Claudio Baglioni è quello che nessuno indica mai quando si fanno le classifiche dei grandi cantautori ma di cui tutti conoscono almeno dieci canzoni. Le conoscono senza sapere di conoscerle, scoprono di conoscerle ritrovandosi a recitarle come fai con le preghiere appena qualcuno comincia a dirle pur non andando in chiesa da decenni ed essendo certa d’averle dimenticate. Le conosci nell’unico modo in cui si conosce la cultura popolare, perché le hai assorbite tuo malgrado.
Guia Soncini
C’è un ragazzo che da un po’ di giorni arriva al Bar Zodiaco, a Monte Mario, si siede a uno dei tavolini da cui si vede il panorama di Roma e riempie fogli di carta con la sua penna biro. Scrive tante parole, una dopo l’altra, in fila, qualche volta in rima, molte comuni, altre inconsuete, ma che aiutano a capire meglio le piccole storie che ha in mente.
In quel bar, come in tanti altri degli anni Ottanta ci sono ancora i juke box a gettoni, quelli più leggeri e di un colore diverso dagli altri che si usavano per telefonare. Quelle monete, fatte di solchi e striature lucenti, cadevano nella sacca del juke box, e mettevano in moto la molla che trasportava il vinile, il 45 giri, sotto la puntina. Immediatamente avevano la forza e la magia di cambiare l’atmosfera intorno, si passava in un attimo da una ballata a un pezzo dance, da una canzone pop all’hard rock.
I juke box e le classifiche in Italia erano dominate dalla musica inglese e americana, anche in quel 1985. Nonostante questo ci sono due canzoni italiane che irrompono come un ciclone in quell’ultimo scorcio di primavera. Una è “L’estate sta finendo” dei Righeira, che vince anche il Festival Bar di quell’anno, e l’altra è “La vita e Adesso” di Claudio Baglioni, che dà anche il nome all’intero album del cantautore romano.
Il disco precedente, “Strada facendo”, risaliva al 1981. Ero fermo da troppo tempo e non trovavo la quadra. Una mattina, un film qualsiasi degli anni 60 mi ispirò: si apriva con una panoramica su una città, prima di stringere sui protagonisti. Avevo le musiche, non i testi. Andai al Bar Zodiaco, da lassù immaginai le vite degli altri come un’unica sinfonia. La scrissi e la suonai
Claudio Baglioni
Perché raccontare un disco, come si dice oggi, così mainstream?
Vale la pena farlo perché “La Vita è Adesso” è un disco che per certi versi cambia molte cose, non solo nel percorso stesso di Claudio Baglioni e nella sua scrittura, ma anche nel rapporto con la critica musicale e in generale nella sensazione differente che si comincia ad avere della sua musica. Probabilmente perché mette un sigillo agli anni Settanta e alla percezione, al mood, di un certo cantautorato che li ha attraversati.
Vale la pena ricordare che già dieci anni prima anche Francesco De Gregori con l’album “Rimmel” del 1975, con immaginari surreali e una nuova scrittura (che tanto influenzerà le successive generazioni di cantautori), aveva tentato di alleggerire le aspettative politiche che c’erano verso i cantautori. Ma siamo pur sempre nel ‘75 e quella leggerezza non si respira ancora. Invece, nei primi anni Ottanta Baglioni la coglie e la racconta, forte anche di un vasto pubblico trasversale che già aveva, e che con questo disco così raffinatamente pop rock, aumenta ulteriormente.
Quando si parla di scena romana, il pensiero corre immediatamente al Folk Studio. Ritrovo e fucina di giovani cantautori che raccogliendo le sonorità internazionali di Dylan o di Neil Young, per dirne un paio, scrivevano testi in italiano, molto spesso impegnati, legati alla realtà sociale degli Anni Settanta, aggiungendo a questa attitudine una riscoperta delle radici folk italiane. Da lì arrivano Venditti, De Gregori, Bassignano, Stefano Rosso, Locasciulli e tanti altri. Ma il Folk Studio non era tutta la scena romana, perché sono anche gli anni di Rino Gaetano, Renato Zero, Cocciante. E Baglioni?

