A venticinque anni SANO arriva al suo primo disco con una consapevolezza che non ha nulla di provvisorio. Figlio dell’underground partenopeo, cresciuto dentro l’esperienza collettiva dei Thru Collected, il suo percorso è sempre stato un movimento continuo tra appartenenza e scarto, tra sperimentazione e bisogno di dire le cose in modo netto, riconoscibile. Opopomoz, pubblicato lo scorso 14 novembre, per Bomba Dischi/WEA, è il punto in cui tutto questo prende una forma nuova: più esposta, più diretta, più rischiosa.
Scritto, composto e prodotto a sei mani con Rainer Monaco e Drast, il disco attraversa cantautorato, rap, urban napoletano e le nuove derive della trap senza farsi ingabbiare dai generi.
Il vero centro resta la scrittura di SANO: una penna istintiva e lucidissima, capace di tenere insieme furia e grazia, caos e precisione, che non teme il fraintendimento e rifiuta l’addomesticamento. Opopomoz nasce dall’esigenza di fare ordine, di emanciparsi, di rendere più leggibile un’urgenza che resta però intatta, non mediata.
È un disco che racconta i vent’anni come un territorio fragile e amplificato, dove tutto esplode insieme: amore, gelosia, autodistruzione, desiderio di riscatto. Napoli non è solo uno sfondo, ma un organismo vivo che attraversa il suono e la scrittura, con la sua poesia e la sua ferocia. La musica diventa così uno strumento di sopravvivenza e autoanalisi, un modo per trasformare il disorientamento in racconto. Opopomoz è un esordio che non cerca protezione: sceglie di esporsi, di sporcarsi, di diventare adulto senza rinnegare il caos da cui nasce.

“Opopomoz” nasce da un’urgenza: mettere ordine, riorganizzarti, chiarirti. Da dove parte davvero questo bisogno? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che dovevi fare un disco “tuo”, da solo?
Non c’è stato un momento precisissimo in cui ho realizzato che dovevo fare un disco da solo per emanciparmi o per riorganizzarmi e chiarire tutte le idee, ma semplicemente sono successe delle canzoni, che piano piano mi hanno dato questa suggestione. Quando, a un certo punto, sono diventate più di tre ho capito che ero anche mosso dalla necessità, appunto di riorganizzare dei pensieri e di metterli in musica in modo più chiaro e più concreto.
La tua scrittura è definita “furiosa”, ma anche fragile, lucidissima. Quando scrivi, qual è la prima voce che ascolti: la rabbia, la paura, o quella parte che vuole semplicemente capire cosa sta succedendo?
Quando scrivo parto spesso dalla rabbia, nel modo più puro. Poi provo a sublimare e a portare tutto da un’altra parte. Mi diverte quando il principio è qualcosa, il risultato, il risultato sembra tutt’altro.
Napoli nel disco non è solo uno sfondo: è quasi un organismo che respira con te. In che modo la città ti plasma ancora oggi, e come credi che entri nel tuo modo di fare musica?
Napoli nel disco chiaramente è presente, è un organismo che respira in me, nei termini in cui tutto quello di cui io parlo è qualcosa che è successo, oppure parlo di persone per le quali tutto ciò che viviamo si svolge tendenzialmente a Napoli. Io quando scrivo non penso a Napoli, perciò inevitabilmente è il teatro delle canzoni e dei racconti che trasformo in musica.
Canti una generazione che oscilla tra autodistruzione e lucidità. Quanto c’è di te, e quanto dei ventenni che hai attorno, in quel caos che racconti?
C’è tanto di me, spero inevitabilmente e senza avere la pretesa che sia così e che ci sia anche tanto di altre persone con le quali condivido questo periodo storico e questa età in particolare.

