Il confine fra vecchio e nuovo non è soltanto labile, ma illusorio. Una musica che suona retrò può avere in serbo perle di un’attualità impressionante, mentre nessuna nota viene mai eseguita davvero per la prima volta. Se il tempo è circolare, siamo ancora all’inizio. E intervistare il fenomeno musicale dell’ultimo mese, che del vecchio – o presunto tale – ha fatto bandiera (ovvero Luca Benetta, in arte Lumiero, classe 1997) ci ha consentito di scoprire due parole al contrario nuovissime.
La prima è anemoia, cioè la nostalgia per un tempo mai vissuto e soltanto immaginato. Una nostalgia che permea tutti i brani del suo album d’esordio – Il primo grande disco di Lumiero, uscito per Marengo lo scorso 5 dicembre – ma che si affianca, forse, a qualcosa di ancora più profondo. È l’emmenalgìa, ossia un senso di struggimento malinconico per il desiderio di voler continuare ad oltranza. Una parola coniata da Dori Ghezzi nel memoir Lui, io, noi dedicato al marito Fabrizio De André (Einaudi, 2018) e definita come “veleno e cura, per la ferita lasciata dal futuro quando ci manca”.
Al di là di ogni ermetismo, fra le note e le parole di Lumiero, percepiamo qualcosa di decisamente simile. «Ho nostalgia del futuro che avevano in mente loro» esordisce infatti, quando lo raggiungiamo al telefono per farci raccontare la genesi del suo lavoro. Dove quel loro sono i cantautori del boom economico, ai quali le sonorità del disco si rifanno. E quel futuro altro non è che il nostro presente.

Un futuro che abbiamo tradito?
Che è stato tradito, sicuramente. Ma vale la pena cantarlo ancora.
Com’è nata la tua esigenza di farlo?
Le sonorità di quel periodo mi hanno stregato piuttosto recentemente, ma in maniera molto sentita. In realtà ho iniziato a fare musica subito dopo il liceo e durante gli anni dell’università, portando avanti progetti diversi, più legati al mondo del pop e dell’hip-hop. Con il Covid credo di aver cominciato ad ascoltare la musica in maniera più attenta, riscoprendo artisti che sono la colonna portante del mio progetto odierno.
Ce ne citi alcuni?
Inizialmente Gino Paoli, Mina e Ornella Vanoni, ma poi anche tutta la scuola genovese, Umberto Bindi, Jimmy Fontana. C’era qualcosa di ancestrale che mi richiamava, mi ci sono tuffato dentro come in un mare d’estate.
Una delle caratteristiche principali di questi artisti era il loro utilizzo della voce come perno di un brano, elemento che forse abbiamo perso nel tempo.
Sì, ed è stata parte integrante della mia fascinazione per questo mondo sonoro. L’accompagnamento musicale diventa un aspetto funzionale a dar luce alla voce, ma questo ti consente paradossalmente di creare un pattern davvero variegato di suoni, dalle percussioni ai motivi più orchestrali. La produzione di Marquis ha fatto molto in tal senso e devo dire che il nostro incontro è stato tanto fortuito quanto stimolante. Abbiamo costruito un bel ponte sonoro, che univa le vetrate incredibili affacciate su Milano dal sesto piano di quello che abbiamo soprannominato Marengo Studio ad un processo di scrittura più bisognoso di intimità e raccoglimento.
E, a proposito di scrittura, hai scelto, come nei testi di allora, un modo molto universale di esprimerti, privo di dettagli che leghino i brani ad un periodo storico preciso.
Mi piace che le mie canzoni siano universali ed universaliste, anche se in alcuni brani la scrittura sembra un più contestualizzata nel contemporaneo, vedi per esempio la droga nel bicchiere in Un letto per tre. In generale mi piace l’idea di mantenere nei testi una dimensione che stia a cavallo fra ieri e oggi, in modo da poter continuare a parlare in maniera attuale. Credo molto nella musica come strumento di conoscenza e di consapevolezza, due concetti che hanno bisogno di rifarsi al presente.