La critica musicale specializzata, vicina al cantautorato prestava molta più attenzione a “quelli del folk studio”, pertanto i rapporti con Baglioni non furono affatto semplici
Baglioni era considerato troppo poco impegnato per essere inserito in quella cerchia. Eppure, egli stesso ha più volte ribadito, che si sentiva politicamente parte di “quell’area progressista” e la votava anche. Ma questo non bastava, l’accusa principale che si muoveva al musicista di Centocelle era di raccontare “sdolcinate storie d’amore di adolescenti”.
“Ci sono stati momenti in cui ho sofferto. Non ero un barricadiero, ma volevo comunque far parte di quella rivoluzione”
Claudio Baglioni
Il giovane Claudio, il posto nel mondo della musica se lo prende da solo, proprio in quel decennio “di piombo”, di pistole per strada, in cui esplodono bombe sui treni e nelle piazze, che si chiude con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978 e la strage alla stazione di Bologna nell’Agosto dell’80. Sono anni difficili per tutti, colmi di tensioni sociali e particolarmente pesanti per i giovani.
Un primo importante passo nella scalata al successo è certamente l’album del 1972 “Questo Piccolo Grande Amore“
Trainato dall’omonima canzone, il disco si lega indelebilmente al cantautore creando le basi per un certo immaginario che durerà a lungo. Anche l’album “Solo “del 1977 ha una indiscussa importanza nel suo percorso. È il lavoro in cui Baglioni sperimenta, facendo tutto da solo, anche la produzione. Comincia un lavoro sui testi che mette maggiormente al centro la realtà e meno il suo immaginario precedente. Il successo vero e proprio arriva con “Strada Facendo” nel 1981, disco in parte autobiografico, bilancio della vita di un trentenne. Nella scaletta è presente il brano Via, che riascoltato adesso probabilmente contiene in embrione la direzione che il cantautore stava covando e che si manifesterà chiaramente con il successivo “La Vita è Adesso” del 1985.
Ero lì giorno e notte. Di giorno osservavo le coppiette, il via vai, i gelati. Di notte parlavo con il proprietario, accanito ufologo. Era un’Italia che rifiatava: alle spalle gli anni di piombo, ci concentravamo sul privato, tornavamo a sognare; dall’altro lato era la stagione dell’edonismo, senza profondità. Ma non dico si stesse meglio: “La vita è adesso” è un riassunto, i riassunti non raccontano per forza tutta la storia
Claudio Baglioni
Da quel tavolino del Bar Zodiaco, Claudio Baglioni concepisce un concept.
Il cantautore vuole raccontare, attraverso dieci canzoni, una giornata intera, dal mattino alla notte, puntando lo sguardo, da quella terrazza, sulla città, sulle vite e le storie che la attraversano. Cerca di farlo con un ottimismo che nasce proprio dalla consapevolezza che quegli anni difficili erano passati e si poteva provare ad affrontare la vita con un po’ più di leggerezza. Per certi versi riflessione presente già nel disco d’esordio di Sergio Caputo del 1983 Un sabato italiano.

È proprio l’avverbio adesso, presente nel titolo, che colloca tutte le canzoni nel presente, quasi non calcolando più quel passato e soprattutto futuro che invece al cinema si sta prendendo la scena con la pellicola Ritorno al Futuro. La tracklist, come dicevamo, ha un ordine cronologico che si apre con Un Nuovo Giorno o Giorno Nuovo e si chiude con Notte di Note, Note di Notte. Il disco si apre con la sveglia su un nuovo giorno che annuncia un nuovo inizio “Bentornato a questo sole nelle camere di tutto il mondo”. Quel mondo che per lui è una sorta di enorme hotel come ricorda nell’incipit della canzone manifesto “La vita è adesso nel vecchio albergo della Terra e ognuno in una stanza in una storia…”.
L’idea di usare l’arco di una giornata come cornice per raccontare una storia rimanda a echi letterari di capolavori come l’Ulisse di Joyce, lì c’è anche una data precisa, il 16 giugno 1904.
Baglioni non indica un giorno preciso del calendario ma si percepisce il periodo e soprattutto, anche se non viene mai nominata, è evidente la città di Roma come sfondo. Come un set cinematografico in cui si muovono una miriade di personaggi che la affollano con le loro vicende. Questo aspetto rimanda ad altri testi letterari come “L’alveare” del premio Nobel spagnolo Camilo Josè Cela, il racconto di gente qualunque in un giorno qualunque.