Nel disco il colore, la memoria e il luogo diventano modi per raccontare chi eri e chi stai diventando. Da “Azzurri, azzurrissimi” a “Marcass a q”, quanto contano per te le piccole percezioni – un’estate, un dialetto, un’infanzia – nel costruire una narrazione più adulta?
Mi appoggio molto ai ricordi dolci che ho della mia infanzia o della mia adolescenza: dolci ma anche crudi per le esperienze che mi hanno segnato e mi hanno determinato, per poi portarmi a scrivere canzoni e riuscire a creare un immaginario in cui qualcuno, anche lontanamente, si possa rivedere e si possa immergere.
Nel passaggio tra italiano e napoletano sembri cambiare pelle, come se ogni lingua aprisse un modo diverso di guardarti. Cosa succede dentro di te quando scegli l’una o l’altra, e quanto questo influenza la scrittura emotiva del disco?
Sì, quando passo dall’italiano al napoletano cambio inevitabilmente, perché per me scrivere in napoletano è proprio scrivere in un altro modo. Mio padre, musicista napoletano che fa parte di tutto il folklore napoletano degli anni Novanta/Duemila, anche lui scrive in napoletano. Quando decido effettivamente di fare una canzone in napoletano o di approcciarmi a questo discorso per me significa tanto. Quindi mi rendo conto che sembri che io cambi proprio, però alla fine non è troppo diverso il processo. Sicuramente sto più attento e sono anche un po’ più insicuro; quindi, quello che esce in napoletano non è spesso qualcosa di pancia ma una cosa più pensata.
Le tue canzoni sembrano capitoli di un’unica storia: appartenenza, sopravvivenza, la difficoltà di crescere senza perdere chi si è stati. Il disco è nato come un mosaico spontaneo o avevi già l’idea di un percorso unitario?
Il mosaico è presente da sempre. Tutta la mia discografia sono tutti pezzetti di esperienze che ho vissuto. Mi piace incastonare e far si che qualcuno possa collegare i punti; spero che continuerà ad essere sempre un’unica storia da portare avanti con tutto quello che mi succede.

In brani come “La prima notte insieme” l’amore diventa un terreno ambiguo, quasi un teatro in cui ci si espone e ci si nasconde allo stesso tempo. Che ruolo ha, per te, quella zona grigia dove il sentimento è bello e pericoloso insieme?
In questo disco in generale, credo di non aver mai scritto effettivamente una canzone sull’amore o, meglio, nel senso proprio della parola. Anche questo pezzo non è effettivamente una canzone d’amore, perché il gioco è parlare di tutt’altro e poi far sì che il risultato finale sembri tutt’altro e, in questo caso, una canzone d’amore. Quella zona grigia, dove il sentimento è bello e pericoloso insieme è proprio la mia dimensione, quella che preferisco.
C’è una riflessione molto forte sulla tua generazione: idealismo, cinismo, il bisogno di essere visti, l’orgoglio che copre le fragilità. Quanto senti che questo disco racconti davvero un “noi”, oltre che un “io”?
Credo che possa raccontare “noi” nei termini in cui effettivamente queste realizzazioni, che in parte mi affliggono tanto quanto mi stimolano, credo facciano parte di un discorso generazionale e appartengono a tanti miei coetanei. Poi mi ha divertito trasporli in musica, spero effettivamente che siano stati percepiti non solo come qualcosa di personale o delle mie osservazioni, ma che qualcuno si sia rivisto o almeno che abbia dato degli spunti critici dei temi che ho provato ad affrontare.
Portare “Opopomoz” in tour significa rimettere tutto questo corpo-a-corpo con la vita davanti a un pubblico. Cosa speri accada quando quelle canzoni, nate tra ordine e caos, si muoveranno dal vivo?
Portare “Opopomoz” in tour ha significato rimettere effettivamente questo corpo-a-corpo con la vita davanti a un pubblico e la risposta che speravo e che c’è stata era quella di un pubblico che cantasse le canzoni e che fosse un pubblico educato a quello che dico e quella che può essere l’interazione tra me e loro, sia sul palco che dopo, quindi curiosa e interessata.
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