Ho letto che anche la scelta del tuo nome d’arte va in questa direzione.
Assolutamente. Lumiero altro non è che l’italianizzazione di lumière, termine francese che significa luce. Fare luce sulle cose vuole dire conoscerle, avviare un processo di maturazione che procede sia intimamente che assieme agli altri. Poi la luce rimanda ad uno sfondo romantico di cui la mia musica si nutre e che nutro a mia volta.
Si parla d’amore, nelle tue canzoni, di disillusione. Ma c’è anche una certa ironia di fondo.
Sono frammenti di vita raccontata e raccolta nel corso di circa un anno e mezzo. La gestazione, più che lunga, è stata calma e ha fatto emergere le mille sfumature e contraddizioni del romanticismo che ti ho appena citato: dai sogni al disincanto, dalla speranza alla malinconia. La chiave ironica effettivamente c’è, ed è l’estetica stessa di questo mondo musicale a suggerirla.
Così come il titolo dell’album, didascalico e fanfarone senza peraltro che questo dia il benché minimo fastidio.
Il primo grande disco di Lumiero è nato, come concetto per il titolo, durante una cena fra amici. Ma, a mia discolpa, non sono stato io a proporlo. Però ci ha immediatamente fatto ridere tutti, perché sapevamo come in fondo la proposta musicale che l’album contiene fosse già divisiva e provocatoria. Dunque l’autoincensarsi del titolo calzava a pennello.
Hai mai avuto paura di non essere compreso, durante il processo creativo che ha portato a quest’album?
Ci sono stati effettivamente più momenti in cui ho pensato che il gioco non valesse la candela. O meglio, che il paragone cui stavo andando incontro – quello con i mostri sacri della musica cui mi rifaccio palesemente – non avrebbe portato a nulla di buono. Però provenivo da un ambiente, l’urban, dove proprio il confronto e la competizione, fra artisti che appartengono alla stessa scena, è prepotente. Il mio voler andare in questa direzione ha inconsciamente a che fare con l’esigenza di sottrarmene, per trovare un modo di esprimermi più legato a me stesso che al confronto con gli altri.

Questo ti rende sicuramente un outlier, ma c’è a tuo avviso qualcuno dei tuoi colleghi che sta operando scelte simili?
Uno su tutti Andrea Laszlo De Simone. Pensa che, quando ho ascoltato per la prima volta una sua canzone, per almeno un paio di mesi credevo di aver riscoperto un brano degli anni Sessanta. Ma noto anche una scuola siciliana che sta veramente esplodendo, da Marco Castello e Anna Castiglia. Mi piace molto Sara Gioielli, che dal punto di vista cantautorale è davvero una bella rivelazione.
Tornando agli artisti del passato, nel disco hai voluto inserire una cover.
Sì, si tratta di un brano interpretato a Sanremo 1959 da Gino Latilla e Arturo Testa, ma poi cantato anche da Mina, Marino Marini e altri. Ho voluto riproporre nell’album Io sono il vento perché mi sono ritrovato molto nel testo di questa canzone e perché mi piaceva inserire nel mio lavoro questo elemento naturale, a me molto caro.
In effetti di questo stesso elemento canti anche in un altro brano del disco, stavolta originale: “Semi nel vento”. Mi è subito sembrata la canzone più urban di tutte, nonostante si mantenga ben inserita nella cornice sonora dell’album. È un indizio per una commistione di generi che ti piacerebbe seguire in futuro?
Sì. Magari non subito o nelle canzoni che ho in cantiere, ma di certo questa commistione è stata un po’ anche il mio passato, il percorso che mi ha portato gradualmente a Il primo grande disco di Lumiero. Dall’hip-hop al boom economico e ritorno, senza soluzione di continuità. O quasi.
Ci sono già altre canzoni in cantiere dunque. Come vedi i prossimi mesi?
Spero di vedermi in tour! Stiamo iniziando a buttare giù le prime date. E posso svelare che ci sarà Roma, città dove non vedo veramente l’ora di esibirmi dopo la bellissima serata al Magnolia di Milano, qualche giorno fa. Poi sì, c’è sempre nuova musica nella mia cascina. È un periodo molto creativo.
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