I testi di Baglioni in questo disco sono un vero e proprio fiume di parole. Si riducono molto i ritornelli, viene modificata la struttura, si va spesso oltre la tradizionale forma canzone. Si manifesta ancora di più la sua incredibile estensione vocale (vedi il finale di Tutto il Calcio Minuto per Minuto) e si avvale di bravissimi musicisti internazionali (tra cui Hans Zimmer, futuro Premio Oscar). La durata delle canzoni non è per niente radiofonica, i brani per la maggior parte sono di cinque, sei o sette minuti. Sono tutte canzoni solide e riconoscibili come tessere di uno stesso puzzle. Quella penna in quel bar era davvero ispirata. Oltre le canzoni già citate, vanno ricordate sicuramente “E adesso la Pubblicità” e la bellissima “Uomini Persi” che come dice giustamente Mattia Marzi:
“Una canzone come Uomini persi se fosse stata scritta e cantata da un Ivano Fossati, un Francesco Guccini, un Francesco De Gregori o un Fabrizio De Andrè a quest’ora sarebbe considerata un classico del cantautorato italiano”.
La cifra della scrittura varia a secondo della storia che si sta raccontando
Molte volte si parla di giovani nelle loro piccole e grandi lotte e affanni quotidiani e anche il linguaggio viene un po’ “svecchiato”. Ne è un esempio, ma non l’unico, il brano “Amori in Corso“. “amori sbullonati in riva al bar sulle lambrette” che è una frase, se fate passare un po’ la forzatura, che anticipa anche quel linguaggio sghembo, estrapolato dal modo di dire quotidiano, che sarà marchio di un certo indie italiano di fine anni Zero, specie della capitale. La ricerca di un linguaggio informale e più giovane compare anche in “E adesso la pubblicità“: “Un cespuglio di spini tuo fratello, che pensa sulle unghie delle dita, appitonato con un’aria da bollito”.

Ci sono tante immagini in questo disco, una sorta di pellicola in movimento che evoca continuamente fotografie, descritte con nitidezza e immediatezza, patrimonio di chi sa raccontare, come ci aiutano a capire queste parole della bravissima Guia Soncini:
Perché in quel disco ci siamo noialtre come scritte quando i parolieri sapevano scrivere – «ombre di donne pigre s’aggiustano le calze e baciano rossetti»; «noi domani avremo un’altra faccia e una città che aspetta fuori, e stringeremo tra le braccia avanzi di amori»; «tua madre altezza media sogni medi»; «la donna ha messo il suo vestito più magro e un po’ più di allegria negli occhi seri», «la mia faccia da lepre all’apertura della caccia» – ma anche noialtre come siamo abituate a essere scritte adesso che non siamo più capaci di apprezzare un’estensione lessicale sopra la media e vogliamo solo slogan buoni per Instagram, anche semplificate in versi motivazionali e banali, «in qualunque sera ti troverai non ti buttare via»
Per Baglioni questo era sicuramente un disco diverso dai precedenti e non era facile capire che vita avrebbe avuto. Qualche dubbio prima dell’uscita lui stesso lo aveva:
“Lo registrai a Londra, di ritorno lo ascoltai su una cassettina, con due amici. La mia prima impressione: è orrendo. Non aveva vocazione popolare. Troppe parole, pochi ritornelli, le canzoni duravano troppo. Fui smentito. La chiave, forse, fu la sua pluralità. E il fatto che aveva un suono di contrasti, vivo.”
Claudio Baglioni
Il disco esce ai primi di giugno, è il suo decimo album, e sarà un successo senza precedenti.
Resterà in classifica per ben ottantadue settimane, (ventisette al primo posto). Il più venduto del 1985 con un milione e mezzo di copie (trecentomila già in prenotazione) e il più venduto di sempre in Italia con oltre quattro milioni di copie, uscirà inizialmente in cassetta e vinile, poco dopo, a settembre, anche in CD, supporto che si affacciava sul mercato discografico.
