è glaciale ma ferita, fa intravedere il baratro e la speranza nel superarlo. Come è nato? Che influenze reali ha?
È nato da un’urgenza emotiva prima che musicale, dalla voglia di raccontare tanti anni di apparente silenzio dove abbiamo comunque scritto molta musica; dalla voglia di portare a termine un percorso iniziato tempo fa insieme ai nostri fratelli. È nato per rispetto a loro e continuerà nel rispetto per loro e con tutto la passione che mettiamo nel fare musica.
Nel disco il concetto del tempo è spesso presente (the world’s end, any given day, leap into the light). Il vostro rapporto con lo scorrere del tempo, i ricordi, la nostalgia.
Il tempo non è nostalgia per noi, è materia viva. I ricordi non sono un rifugio ma una lente: servono a capire chi siamo oggi. In Blooom il tempo non scorre in linea retta, si piega, ritorna, accelera. È il tempo umano, non quello delle piattaforme.
Feel Everything è quasi una dichiarazione di intenti e la consapevolezza di “Maybe I’m just different”. Essere differenti a livello musicale in tempi omologati come questi può essere difficile.
“Maybe I’m just different” non è una rivendicazione, è una presa di coscienza. Essere diversi oggi può essere faticoso, perché tutto spinge all’omologazione. Tutto è più veloce e abbiamo pochissimo tempo per pensare. Aggiungerei che oggi il vero lusso è proprio il tempo stesso. A volte sentire tutto, anche quando fa male, è ancora un atto rivoluzionario.

Il futuro della club culture. Siamo ancora in grado di ballare e divertirci allegri come con “Chase The Sun”
La club culture non è morta, ma è in trasformazione. Forse balliamo meno spensierati rispetto a Chase The Sun, ma balliamo con più consapevolezza. Di certo non si possono fare paragoni con quello che era il club un tempo, ma semplicemente perché il club è lo specchio della società ed oggi la società è completamente diversa da quello che era. Prevederne il futuro non è una cosa facile, ma la mia sensazione è che questo 2026 riserverà grandi sorprese!
A proposito di musica suonata: si parla di un tour europeo. Anticipazioni?
Siamo super carichi! A maggio finalmente torneremo in Europa dopo molto tempo che manchiamo dalla scena. Londra, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, Barcellona, Madrid. Non potevamo chiedere di meglio!
Le collaborazioni sono state spesso un vostro marchio di fabbrica. Da Sangiorgi alla Michielin, avete spesso esplorato lidi alquanto lontani. C’è una collaborazione (possibile o impossibile) che avete come sogno nel cassetto?
Le collaborazioni per noi sono sempre state incontri, non strategie. Il sogno sarebbe lavorare con qualcuno che non appartiene al nostro mondo musicale ma ne condivide la profondità emotiva. Ci sono molti artisti con i quali ci piacerebbe confrontarci. Soprattutto giovani ma fare nomi è difficile perché sicuramente non riuscirei a citarli tutti!
Il vostro rapporto con playlist, stream, algoritmi. Ad un gruppo che oggi vorrebbe seguire le vostre orme cosa consigliereste? C’è ancora tempo per una sana gavetta?
Viviamo in un’epoca in cui gli algoritmi decidono molto, ma non tutto. A chi inizia oggi diremmo di non saltare la gavetta: è lì che si costruisce il linguaggio, non il successo. Le playlist passano, l’identità resta. E il tempo, se sei sincero, prima o poi ti ascolta.
Il tour europeo di Planet Funk
06 Maggio – MADRID – (Moby Dick)
11 Maggio – AMSTERDAM – (Melkweg)
12 Maggio – LONDRA – (Scala)
13 Maggio – BARCELLONA – (La Nau)
19 Maggio – BRUSSELS – (VK)
20 Maggio – BERLINO – (Club Gretchen)
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