Incredibile anche il tour che ne segue. Clamoroso fu il finale allo Stadio Flaminio di Roma, davanti a novantacinquemila spettatori presenti e a dodici milioni davanti alla diretta televisiva, in quel settembre ancora imbrattato di sangue che vede l’omicidio del giornalista Giancarlo Siani a opera della camorra, e ancora un duplice omicidio del mostro di Firenze che da anni terrorizzava la campagna toscana.
Fu anche il disco che cominciò a sanare il suo rapporto con la critica musicale. Un rapporto che in qualche modo si suggellerà solo nel 2022, quando il tempio della canzone d’autore, il Premio Tenco, gli assegnerà un riconoscimento importante alla carriera “per aver cantato le storie minime che sono di tutti e i grandi temi dell’uomo”. Probabilmente in questo processo conterà molto l’album successivo, “Oltre”, del 1990. Qui Baglioni farà un passo anche verso la World Music, con la presenza di ospiti come Youssou N’Dour, Paco de Lucia, Richard Galliano, Manu Katchè e Pino Daniele. Ma restiamo convinti che il vero album della svolta, e non solo per questioni commerciali, sia stato senza dubbio il viscerale e composito “La Vita è Adesso“.
Qualche chiaro segnale che quello sarebbe stato un anno decisivo per Baglioni c’era stato sin da subito
Pippo Baudo, in televisione, il giorno della Befana, annuncia che “Questo Piccolo Grande Amore“, concorre come canzone del secolo. La canzone vince in quell’inverno ricordato per la straordinaria nevicata del 1985. Baglioni si trova seduto al piano nel silenzio del Teatro Ariston di Sanremo durante il Festival ad eseguire il suo brano. Ha qualcosa di diverso anche nell’aspetto, quasi non lo riconoscono, abituati a vedere la sua faccia in copertina incorniciata dai lunghi capelli neri. Quell’anteprima del nuovo look, con taglio corto, sarà stampata sulla copertina del disco che arriverà qualche mese più tardi.

“La Vita è Adesso“, è un disco che racconta il presente, lo fotografa, senza guardarsi indietro o lanciarsi in avanti.
Storicizzando abbiamo cercato di utilizzare lo stesso criterio che già quel concept suggeriva e raccontare quel momento preciso, quando il ragazzo di Centocelle aveva trentaquattro anni e provava a fare un disco importante e un po’ diverso dai precedenti. E ci riesce.
Per quanto mainstream, niente è più divisivo del pop, o del pop rock, insomma di chi fa grandi numeri, di chi è trasversale. Le macro fazioni sono granitiche nelle loro posizioni a favore o contro. E allora non è semplice raccontare, storicizzando, un disco o un artista, perché può sembrare di schierarsi con l’una o l’altra fazione. Invece, sempre di più deve essere fatto proprio per collocare in un contesto storico il più preciso possibile certe vicende o sonorità, per comprenderle meglio e se è il caso valorizzarle ancora di più. In questo caso bisogna storicizzare per non essere condizionati da tutto il resto della sua carriera.
Certamente nelle vendite si è inizialmente avvantaggiato dell’influenza del percorso precedente. Infatti, sulla fiducia furono acquistate migliaia di copie già in prenotazione con i negozi di dischi presi d’assalto, come si direbbe, ora con un hype pazzesco. Poi però, una volta uscito, il disco ha camminato con le sue gambe, mettendo davanti a tutti i cambiamenti di forma e sostanza di cui abbiamo parlato. Non si tratta di misurare se e quanto si è fan di Claudio Baglioni. Si tratta di capire alcuni snodi importanti della musica italiana e sicuramente quel disco lo è stato anche più di quanto se ne dica. Baglioni per un certo cantautorato pop nostrano è comunque stato un riferimento più o meno velato, ma certamente forte, già in tempi non sospetti. Non per nulla, a metà anni Settanta, un giovanissimo Rino Gaetano lo aveva già colto e detto in una sua famosissima canzone:
“Chi è stato multato, chi odia i terroni / Chi canta Prévert, chi copia Baglioni”.
Rino Gaetano
Articolo ben scritto che mette bene in luce uno dei più grandi cantautori italiani di sempre. Diverse sono le canzoni che se portassero la firma di certi nomi sarebbero giudicati, da una certa critica faziosa, come capovalori assoluti.
Resta il fatto inconfutabile che Claudio Baglioni ha scritto canzoni intramontabili.